IL CASO
“Cronometro falsato”: nuova accusa sul caso Domenico. Due medici indagati per falso nella cartella clinica
La Procura ipotizza modifiche agli orari chiave tra l’arrivo del cuore da Bolzano e l’inizio dell’espianto a Napoli. Una crepa decisiva che si somma all’omicidio colposo già contestato
Centinaia di peluche appoggiati ai cancelli del Monaldi sembrano guardare il tempo. Un tempo che, secondo gli inquirenti, potrebbe essere stato “aggiustato” a penna nella cartella clinica del piccolo Domenico Caliendo. È su quegli orari — l’istante in cui il cuore prelevato a Bolzano arriva in sala a Napoli e il minuto esatto in cui comincia l’espianto del cuore malato — che si concentra la nuova accusa di falso mossa a due camici bianchi già indagati per omicidio colposo in concorso. La Procura di Napoli ha chiesto per loro una misura interdittiva: un passaggio che fa capire quanto il nodo del “cronometro” sia diventato centrale per ricostruire cosa sia davvero accaduto il 23 dicembre 2025.
I nomi e l’ipotesi di falso documentale
Gli indagati per la nuova ipotesi sono il cardiochirurgo Guido Oppido, il medico che ha eseguito il trapianto, e l’operatrice di sala Emma Bergonzoni. Per entrambi, spiegano le fonti giudiziarie, la Procura ha chiesto al Gip una misura interdittiva; i due sanitari dovrebbero essere ascoltati entro la fine del mese di marzo 2026. Sul tavolo dei magistrati ci sarebbero presunte modifiche — o inesattezze — nelle annotazioni relative a due passaggi-chiave: l’arrivo del cuore da Bolzano a Napoli e l’inizio dell’espianto del cuore del bambino. Agli stessi indagati era già contestato il reato di omicidio colposo in concorso. A difenderli ci sono, tra gli altri, gli avvocati Alfredo Sorge, Vittorio Manes e Vincenzo Maiello.
Che cosa significa “manomettere” il tempo in una cartella clinica
In un trapianto pediatrico, gli orari non sono un dettaglio marginale: misurano la “vita utile” dell’organo fuori dal corpo e la sicurezza di ogni passaggio. Se davvero nella cartella clinica compaiono orari “non coincidenti” con le fasi propedeutiche al trapianto — come riferito dagli inquirenti dopo aver incrociato le versioni dei sanitari ascoltati come persone informate sui fatti — allora non si tratterebbe di meri refusi. Potrebbe voler dire che qualcuno ha cercato di far “tornare” la cronologia di una procedura che, nella realtà, avrebbe seguito un altro ritmo. È l’essenza dell’ipotesi di falso ideologico che, se provata, si sommerà o si coordinerà con l’accertamento delle responsabilità per negligenza, imprudenza o imperizia già in campo.
La scena in sala: il cuore che non “risponde” e il tempo che sfugge
Più tasselli, nelle ultime settimane, hanno alimentato il sospetto di una gestione del tempo non ottimale. In alcune testimonianze si parla di un espianto del cuore malato iniziato “almeno 14 minuti” prima che il nuovo organo facesse il suo ingresso in sala; in altre ricostruzioni, l’anticipo sarebbe stato di 4 minuti. Un margine che, di per sé, non spiega tutto, ma che diventa cruciale se si somma a ciò che sarebbe emerso aprendo il contenitore: un cuore in condizioni non conformi, “ghiacciato” dal contatto con ghiaccio secco. A quel punto, in sala, si sarebbe tentato l’impossibile — perfino “scongelare” il tessuto con acqua a diverse temperature — senza mai ottenere un battito efficace. Sono circostanze che la magistratura sta verificando punto per punto, ma che tornano in diverse fonti e verbali.
Le conseguenze per il piccolo: dal 23 dicembre al 21 febbraio
Il trapianto fallito del 23 dicembre apre un calvario clinico di quasi due mesi, fino alla morte del bambino il 21 febbraio. In questo arco temporale, secondo una scansione oraria ricostruita in atti, Domenico sarebbe rimasto “senza cuore” per almeno 45 minuti nella fase critica di sostituzione dell’organo: un dato che i consulenti tecnici nominati dal Gip stanno vagliando con attenzione. Nel frattempo, altri elementi consolidano il quadro: il 14 febbraio il Bambino Gesù di Roma avrebbe dichiarato il piccolo “non più trapiantabile”, mentre sul fronte amministrativo l’Azienda Ospedaliera dei Colli disponeva le prime sospensioni dei dirigenti direttamente coinvolti nella fase di espianto e trapianto.
