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17 marzo 2026 - Aggiornato alle 15:25
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Riesame

“Ho sparato per paura”: il caso Cinturrino che scuote Rogoredo e la Polizia

La versione dell’assistente capo sotto accusa e le ombre su quella sera di gennaio. Tra indagini allargate, testimonianze inedite e l'atto in tribunale

17 Marzo 2026, 13:29

13:30

Delitto Rogoredo, slitta udienza per il poliziotto Cinturrino per la richiesta dei domiciliari

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Uno sparo, in via Impastato nel boschetto di Rogoredo. Il colpo è partito dalla pistola di Carmelo Cinturrino ha colpito alla testa Abderrahim Mansouri, 28 anni, trasformando un’operazione di contrasto allo spaccio in un caso giudiziario. A distanza di settimane, l’assistente capo continua a ripetere: «Ho sparato per paura, non volevo uccidere». Ma le carte dell’inchiesta raccontano un’altra storia, più dura, più complessa. E oggi, mentre il Tribunale del Riesame di Milano valuta la richiesta di attenuazione della misura cautelare, il fascicolo si è allargato.

Un fatto, molte versioni

Secondo la ricostruzione ormai nota, il 26 gennaio 2026 l’assistente capo del Commissariato Mecenate, Carmelo Cinturrino, avrebbe esploso un colpo “a scopo intimidatorio” da una distanza valutata in circa 30 metri, mentre Mansouri cercava di allontanarsi. L’ipotesi iniziale di legittima difesa – fondata sulla presunta presenza di una pistola nella disponibilità della vittima – è stata smentita dagli accertamenti: l’arma rinvenuta era una replica a salve e, per gli inquirenti, sarebbe stata collocata sul posto in un secondo momento. Nelle audizioni, alcuni colleghi hanno riferito di non aver visto alcuna pistola vicino al corpo; uno di loro ha dichiarato di aver intimato a Cinturrino di “lasciare in pace” Mansouri pochi minuti prima dello sparo.

A complicare il quadro, ci sono anche i racconti di frequentatori dell’area di Rogoredo che parlano di presunte richieste estorsive rivolte da Cinturrino agli spacciatori: 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno per poter continuare a “lavorare” indisturbati. Un ritratto che l’indagato respinge con forza.

Le accuse e lo stato della procedura

Oggi dopo lo slittamento causato anche da un recente allarme bomba al Palazzo di Giustizia che aveva ostacolato l’accesso al fascicolo da parte dei nuovi difensori, si discute davanti al Riesame la richiesta di sostituire il carcere con i domiciliari. Cinturrino è detenuto a San Vittore dal 23 febbraio; contro di lui l’imputazione contestata è di omicidio volontario, con aggravanti al vaglio della Procura, mentre quattro suoi colleghi sono indagati per presunti favoreggiamento e omissione di soccorso. La Procura e il gip di Milano hanno fin qui descritto l’assistente capo come soggetto non collaborativo e incline a “metodi intimidatori”, ritenendo sussistente la “volontà di uccidere”.

Sulla possibile aggravante della premeditazione – richiamata in alcune ricostruzioni – la massima prudenza è d’obbligo: allo stato, tale profilo risulta oggetto di valutazioni in itinere e non cristallizzato in una decisione irrevocabile. In termini giuridici, l’eventuale premeditazione implica un apprezzabile intervallo tra il proposito criminoso e la sua attuazione e una determinazione che non conosce ripensamenti: un aggravio che i giudici accertano caso per caso.

“Ho sparato per paura”: la linea difensiva

Sin dai primi verbali, Cinturrino ha rivendicato di aver “sparato per paura”, sostenendo di aver visto un movimento e di aver reagito con un colpo “intimidatorio”. Dal carcere ha scritto una lettera in cui esprime pentimento e chiede scusa alla famiglia della vittima e alla Polizia, ribadendo di non aver mai preso denaro o droga da nessuno. I suoi legali parlano di “tragedia che coinvolge tutti” e invitano i media alla cautela, affermando che stanno acquisendo “elementi difensivi” per smontare le tesi accusatorie.

Dall’altra parte, la famiglia di Abderrahim Mansouri, attraverso i propri avvocati, respinge il frame dell’“errore” e chiede che “sia detta tutta la verità”, ricordando che “uccidere non è un errore”. Parole nette che fotografano una frattura emotiva profonda e un’aspettativa di giustizia non negoziabile.

Le indagini si allargano: Corvetto e l’ipotesi del controllo della piazza

Nelle ultime settimane l’inchiesta, coordinata dalla Procura di Milano e affidata alla Squadra Mobile, si è estesa anche alla zona di Corvetto, con l’acquisizione di video e testimonianze su precedenti condotte dell’assistente capo. Tra le piste al vaglio, anche quella di un possibile movente legato al “controllo della piazza” di Rogoredo: un equilibrio criminale delicato in cui l’azione di un singolo agente avrebbe potuto alterare rapporti di forza e “protezione”. Sono stati ascoltati numerosi testimoni: pusher, tossicodipendenti, figure di contesto. Un mosaico investigativo che richiederà riscontri tecnici e processuali.

I colleghi, i verbali e la “scena del crimine”

Le dichiarazioni dei colleghi presenti o immediatamente intervenuti in via Impastato pesano come pietre: c’è chi racconta di aver avuto paura delle reazioni di Cinturrino persino nei giorni successivi, chi parla di pressioni per “tenere la stessa linea”, chi riferisce di non aver visto alcuna pistola accanto al corpo di Mansouri nei momenti cruciali. In parallelo, l’ipotesi della messinscena – con il collocamento di una pistola a salve vicino alla vittima – è stata più volte descritta dagli inquirenti e ripresa dalla stampa, mentre gli esami sul Dna dell’arma giocattolo hanno aggiunto ulteriori tasselli da decifrare.