La guerra raccontata dalla Sicilia
Dall'Iran a Catania: Dastan ha scelto l’amore e il cuore batte in due Paesi
Il sollievo: dopo dieci giorni di silenzio il contatto con la famiglia: «Stiamo bene»
Un popolo in eterno dilemma tra passato e presente: tra la monarchia e la Repubblica Islamica. Un Paese che, oltre la guerra, è tanto grande quanto bello. Da scoprire, da conoscere - ma oggi irraggiungibile. Come lo sono le comunicazioni dall'Italia. Il telefono di Parisa e di Masud resta spento per dieci lunghi, lunghissimi giorni. Nel frattempo, Dastan osserva dalla televisione di casa sua, a Catania, le immagini dei bombardamenti sull'Iran. Aspetta una buona notizia, oltre le macerie, la disperazione, il sangue, i feriti e i morti civili che, da sempre, segnano ogni conflitto. È il dieci marzo quando finalmente il cellulare squilla. «Stiamo bene, voi come state?»
Poche parole, ma rassicuranti. È la voce di sua madre, Parisa. Dastan ha 60 anni: iraniano d'origine, italiano d'adozione vivendoci da circa trent'anni. Ha due fratelli, Masud e Amir, che vive a Firenze.
«Io e mio fratello Amir siamo venuti in Italia dopo la caduta dello scià», racconta. «In quel periodo le università in Iran erano chiuse a causa della rivoluzione». La scelta dell'Italia non fu pianificata, arrivò quasi per caso.
La sua famiglia si trova a Behshar, una città nel nord-est dell'Iran, affacciata sul Mar Caspio. Una zona lontana dalla capitale, Teheran, che dista circa sei ore di macchina.
«Ero abbastanza sicuro che nella mia città non ci fossero punti strategici», racconta. «Ma a 50 chilometri sono state bombardate due città sulla costa del Caspio».
Poi aggiunge: «Prima della guerra chiamavo sempre mia madre sul telefono fisso. Oppure ci sentivamo su WhatsApp, con le videochiamate. Negli ultimi giorni però non funziona niente: né internet né la linea internazionale».
La madre è riuscita a chiamare i due figli, residenti in Italia, in due momenti diversi: prima quello che vive a Firenze, la domenica; poi, il giorno successivo, quello che vive a Catania. «Credo che le telefonate siano controllate», dice. «Forse permettono alle madri di chiamare i figli all'estero solo per dire che stanno bene».
Tuo fratello Masud ha raggiunto tua madre?
«No, ha preferito restare a Rasht. È una città più grande e più vicina alla costa e, di conseguenza, più esposta e rischiosa».
Masud dove abita?
«Mio fratello vive nella zona nord-occidentale del Mar Caspio, molto vicino all'Azerbaijan, a circa cento chilometri dal confine, in una città che si chiama Astara. Proprio da lì, nove mesi fa, sono riuscito a uscire dal Paese: sono entrata in Azerbaijan, ho preso un volo e sono venuto in Italia».
Ti riferisci al conflitto Iran-Israele, la guerra dei dodici giorni, scoppiata il 13 giugno 2025?
«Sì. Ero andato a trovare i miei parenti e la guerra è iniziata due o tre giorni prima della mia partenza. Dovevo partire la domenica, ma il conflitto è scoppiato il venerdì mattina. I voli sono stati sospesi e lo spazio aereo è rimasto chiuso per giorni e giorni. A quel punto non potevo fare altro che lasciare il Paese via terra. Anche il consolato italiano mi ha contattato. All'inizio mi avevano consigliato di restare dov'ero, perché non potevano garantire la sicurezza del viaggio. Poi mi hanno detto che l'unica possibilità era uscire via terra, attraversando il confine con la Turchia o con l'Azerbaijan. Mi avevano sconsigliato la Turchia: c'era troppa confusione, troppe persone che cercavano di passare da lì. Così, anche grazie all'appoggio di mio fratello che vive vicino al confine, ho scelto di dirigermi verso l'Azerbaijan. Ero più preoccupato per mia moglie Sara che attendeva con molta ansia il mio ritorno a casa che per me».
La sua Sara è siciliana e gli ha rubato il cuore per la sua forte indipendenza e lo spirito sportivo che condividono entrambi. Innamorati da vent'anni, si sono conosciuti durante una vacanza in Toscana, alle terme di Saturnia. All'epoca Dastan viveva lì, ma pochi anni dopo, per amore, ha deciso di trasferirsi a Catania, dove poi si sono sposati.
Parisa verrà mai in Italia?
«No, non potrebbe vivere nemmeno una settimana qui: troppo legata alle sue abitudini e ai luoghi in cui vive».
E tuo padre?
«È scomparso quando ero solo un ragazzino. Faceva l' anestesista ed era dedito al lavoro e a noi».
Guerra permettendo, ri-andrai a trovare i tuoi cari in Iran?
«Non vedo l'ora di riabbracciarli, sempre che mia moglie mi dia il permesso. A casa comanda lei» - conclude sorridendo.