la polemica
Tra Usa e alleati tensione alle stelle e Trump dà dei "codardi" agli europei: perché stavolta lo strappo è più profondo che mai
Scontro transatlantico sullo Stretto di Hormuz: il presidente spinge per una coalizione militare, l'Ue opta per de-escalation, corridoi navali e garanzie per proteggere rotte e mercati energetici
Uno strappo senza precedenti scuote l’alleanza transatlantica. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sferrato un attacco frontale e virale contro gli alleati della NATO, bollando apertamente gli europei come “codardi” e “paper tiger”.
Nel mirino di Washington c’è il Vecchio Continente, accusato di non voler offrire un sostegno militare concreto per “riaprire” e mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz.
Dietro lo scontro verbale si profila una crisi economica di prim’ordine. Lo Stretto di Hormuz, un passaggio largo poche miglia, convoglia circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e quote analoghe di Gas Naturale Liquefatto. La posta in gioco è elevatissima: ogni interruzione del traffico marittimo innesca un’impennata immediata dei premi assicurativi e una forte volatilità sui mercati energetici. Secondo le stime, un rincaro di appena 10 dollari al barile potrebbe erodere tra lo 0,2% e lo 0,3% della crescita globale.
Per l’Europa, salvaguardare la stabilità delle rotte equivale a difendere le proprie economie dal rischio di un’inflazione energetica capace di soffocare la ripresa del 2026. La Casa Bianca ha intensificato gli sforzi per costruire una coalizione militare a guida USA nel Golfo, chiedendo a capitali europee e asiatiche navi da guerra e capacità di scorta per operazioni sul campo.
La replica di Regno Unito, Italia, Francia e Germania è stata compatta: pieno sostegno politico alla libertà di navigazione, ma nessun impegno operativo “al buio” o automatico sotto bandiera americana.
Un rifiuto che ha acceso l’ira di Trump, il quale ha scelto l’invettiva come leva di pressione per strappare l’invio di assetti navali. La cautela europea risponde a una strategia di de-escalation. I governi del continente resistono all’idea di dispiegare forze “a chiamata” per quattro motivi principali: evitare di essere trascinati in una campagna bellica dagli obiettivi mutevoli; preservare un profilo strategico autonomo; scongiurare un’escalation diretta con l’Iran, con il rischio di incendiare Iraq, Siria, Libano e Mar Rosso; e calibrare risorse limitate, mantenendo la priorità sulla difesa del fianco Est e sul sostegno all’Ucraina.
Parigi ha già rafforzato il proprio dispositivo navale nell’ambito dell’operazione europea EUNAVFOR “Aspides”, preferendo un ombrello continentale con regole d’ingaggio rigorosamente difensive. Londra, dal canto suo, coordina le mosse con il gruppo E4 (Francia, Germania, Italia), nel tentativo di bilanciare lealtà atlantica e autonomia europea.
Mentre fonti statunitensi lasciano trapelare la valutazione di opzioni ad alto rischio — come il “blocco” o l’“occupazione” tattica di nodi logistici nel Golfo — l’Europa punta sul multilateralismo.
Le principali capitali invocano un passaggio in Consiglio di Sicurezza dell’ONU e propongono un meccanismo collettivo con corridoi navali definiti, scorte coordinate e garanzie assicurative pubbliche (“assicurazione sovrana”) per gli armatori, con l’obiettivo di “normalizzare” il transito riducendo i costi di rischio. La frattura transatlantica appare dunque netta: da un lato l’“all-in” muscolare invocato da Trump; dall’altro la diplomazia europea, che cerca di tutelare rotte e prezzi dell’energia senza precipitare in una nuova guerra a geometria variabile.

