l'emergenza
Arctic Metagaz, ora spunta l'ipotesi di un affondamento controllato: ma i rischi ambientali sono enormi
La nave russa con 61 mila tonnellate di GNL nella stiva è alla deriva nel Canale di Sicilia tra le Pelagie, la Sirte e Malta, senza equipaggio, in balia delle correnti e senza dispositivi di localizzazione. I trenta uomini dell'equipaggio sono stati da tempo evacuati
Cargo costretti a deviazioni ampie per evitare il relitto e avvisi di sicurezza che rimbalzano da un’autorità portuale all’altra. È allarme rosso nel Canale di Sicilia: l’Arctic Metagaz, la metaniera per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) lunga 277 metri, vaga senza governo e in balia delle onde e delle carrenti dopo essere stata colpita da droni probabilmente ucraini ed evacuata.
Dinanzi a un pericolo definito “imminente e grave”, cinque Paesi costieri – Malta, Italia, Spagna, Grecia e Cipro, i cosiddetti “Med 5” – hanno indirizzato un appello congiunto alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, invocando una risposta “rapida, coordinata e proporzionata” tramite l’attivazione del “Meccanismo di protezione civile dell’UE” per prevenire un incidente senza precedenti.
Ecco come si presenta #ArcticMetagaz .
Esclusiva di @Newsbook_com_mt che questa mattina, con aereo privato decollato da Malta, ha documentato il relitto del tanker russo alla deriva.
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pic.twitter.com/4Wnmhf1wdz — Sergio Scandura (@scandura) March 15, 2026
La crisi è cominciata lo scorso al 3 marzo, quando l’unità è stata oggetto, secondo fonti militari, di un attacco con droni marittimi, attribuito da Mosca alle forze ucraine. Una serie di deflagrazioni ha scatenato un violento rogo nella sezione centrale dello scafo, imponendo ai circa 30 membri dell’equipaggio una precipitosa evacuazione su navi in transito.
Malgrado le autorità libiche avessero inizialmente comunicato l’affondamento totale, successive ricognizioni aeree hanno accertato che il relitto è ancora a galla. Spinta da venti e correnti invernali, l’imbarcazione si sta allontanando dalle acque a sud-est di Malta in direzione della Sirte con i sistemi di tracciamento disattivati e trasformata in un pericolo mobile per l’affollato crocevia commerciale est-ovest.
La minaccia più insidiosa si cela nei serbatoi criogenici: a bordo vi sarebbero tra le 61.000 e le 62.000 tonnellate di GNL conservato a -162 °C. Pur non provocando le persistenti “maree nere” tipiche degli sversamenti petroliferi, il gas liquefatto comporta un rischio operativo elevatissimo. A contatto con aria e acqua, evapora generando nubi altamente infiammabili che, alla minima scintilla, possono innescare incendi intensi, “flash fire” ed esplosioni di eccezionale potenza.
Condizioni meteomarine avverse, come mareggiate improvvise, potrebbero inoltre mettere ulteriormente a dura prova la struttura già compromessa dello scafo, accrescendo la probabilità di cedimenti repentini. La vicenda ha anche una dimensione geopolitica. L’Arctic Metagaz è ritenuta parte della “flotta ombra” russa, una rete di navi che, tramite cambi di bandiera e società di comodo, continua a trasportare idrocarburi eludendo le sanzioni di UE, USA e Regno Unito. Il carico sarebbe collegato a progetti russi sottoposti a restrizioni, come “Arctic LNG 2”.
Sul tavolo vi sono opzioni tutte difficili. Stabilizzare e rimorchiare la metaniera per effettuare un trasbordo ship-to-ship è tecnicamente arduo per il GNL e subordinato a condizioni di sicurezza pressoché ideali. In alternativa, si potrebbe istituire un’ampia zona di interdizione alla navigazione in attesa che il pericolo decresca; nell’ipotesi più estrema di cedimento imminente, resta la possibilità di un affondamento controllato, lo “scuttling”, in acque profonde, con pesanti implicazioni politiche e ambientali.