la guerra
«L'Iran non stava arricchendo l'uranio», anche l'Intelligence Usa volta le spalle a Trump: le parole di Tulsi Gabbard in Senato
L’audizione ha incrinato la narrazione della Casa Bianca che aveva celebrato una vittoria ottenuta "in un'ora" e parlato di un regime "distrutto" e di Teheran che era a "due settimane" dalla bomba atomica
Colpo di scena nel Senato Usa: la direttrice della National Intelligence, Tulsi Gabbard, ha clamorosamente smentito la retorica della Casa Bianca, dichiarando che, dopo i massicci attacchi del giugno 2025, Teheran "non ha tentato di ricostruire" le capacità di arricchimento dell’uranio.
L’audizione ha incrinato la narrazione del presidente Donald Trump, che aveva celebrato una vittoria ottenuta "in un'ora" e parlato di un regime "distrutto", fino a poco prima a "due settimane" dalla bomba atomica.
Il quadro delineato dall’intelligence restituisce invece l’immagine di un Paese duramente provato, ma con un apparato politico ancora "intatto", capace di imporre disciplina.
La Repubblica islamica ha mantenuto le proprie catene di comando e una sorprendente capacità di impiegare missili e droni, nonostante gli omicidi mirati di diverse figure di vertice militare. Il nodo centrale resta l’esito della "guerra dei 12 giorni".
Dopo i raid israeliani su vasta scala del 13 giugno 2025, gli Stati Uniti hanno colpito i siti simbolo del programma nucleare a Natanz, Fordow e Isfahan.
Trump aveva definito quelle infrastrutture "completamente obliterate", bollando come "fake news" i report più cauti degli analisti. I riscontri tecnici, tuttavia, attestano danni severi in superficie senza provare la distruzione delle sale sotterranee; la Defense Intelligence Agency stima dunque un arretramento del programma atomico di "mesi", non di "anni".
Il paradosso emerso dall’audizione è che l’Iran disporrebbe delle potenzialità industriali per ripartire, ma manca la decisione politica di farlo. Nonostante la sospensione della cooperazione con gli ispettori dell’AIEA dal luglio 2025, nel secondo semestre dello stesso anno non si è registrata alcuna riattivazione delle catene di approvvigionamento sensibili.
Anche il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, a novembre 2025, aveva confermato questa linea, dichiarando che il Paese "non stava più arricchendo", pur rivendicandone il diritto. L’intervento di Gabbard incide profondamente sulle strategie statunitensi. Da un lato sgonfia l’allarmismo sulla minaccia "imminente" che giustificava la nuova campagna di Trump, denominata "Epic Fury"; dall’altro avverte che la sfida globale di Teheran non è conclusa, citando il possibile sviluppo di missili balistici intercontinentali entro il 2035.
La spaccatura a Washington mette a nudo il contrasto tra dati oggettivi — che invitano alla prudenza in uno scenario regionale sempre più incandescente e segnato da scontri diretti ad alta intensità — e il trionfalismo presidenziale.
Risale a due giorni fa la notizia delle dimissioni di Joe Kent, alla guida del Centro antiterrorismo statunitense. La decisione, secondo quanto riportato, è legata alla guerra che Stati Uniti e Israele avrebbero avviato con l’attacco all’Iran del 28 febbraio. “Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran”, si legge in un post su X pubblicato da Kent. “L'Iran - prosegue - non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana”.