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23 marzo 2026 - Aggiornato alle 01:35
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la guerra

“Spezzeremo i valichi sul Litani”: Israele alza la posta contro Hezbollah. Il Libano conta i morti, fughe di massa oltre il milione

Mentre l’Idf prepara nuove “operazioni mirate” e una possibile avanzata più profonda, il governo di Tel Aviv ordina l’evacuazione a nord del Litani e minaccia la distruzione delle infrastrutture

22 Marzo 2026, 22:38

22:40

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Nella periferia sud di Beirut famiglie assiepate in auto ascoltano un altoparlante che scandisce: “Salvatevi la vita, evacuate immediatamente a nord del fiume Litani”. Mezz’ora più tardi una nuova serie di raid su Dahiyeh alimenta il panico e innesca un ulteriore esodo, che si somma alla fuga di quanti dal Sud hanno già attraversato il Paese con in tasca solo i documenti. È l’immagine, cruda e ancora provvisoria, dell’ultima svolta nel confronto tra Israele e Hezbollah: piani operativi aggiornati per intensificare le azioni sul terreno e i colpi mirati, ordini di abbattimento dei valichi sul Litani e di abitazioni lungo il confine, mentre in Libano — secondo cifre ufficiali — i morti sfiorano o superano la soglia simbolica delle mille vittime e gli sfollati superano il milione.

Un’escalation pianificata

L’esercito israeliano ha approvato piani per potenziare le operazioni nel Sud del Libano, combinando penetrazioni circoscritte a una campagna di “attacchi mirati” contro quadri e infrastrutture di Hezbollah. La dottrina è quella della “forward defense”: spostare la linea del rischio oltre il confine, neutralizzando rampe di lancio e nodi logistici. Testimonianze e conferme di osservatori internazionali parlano di incursioni e posizionamenti in località di frontiera, oltre a un richiamo massiccio di riservisti. Parallelamente, ordini di evacuazione “a tappeto” hanno interessato quasi tutta l’area a sud del Litani — circa l’8% del territorio nazionale — con l’esplicito avvertimento che “ogni movimento verso sud può mettere in pericolo la vita”. Organizzazioni indipendenti richiamano l’attenzione sui rischi giuridici e umanitari di simili disposizioni, specie in assenza di corridoi, mezzi e rifugi sicuri. Sul terreno politico, il ministro della Difesa Israel Katz ha ventilato l’ampliamento del raggio dell’operazione per creare una fascia di controllo in profondità, ponendo il ritiro di Hezbollah oltre il Litani come condizione non negoziabile. Dichiarazioni e briefing evocano la necessità di “nuove realtà di sicurezza” nel Nord di Israele, con l’ipotesi di colpire sistematicamente infrastrutture ritenute funzionali alle capacità missilistiche del movimento sciita.

Il nodo del Litani: ponti, strade, case

Il Litani non è solo una traccia azzurra su una mappa operativa: è un confine idrografico e politico. A sud, paesi che dagli anni 2000 oscillano tra fragile normalità ed evacuazioni; a nord, le arterie che conducono a Tiro, Sidone, Nabatiyeh. Qui la guerra si fa geografia: ponti, guadi, rampe, snodi che connettono e, in tempo di conflitto, separano. Fonti giornalistiche e diplomatiche convergono sull’intenzione di Israele di “negare” a Hezbollah la libertà di manovra verso sud anche attraverso la distruzione selettiva di ponti e valichi sul fiume. Una simile azione trasformerebbe il Litani in una barriera militare, con effetti umanitari immediati: isolerebbe aree già provate, rallenterebbe i soccorsi, renderebbe più difficile ogni rientro. Ricostruzioni internazionali e fonti aperte segnalano inoltre minacce o ordini di demolizione di abitazioni considerate “punti d’appoggio” nei pressi della frontiera. Tali misure, denunciano osservatori e ONG, aggraverebbero il rischio di “trasferimento forzato” e di distruzione di proprietà civili in assenza di imperativi militari legittimi e proporzionati.

Vittime e sfollati: il conto umano dell’offensiva

Secondo il Ministero della Salute libanese, nella settimana di metà marzo il bilancio è cresciuto rapidamente: dalle 912 vittime registrate martedì alle 968 del mercoledì successivo; contestualmente, oltre 1.000.000 di persone sono risultate sfollate in pochi giorni. La soglia psicologica del milione è stata superata già entro il 19 marzo, spingendo le agenzie umanitarie a lanciare allarmi su approvvigionamenti, salute pubblica e protezione dei minori. Il tracciato dell’esodo è noto: dal Sud alla Bekaa, dalla periferia meridionale di Beirut verso il Nord, fino ai confini con la Siria. L’UNHCR stima che in una sola settimana siano stati sfiorati i 700.000 nuovi sfollati interni, mentre la UN OCHA documenta evacuazioni forzate ripetute, chiusure di servizi essenziali e un fabbisogno crescente di assistenza alimentare ed energetica. La pressione sugli ospedali — già logorati da anni di crisi economica — è tornata ai livelli di altre fasi acute del conflitto. Le ONG mediche segnalano carenze di farmaci, personale sotto attacco, infrastrutture danneggiate, con ambulanze e volontari coinvolti in incidenti mortali.