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17 marzo 2026 - Aggiornato alle 18:47
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Medio oriente

“Sotto i cieli di Teheran”: la notte che ha rimescolato il potere iraniano e la strategia di Netanyahu

Un’operazione chirurgica, rivendicazioni israeliane e un messaggio politico: “Destabilizzare il regime per dare un’opportunità al popolo”

17 Marzo 2026, 16:32

16:40

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Poco dopo l’una di notte, i quartieri settentrionali di Teheran sono stati scossi dal suono delle sirene e dal crepitio della contraerea. In un lampo, la capitale è diventata teatro di un’operazione che, secondo le autorità israeliane, ha centrato due figure di vertice: il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, e il comandante della milizia Basij, Gholamreza Soleimani. Una doppia decapitazione che Israele inquadra come tappa di una strategia volta a “destabilizzare il regime” e a “offrire un’opportunità al popolo iraniano”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha ribadito più volte nelle ultime settimane, rivendicando il coordinamento con gli Stati Uniti e contatti costanti con il presidente Donald Trump. Teheran, dal canto suo, ha promesso una risposta e la continuità della catena di comando. Intanto, dal Golfo allo Stretto di Hormuz, la tensione compie un ulteriore salto.

Cosa è accaduto nella notte: bersagli e messaggio 

La mattina del 17 marzo 2026, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che Ali Larijani e Gholamreza Soleimani sarebbero stati “eliminati” in un’operazione mirata. Fonti iraniane non hanno fornito un’immediata conferma; la notizia è stata comunque ripresa da media internazionali con esplicito richiamo alla paternità israeliana. In parallelo, sono proseguiti i lanci di missili e droni iraniani verso Israele e contro alcuni Paesi del Golfo, a dimostrazione che l’apparato militare di Teheran non è paralizzato. Fonti: Associated Press, Axios (17 marzo 2026).

La figura di Ali Larijani (già presidente del Parlamento e, più di recente, al centro della cabina di regia securitaria) è considerata da numerosi osservatori cruciale nella fase successiva all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei a Teheran il 28 febbraio 2026: nell’interregno, avrebbe contribuito a orchestrare una leadership ad interim e a blindare l’architettura repressiva in attesa della scelta del successore. La sua presunta uccisione, se confermata, colpirebbe il cuore della catena di comando. Fonti: AP, Le Monde, Wikipedia (stato funerali).

Il secondo obiettivo, Gholamreza Soleimani, guidava la Basij, milizia di massa incardinata nei Pasdaran (IRGC), impiegata nella sicurezza interna e nella repressione del dissenso. Colpire la Basij significa toccare il “nervo scoperto” del controllo sociale iraniano.

La dottrina Netanyahu: “destabilizzare per aprire spazi al popolo”

Dall’inizio della guerra del 2026, Benjamin Netanyahu ha delineato una linea operativa che va oltre la mera neutralizzazione della minaccia nucleare: indebolire sistematicamente l’apparato di potere di Teheran per creare, sostiene, “opportunità al popolo”. Già a fine febbraio 2026, subito dopo l’avvio delle operazioni congiunte, il premier israeliano aveva esortato le diverse comunità dell’Iran a “prendere in mano il proprio destino”, ringraziando Donald Trump per il sostegno e parlando esplicitamente di una finestra storica per un cambiamento interno. Questa narrativa è stata accompagnata da una fitta sincronizzazione con Washington, sia nelle prime 48 ore della campagna – quando gli Stati Uniti hanno rivendicato attacchi contro siti sensibili e infrastrutture militari iraniane – sia nelle settimane successive, con consultazioni periodiche tra i due leader. Nel dicembre 2025, a margine di un vertice in Florida, Trump ha avvertito Teheran di “ulteriori strike” qualora cercasse di ricostituire il programma nucleare, ribadendo la convergenza con Israele.

Il quadro operativo: da “Epic Fury” al “Ruggito del Leone” 

Il conflitto esploso il 28 febbraio 2026 è stato scandito da due sigle operative: Operation Epic Fury per il dispositivo statunitense e “Ruggito del Leone” per quello israeliano. La campagna ha colpito obiettivi in Iran e ha innescato un fronte secondario in Libano, con Hezbollah, oltre a scambi missilistici che hanno coinvolto anche Stati del Golfo. Fonti: voci enciclopediche e cronache live italiane.

In mare, l’attenzione si è concentrata sullo Stretto di Hormuz, tra episodi di interdizione e minacce al traffico energetico: Teheran ha alternato lanci contro installazioni militari e avvertimenti alle marine avversarie, mentre USA e Israele hanno rivendicato colpi contro unità navali iraniane. A fasi alterne, ciò ha inciso sulla libertà di navigazione e sui premi assicurativi delle rotte energetiche. Fonti: TG La7 (diretta), Wired Italia, voci enciclopediche.

Più di recente, attorno al 13 marzo 2026, si registrano operazioni contro infrastrutture nel Golfo Persico – come l’attacco all’isola di Kharg, snodo petrolifero e logistico – con l’obiettivo dichiarato di degradare le capacità missilistiche e navali iraniane.

Perché Larijani e la Basij contano: anatomia di un sistema

Colpire Ali Larijani equivale a mirare a un architetto istituzionale capace di tenere insieme leve di sicurezza, politica e relazioni intra-élite. Nell’immaginario occidentale è spesso definito un “tecnocrate della sicurezza”: già a capo dell’IRIB, poi segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e presidente del Parlamento; negli ultimi mesi, dopo la morte di Khamenei il 28 febbraio 2026, alcuni media lo hanno descritto come perno del comitato di transizione. Se confermata, la sua uccisione apre interrogativi su: - La capacità del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale di mantenere continuità decisionale nella gestione della guerra e della repressione interna; - Il possibile rafforzamento di altri segmenti dell’apparato, a partire dai Pasdaran e dall’Ufficio della Guida, nella catena di comando.

All’interno, la Basij è la mano visibile del controllo: recluta tra i giovani e le periferie, interviene nelle proteste, presidia i campus, “riempie gli spazi” dove la polizia ordinaria fatica. La rimozione del suo comandante, Gholamreza Soleimani, non smantella la struttura, ma priva l’organizzazione di un hub di coordinamento in una fase di massima intensità.