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18 marzo 2026 - Aggiornato alle 12:59
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l'intervista esclusiva

L'ambasciatore d'Israele Peled in Sicilia: «La guerra all'Iran appartiene a tutti, l'Europa si muova»

«La caduta degli ayatollah serve anche ai palestinesi. I raid non erano più rinviabili per scongiurare il rafforzamento missilistico del regime di Teheran»

18 Marzo 2026, 09:04

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L'ambasciatore d'Israele Peled in Sicilia: «La guerra all'Iran appartiene a tutti, l'Europa si muova»

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Le parole sono importanti. Non serve certo ricordarlo a un diplomatico di lungo corso qual è Jonathan Peled, ambasciatore di Israele in Italia da un anno e mezzo, dopo avere vissuto e mediato nel Salvador come in Australia. Peled ha un ruolo a dir poco delicato, vista la sovraesposizione del Paese che rappresenta per le scelte del governo Netanyahu, prima a Gaza e adesso a Teheran. Perché rispetto all’azione israelo-americana in Iran si moltiplicano i distinguo, le prese di distanza non tattiche ma nel merito. Pur nella consapevolezza che quello di Teheran è un regime ottuso e violento, che nega i diritti alle donne e agli oppositori, che ha soffocato nel sangue ogni tentativo di ribellione, l’Europa s’interroga sulla giustezza di questa guerra senza alcun mandato internazionale.

Per questo Peled usa toni fermi ma diplomatici, quelli che troppo smesso vengono invece sommersi dal fragore delle esplosioni, per provare a spiegare che le ragioni di Israele riguardano una fetta di mondo e non soltanto la Stella di David, che questa in corso in Iran è una “guerra giusta” e senza alternative né temporali né strategiche, che la caduta degli ayatollah giova anche ai palestinesi.


Facendosi intervistare a Villa Scammacca, nella redazione de La Sicilia, Peled difende la scelta di attaccare l’Iran, invita l’Europa a «sbracciarsi», lancia un messaggio ai palestinesi e ai milioni di persone scese in piazza per difendere i bimbi di Gaza dall’orrore.


La domanda più scontata, visto il contesto geopolitico che comincia ad emergere: questa guerra era necessaria?

«Sì, assolutamente sì, purtroppo. Era l’ultimo momento utile per agire, di fronte alla pericolosità militare del regime di Teheran. La “finestra” per farlo stava per chiudersi. Perché l’Iran aveva accelerato sensibilmente la produzione di missili balistici e stava progredendo sul fronte nucleare, cercando di nascondere tutto sotto la superficie, lontano dagli occhi dei servizi di intelligence occidentali. Non fossimo intervenuti adesso, dopo sarebbe stato troppo tardi per poter rimuovere questa minaccia esistenziale su Israele, ma anche sui Paesi del Golfo e indirettamente sull'Europa. I missili di Teheran - ricorda Peled - possono raggiungere la Turchia, Cipro, l’Azerbaigian, l’Iraq, la Giordania. Come dimostrato dai fatti di queste settimane, l’arco di instabilità disegnato dal regime degli ayatollah lambisce pericolosamente i confini dell’Europa. Desidero inoltre richiamare l'attenzione su un aspetto particolarmente grave: i missili iraniani non risparmiano nemmeno i luoghi sacri. Di recente, ne abbiamo avuto una dimostrazione concreta quando un missile iraniano è esploso sopra la Città Vecchia di Gerusalemme, i cui frammenti hanno raggiunto la Chiesa del Santo Sepolcro, il Patriarcato armeno, il quartiere ebraico e il Monte del Tempio, nelle immediate vicinanze della Moschea Al-Aqsa. È doveroso ricordare che Gerusalemme è una città di oltre un milione di abitanti, dove ebrei, cristiani e musulmani vivono fianco a fianco, condividendo spazi e luoghi di culto».

Eppure la via diplomatica, invocata ancora in queste ore da Papa Leone, c’era persino un tavolo aperto in Oman e poi s’è trattato anche a Ginevra un mese prima dell’attacco...

«La via diplomatica era già stata tentata e più di una volta. Ma gli iraniani hanno rifiutato di negoziare davvero, hanno rifiutato di compromettersi e hanno sottovalutato la serietà di Trump e degli Stati Uniti. Quindi, purtroppo - e qui Peled lo rimarca - era necessaria l’opzione militare, a quel punto l'unica maniera di rimuovere questa minaccia».

L’Europa, i governi come soprattutto l’opinione pubblica, hanno compreso il pericolo che viene da Teheran?

«L’Europa deve fare di più, deve, come si dice in italiano, ah ecco rimboccarsi le maniche, sbracciarsi. Ha troppo spesso delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti e questo schema non è sostenibile. Credo che l’Europa sia percependo la pericolosità della minaccia iraniana. È un fatto che non riguarda soltanto Israele o gli Stati Uniti, ma tutto l’Occidente, più direttamente, i Paesi del Golfo che non a caso hanno sempre avuto paura dell'Iran. Ora la prova è davanti agli occhi di tutti. Quello di cui parliamo non è soltanto una guerra tra Israele, Usa e Iran è un conflitto che stiamo combattendo in nome dell'intero mondo occidentale».

