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19 marzo 2026 - Aggiornato alle 17:07
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LA VICENDA

Stalking di gruppo, la svolta sul caso Bruzzone: atti a Roma e un intreccio che parte da lontano

La Procura di Cagliari chiude l’indagine su presunti atti persecutori ai danni della collega Elisabetta Sionis e della figlia minorenne

19 Marzo 2026, 14:46

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Stalking di gruppo, la svolta sul caso Bruzzone: atti a Roma e un intreccio che parte da lontano

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Una notifica arriva sul cellulare: è una chat di gruppo. Dentro, un mosaico di allusioni sessuali, fotomontaggi con un volto incollato su corpi che non c’entrano, frasi minacciose e vessatorie. È lo stralcio di un fascicolo che, stando agli inquirenti, racconta una campagna persecutoria durata almeno tre anni. Oggi la Procura di Cagliari ha messo un punto alla fase investigativa e un timbro su un avviso di conclusione indagini firmato dal pm Gilberto Ganassi: nel registro degli indagati c’è la criminologa Roberta Bruzzone, accusata di stalking di gruppo in concorso con altri tre soggetti; persone offese, la collega Elisabetta Sionis e la sua figlia minorenne. Gli atti – comprese le trascrizioni delle chat – per competenza territoriale prendono la strada della Procura di Roma. Il resto è una mappa di relazioni, processi, condanne e archiviazioni che, come spesso accade nella cronaca giudiziaria, non entrano in un solo titolo di giornale.

Cosa dice l’atto di chiusura: i nomi, le ipotesi, la rotta verso Roma

Secondo quanto ricostruito, la Procura di Cagliari ha chiuso le indagini nei confronti di Roberta Bruzzone, ipotizzando il reato di atti persecutori in concorso, ai danni di Elisabetta Sionis – psicologa forense, oggi giudice del Tribunale per i minorenni di Cagliari – e della figlia minorenne. L’avviso di conclusione firmato dal pm Gilberto Ganassi è stato trasmesso alla Procura di Roma per competenza, con dentro le trascrizioni delle chat che – sempre secondo la ricostruzione giornalistica – documenterebbero gli accordi che precedevano gli attacchi online. Nell’atto sono citati anche gli altri tre indagati: Monica Demma, Marzia Mosca e Giovanni Langella

Gli inquirenti ipotizzano una campagna persecutoria protratta per almeno tre anni, composta da allusioni a sfondo sessuale, “fotomontaggi del viso della persona offesa” e messaggi minacciosi. Le conversazioni, si legge nella sintesi giornalistica, sarebbero avvenute in chat di gruppo e su social, con un copione ripetuto di contenuti e rilanci. È bene ricordare che si tratta di ipotesi di reato e che gli indagati godono della presunzione di innocenza sino a sentenza definitiva

Un filo che porta al 2017: il contesto e la miccia del caso Pitzalis

La vicenda – sempre secondo la ricostruzione – rimanda al 2017 e si intreccia con uno dei casi di cronaca nera più controversi degli ultimi anni: quello della morte di Manuel Piredda e delle gravissime ustioni riportate dalla ex moglie Valentina Pitzalis. In quel solco si sono accumulati contenziosi, querele e controquerele che hanno creato un contesto di aspra contrapposizione pubblica e giudiziaria. Un’udienza del 17 giugno 2025 a Cagliari – riferisce la testata La Nuova Sardegna – vedeva proprio Roberta Bruzzone in tribunale in un diverso procedimento per diffamazione come parte lesa, a conferma di un cortocircuito di accuse incrociate tra professioniste, familiari e figure orbitanti intorno alla controversa vicenda Pitzalis.

Il precedente giudiziario: la condanna di Lipari e il quadro che si allarga

Nella cornice delineata dalle carte, compare un precedente non secondario: la condanna di primo grado a due anni nei confronti di Lucio Carmelo Lipari, ritenuto responsabile di stalking ai danni di Elisabetta Sionis. Il caso – seguito dalla stampa sarda – ha illuminato un metodo: l’uso sistematico dei social per colpire la reputazione, la vita privata e la serenità familiare della vittima, con post, video e presunti profili fake. Un’inchiesta de L’Unione Sarda del 30 giugno 2024 fotografava con chiarezza quel contesto: la criminologa cagliaritana Sionis “nel mirino” di una rete di stalker che avrebbe messo in piazza dati, dettagli e insinuazioni per “distruggere l’immagine pubblica” e aggredire la vita privata

Sullo sfondo, una galassia social che, in più di un processo, è finita agli atti: chat chiuse dove si pianificano contenuti, pagine che si rincorrono, profilazioni e fotomontaggi che trasformano la vita di una persona in uno spettacolo crudele. Sono proprio le trascrizioni di quelle conversazioni ad essere confluite nel fascicolo ora trasmesso a Roma, insieme ai nomi degli altri tre indagati

La versione di Bruzzone: “Parole brutte, sì. Ma ero esasperata. E la vittima sono io”

Nell’intervista telefonica, firmata dalla giornalista Viola Giannoli su la Repubblica, Roberta Bruzzone annuncia la sua linea: respinge l’etichetta di stalker, spiega l’espressione “si merita un malaccio” come sfogo - non minaccia né istigazione - e rivendica lo stato d’animo di chi, a suo dire, subisce da anni una campagna denigratoria. È la contro-narrazione che la criminologa ribadisce anche nei post su Facebook: si presenta come bersaglio privilegiato di “odio online”, insulti, montaggi tossici e fake, chiamando a testimone una lunga storia di denunce e processi in cui, non di rado, si è costituita parte offesa. La cornice è quella, più ampia, della violenza digitale che spesso sconfina nella vita reale.

Non è la prima volta che Bruzzone racconta pubblicamente di sentirsi esposta a minacce e persecuzioni: nelle interviste degli ultimi anni aveva denunciato un clima d’odio alimentato dai social e dichiarato di avere subito campagne di diffamazione e persino minacce di aggressione fisica. Un filone parallelo - e per molti versi speculare - che alimenta la sua tesi: i suoi eccessi verbali sarebbero reazioni improprie ma collocate dentro un quadro di esasperazione personale e professionale.

Chi è Elisabetta Sionis, la collega al centro del fascicolo

La figura di Elisabetta Sionis è cruciale per capire la genealogia di questa conflittualità. Criminologa sarda, psicologa forense con trascorsi come giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Cagliari, è finita a sua volta al centro di procedimenti in cui si è costituita parte offesa per stalking e diffamazione via social. Questo versante ha prodotto, nel tempo, provvedimenti e sentenze poi rimesse in discussione in Appello per ragioni di competenza: oggi, parte di quegli atti è destinata a una nuova valutazione nelle sedi romane. Il suo profilo istituzionale — e le relative implicazioni sulla competenza territoriale — è uno dei nodi tecnici che hanno appena rimescolato le carte.

Che cosa succede ora: tempi, decisioni, garanzie

La trasmissione degli atti alla Procura di Roma apre una fase nuova. Per la difesa, si tratterà di accedere agli atti, esaminare le chat e – se lo riterrà – depositare memorie o chiedere atti integrativi. Per l’accusa, l’obiettivo sarà valutare se avanzare richiesta di rinvio a giudizio, chiedere archiviazione o esplorare ulteriori approfondimenti. I tempi dipenderanno dalla complessità del fascicolo e dalle strategie delle parti. Resta intatto il principio-cardine: la presunzione di innocenza degli indagati sino a giudizio definitivo