Sette indagati, due strutture a confronto e un’indagine a “doppio binario”
La platea degli indagati, inizialmente circoscritta, è cresciuta fino a sette tra chirurghi, medici e paramedici del Monaldi. Il confronto tra Napoli e Bolzano sulla responsabilità del danno all’organo si è acceso presto: in una fase, la Procura avrebbe valutato l’ipotesi di sentire anche due sanitari altoatesini; in un’altra, è stato precisato che l’indagine penale resta focalizzata sulla morte di Domenico e non su trapianti precedenti. In parallelo, il Ministero della Salute ha inviato ispettori sia a Napoli sia a Bolzano, con l’ausilio dei NAS. È un doppio binario — penale e ispettivo — che, incrociando atti, si concentra su un punto: perché fu usato ghiaccio secco e non un sistema di trasporto evoluto, e chi doveva vigilare.
Il nodo del trasporto: “box” evoluti non usati e il rischio del ghiaccio secco
La domanda più dura è anche la più semplice: perché un cuore pediatrico così prezioso è stato trasportato in un contenitore tradizionale, con ghiaccio secco, quando allo stesso Monaldi — stando a fonti interne e a ricostruzioni giornalistiche — sarebbero stati disponibili almeno tre “box” tecnologicamente avanzati, del valore di circa 7.000 euro l’uno, progettati proprio per questo tipo di trasferimenti? Le ipotesi che circolano toccano formazione, procedure interne, interoperabilità tra équipe e fornitori. Gli inquirenti stanno acquisendo documentazione e manuali, mentre le direzioni sanitarie sono state chiamate a rendere conto delle dotazioni presenti e dell’eventuale mancata formazione del personale a utilizzarle.
Cosa c’è scritto (e cosa manca) nella cartella clinica
Al centro della nuova ipotesi accusatoria ci sono gli orari: quello dell’“ingresso” del cuore in sala e quello dell’“inizio” dell’espianto. È su questi due riferimenti che, secondo chi indaga, si registrano scostamenti tra ciò che è scritto e ciò che testimoni affermano di aver visto. La Procura — con il pm Giuseppe Tittaferrante e l’aggiunto Antonio Ricci — parla di “criticità emerse dall’analisi della cartella clinica”, soprattutto rispetto alla concomitanza tra arrivo dell’organo e fasi propedeutiche al trapianto: “quegli orari non sarebbero stati confermati” da alcuni sanitari sentiti come persone informate dei fatti. È il motivo per cui l’ipotesi di falso si affianca oggi a quella di omicidio colposo già nota.
La difesa: “Scelte obbligate, atti trasparenti”
Dal fronte delle difese, la linea è netta: il primario e l’équipe avrebbero agito nell’urgenza clinica, con l’unico obiettivo di salvare il bambino, confidando di superare le criticità dell’organo. Gli avvocati di Guido Oppido hanno più volte sostenuto che gli atti di “gestione del rischio” non dovrebbero finire nel fascicolo penale e che la cartella clinica documenterebbe in modo completo le condizioni oggettive del cuore al momento del trapianto. Lo stesso Oppido ha rivendicato la correttezza del proprio operato e, nelle prime settimane dopo l’esplosione del caso, ha parlato pubblicamente — anche in modo accorato — della sua versione dei fatti. Tutti gli indagati restano coperti dalla presunzione d’innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.
L’autopsia e l’incidente probatorio: che cosa si cerca davvero
Il 2 marzo scorso il Gip Mariano Sorrentino ha accolto l’istanza di ricusazione di uno dei periti originariamente nominati, sostituendolo con un altro specialista per garantire la massima imparzialità dell’incidente probatorio. I primi riscontri autoptici hanno fornito due indicazioni: da un lato, non emergerebbero lesioni da espianto sul cuore malato del bambino; dall’altro, si confermano le criticità riconducibili all’organo danneggiato durante il trasporto. Il calendario peritale — che prevede ulteriori accertamenti tecnici nelle prossime settimane — sarà decisivo per fissare in modo incontrovertibile i tempi e i passaggi, inclusi i minuti “di buio” tra espianto e arrivo del cuore “nuovo”.
L’onda lunga fuori dall’ospedale: sospensioni, verifiche e dolore pubblico
Sul piano amministrativo, l’Azienda Ospedaliera dei Colli ha sospeso due dirigenti medici coinvolti nelle prime fasi del caso; il Ministero della Salute ha disposto verifiche e missioni ispettive. Intanto, la comunità di Nola ha accompagnato il piccolo Domenico con una partecipazione straordinaria: la cattedrale ha ospitato i funerali nel pomeriggio del 4 marzo 2026, due settimane dopo il decesso, mentre l’autopsia andava avanti con un collegio allargato di consulenti. Una tragedia privata diventata questione pubblica, che interroga la qualità dei protocolli e la tenuta dell’intero sistema dei trapianti pediatrici.