Ambasciatore, La Sicilia ha intervistato un esperto israeliano, Ely Korman dell’università Reichman, e ha detto senza mezzi termini che uccidere Khamenei è stato un errore per il sol fatto che in questo contesto il rischio terrorismo proprio per l’Occidente sarà più elevato. La disperazione del perdente non arma questo tipo di ritorsione?

«Sì e no. Sì perché il terrorismo di matrice islamica, dell’Islam fanatico è una minaccia seria. No, perché il rischio attentati non nasce adesso, c’è sempre stato per noi israeliani e per tutto il mondo. Voglio dire che è conseguenza di questa guerra: basti pensare agli attentati di Madrid, alle bombe a Londra, agli attacchi a Parigi. Il terrore jihadista ha già colpito il cuore dell'Europa, più volte. Usare il rischio terrorismo come pretesto per non affrontare il regime iraniano una volta per tutte sarebbe un errore strategico di proporzioni enormi. La minaccia esiste, è reale, ma non può diventare un alibi per non agire».

Sarà una guerra breve? Intanto i tempi si sono già allungati e dipendono dall’obiettivo che si vuole raggiungere.

«Credo che sarà una guerra abbastanza breve. L’obiettivo dichiarato non è la conquista territoriale né l'occupazione, ma smantellare la capacità dell'Iran di lanciare missili balistici verso Israele e verso l'Europa e creare le condizioni perché il popolo iraniano possa finalmente liberarsi dal regime che lo opprime».

Italia e Israele: un rapporto solido, sicuramente dal punto di vista istituzionale, ma non privo di tensioni, anche recenti, perché il Paese si è mobilitato per quanto fatto dal governo Netanyahu a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas. Le immagini delle vittime civili palestinesi, dei bambini allo stremo, hanno impressionato il mondo intero e hanno alimentato manifestazioni di piazza, una vera mobilitazione.

«È vero, l’opinione pubblica non è sempre con noi - ammette Peled - mentre il governo italiano ha mostrato una tendenza più aperta verso Israele. Ma adesso credo che tutti possano vedere quanto reale fosse la minaccia rappresentata da Hamas, un problema non solo di Israele, ma di tutto l’Occidente».

È un fatto che l’Italia abbia pensato a una legge per frenare l’ondata antisemita che ha raggiunto il Paese...

«L’antisemitismo non è un problema degli ebrei o degli israeliani, è un problema degli italiani, della società italiana. E combattere ogni forma di razzismo, specialmente l’antisemitismo ma qualsiasi tipo di discriminazione, è nell’interesse intanto dell’Italia. Gli ebrei italiani - ricorda l’ambasciatore - sono presenti nel vostro Paese da più di duemila anni e sono cittadini italiani a pieno titolo: devono sentirsi sicuri come tutti gli altri cittadini italiani, godere degli stessi diritti e della stessa protezione. L’ho detto anche alla senatrice Liliana Segre, che ho avuto piacere di incontrare più volte, anche a casa sua».

Ma, al di là della visione di Trump e Netanyahu, degli immaginifici resort con vista sul mare, cosa ne sarà davvero di Gaza, del popolo palestinese?

«Hamas senza l’Iran perde il suo più sostegno più importante - risponde sicuro Peled - ecco perché stiamo vivendo un momento storico per cambiare tutti gli equilibri del Medio Oriente. Un Iran privato della capacità nucleare e del potere di finanziare le organizzazioni terroristiche renderebbe il mondo migliore anche per i palestinesi. Sono sicuro che anche la maggioranza dei palestinesi voglia vivere in pace, o per lo meno in tranquillità, con noi. Questa guerra giova anche alla Palestina».

Questa che sta facendo è la sua prima visita in Sicilia.

«Vivete in una terra bellissima, ho visto posti magnifici e ho capito perché gli israeliani amano così tanto la Sicilia. Ma penso anche alle possibilità di rafforzare i legami economici, la cooperazione tra noi e voi, dalla tecnologia applicata all'agricoltura appunto al turismo, alla formazione. E comunque condividiamo con la Sicilia legami culturali e storici profondi, le radici ebraiche qui in Sicilia sono forti. Gli israeliani provano hanno un grande amore per quest’Isola, non a caso esistono già voli diretti da Tel Aviv. In questi giorni ho capito perché migliaia di israeliani vengono ogni anno a visitare la Sicilia e io mi aggiungo volentieri Sicilia e io mi aggiungo volentieri a questo nutrito gruppo di turisti».

La Sicilia non è solo un posto in cui investire e aprire alberghi, ma è anche un’isola baricentrica nel Mediterraneo, anche in termini di sicurezza.

«Una posizione strategica che va sottolineata, non solo in questo momento di tensioni nell’area. E anche su questo possiamo lavorare insieme».