l'analisi
L'Economist stronca la guerra all'Iran e Trump: «Attenzione, è un pessimo perdente»
Il conflitto incrina i tre "superpoteri" del presidente — narrazione, leva negoziale e controllo del partito — e rischia di trasformare la Casa Bianca indebolita in un avversario più pericoloso
La regola non scritta della politica statunitense è stata a lungo chiara: "Mai scommettere contro Donald Trump".
Eppure, secondo una severa analisi pubblicata da The Economist, l’attuale confronto con l’Iran configura una crisi perfetta, capace di intercettare e far deragliare la traiettoria del suo secondo mandato.
Il settimanale britannico avverte che questa guerra, giudicata "malgiudicata e sconsiderata", sta erodendo uno dopo l'altro i tre "superpoteri" politici che finora hanno reso Trump politicamente intoccabile.
The reckless campaign against Iran will weaken America’s president. That will make him angry. Be warned: he makes a very bad loser https://t.co/UUNQjqewMl pic.twitter.com/qYyimeEMjp
— The Economist (@TheEconomist) March 19, 2026
Il primo a incrinarsi sarebbe la sua abilità di imporre una narrazione dominante. Benché il Presidente continui a proclamare di aver già vinto, la realtà sul terreno racconta altro: il regime di Teheran resiste, i suoi 400 kg di uranio arricchito restano intatti e l’apparato militare iraniano ha innescato un conflitto parallelo contro l’infrastruttura energetica globale.
I mercati ne danno immediata testimonianza: dopo l’attacco missilistico di Teheran a un hub del gas in Qatar, il Brent ha superato i 110 dollari al barile. Il tempo, sottolinea The Economist, gioca a favore dell’Iran, forte di un ampio arsenale di droni, mentre Stati Uniti e Israele rischiano a breve di esaurire sia i bersagli di rilievo sia i missili intercettori.
Anche il secondo superpotere, l’uso spregiudicato della leva negoziale, si starebbe ritorcendo contro la Casa Bianca. Quando Trump ha cercato di costringere gli alleati della NATO ad aprire lo Stretto di Hormuz, evocando la minaccia di un futuro "molto brutto", ha incassato un rifiuto netto. Al contrario, è Teheran a dettare le condizioni: minacciando di far passare solo le navi dei "paesi amici", l’Iran potrebbe spingere il prezzo del greggio a 150 dollari al barile.
Una dinamica che rischia di imporre agli Stati Uniti concessioni onerose, come l’allentamento delle sanzioni o persino il ritiro di basi militari dal Medio Oriente.
È però il fronte interno a presentarsi come il più fragile, mettendo a repentaglio il terzo superpotere trumpiano: il controllo assoluto sul Partito Repubblicano. Eletto con la promessa di proteggere gli americani dall’inflazione e da nuove guerre, il Presidente si trova ora a dover rendere conto della morte di 13 militari e di un diesel schizzato a 5,09 dollari al gallone.
Il settimanale descrive un partito in ebollizione: mentre figure di spicco del movimento MAGA, come Tucker Carlson, parlano di tradimento, molti parlamentari repubblicani sarebbero "furiosi" in privato per l’arroganza e l’assenza di una strategia chiara del Presidente.
Il conto, avverte l’analisi, arriverà alle urne: per effetto di questa crisi, i repubblicani avrebbero ora altissime probabilità di perdere la Camera alle elezioni di midterm e le chance di smarrire anche il Senato sarebbero salite al 50%.
La conclusione tracciata da The Economist è un monito inquietante. Un Trump politicamente indebolito difficilmente cercherà la conciliazione; punterà piuttosto alla ritorsione. "Un presidente più debole potrebbe diventare più pericoloso". Messo all’angolo, potrebbe colpire gli alleati, abbandonare l’Ucraina, entrare in rotta di collisione con la Federal Reserve o usare le agenzie governative contro i suoi avversari interni. L’ultima chiosa del settimanale è lapidaria: "Attenzione: è un pessimo perdente".