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23 marzo 2026 - Aggiornato alle 15:51
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Corea del Nord

Applausi senza fine per Kim Jong Un: rielezione e messinscena di potere nell’aula più blindata del mondo

Dall’ovazione coreografata alla ricalibratura istituzionale: cosa significa davvero la riconferma del leader nordcoreano

23 Marzo 2026, 13:28

13:30

Applausi senza fine per Kim: rielezione e messinscena di potere nell’aula più blindata del mondo

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La scena comincia dal suono: un’onda di battiti di mano che non finisce mai, come pioggia costante sul legno. Nell’emiciclo dell’Assemblea Suprema del Popolo, le telecamere della KRT stringono sul volto impassibile di Kim Jong Un, poi scivolano su file di deputati in abito scuro, che applaudono all’unisono con la disciplina di un reparto militare. Nessuno parla, nessuno si muove fuori tempo. È il rituale del potere in Corea del Nord: la conferma, avvenuta nella capitale, della carica più alta dello Stato – la presidenza della Commissione per gli Affari di Stato – presentata come un plebiscito emotivo prima ancora che istituzionale. Le immagini, rilanciate il 23 marzo 2026 da HuffPost Italia, sono l’ennesimo promemoria che a Pyongyang la politica è anche teatro; ma dietro l’applauso c’è una sostanza che merita di essere decifrata.

Un’aula che ratifica, un titolo che concentra il potere

Nel lessico del regime, la Commissione per gli Affari di Stato è “l’organo supremo” di direzione del Paese; il suo presidente è, di fatto, il capo dello Stato, una definizione consolidata dalle revisioni costituzionali del 2019, quando la carica ha assunto esplicitamente la funzione di “rappresentanza dello Stato” e di comando su “tutti gli affari” della Repubblica democratica popolare di Corea. La rielezione di Kim Jong Un alla presidenza della Commissione, formalizzata durante la prima sessione della nuova Assemblea Suprema del Popolo (la legislatura nata dal voto del 15 marzo 2026), non sorprende: è la grammatica stessa del sistema nordcoreano, dove l’Assemblea è l’organo che “ratifica” e armonizza le decisioni già prese dal vertice politico. Ma dentro la ritualità c’è una strategia di lungo periodo: consolidare la verticalità del comando e sincronizzare il calendario istituzionale con quello del partito.

Il contesto: congresso di partito, elezioni-lampo e sessione anticipata

La sessione dell’Assemblea arriva a distanza di poche settimane dal IX Congresso del Partito dei Lavoratori, dove Kim è stato nuovamente eletto segretario generale, con un messaggio politico nitido: accelerazione della costruzione della “forza nucleare” e orgoglio per i presunti successi economici. Subito dopo il congresso, la Kcna ha annunciato a tempi strettissimi le elezioni per la 15ª Assemblea Suprema del Popolo – tenute il 15 marzo 2026 – e la convocazione della prima sessione già il 22 marzo, in anticipo rispetto alla prassi di attendere circa un mese. È su questo binario rapido che la rielezione alla Commissione per gli Affari di Stato è stata inquadrata, accompagnata dalla tipica coreografia televisiva della KRT.

Le immagini come linguaggio del potere

Nel video diffuso dall’emittente statale, rilanciato da testate internazionali, colpisce la centralità del rito: l’ingresso del leader, l’ovazione “a cascata”, l’inquadratura dei militari e dei funzionari, il montaggio serrato. È il format con cui la Corea del Nord mette in scena consenso e continuità. Lo stesso schema si ripete da anni: l’applauso diventa il dispositivo che trasforma un voto scontato in evento collettivo, legittimando un’architettura istituzionale costruita per concentrare le leve del potere nella figura del leader. E qui il messaggio è chiaro: la Commissione per gli Affari di Stato resta il perno dell’assetto, la sede in cui s’incontrano difesa, politica estera, economia di mobilitazione e controllo del territorio.

Cosa è stato deciso davvero nella prima sessione

Al netto della spettacolarizzazione, la prima sessione della 15ª Assemblea Suprema del Popolo ha avuto almeno tre elementi rilevanti per la comprensione dei nuovi equilibri. Intanto la riconferma di Kim Jong Un come presidente della Commissione per gli Affari di Stato, punto che sigilla formalmente la linea emersa al congresso del partito. Poi una rapida riallocazione di alcune caselle-chiave: la permanenza del premier Pak Thae-song (in carica dal dicembre 2024, e nuovamente indicato come premier e vicepresidente della Commissione), e il passaggio di testimone alla testa dell’organo parlamentare permanente – lo Standing Committee dell’Assemblea – con l’ascesa di Jo Yong-won, figura di primissimo piano dell’apparato del Partito dei Lavoratori. Questi movimenti suggeriscono una continuità controllata, con volti che rappresentano la linea dura e la filiera più fedelizzata a Kim.

Infine, emerge l’allineamento dell’agenda legislativa con gli obiettivi annunciati: discussione su possibili aggiustamenti costituzionali e sul piano quinquennale di politica nazionale, in funzione dell’indurimento verso Seul e della normalizzazione dello “status nucleare” come architrave della sicurezza nazionale.

Dietro l’ovazione: il ridisegno della gerarchia

Se la platea applaude, è perché la gerarchia si è già ricomposta a monte. Il congresso ha sancito un’ulteriore centralizzazione della catena di comando su Kim Jong Un, con l’esaltazione del programma nucleare e il licenziamento o la marginalizzazione di figure della “vecchia guardia”. Tra i segnali più discussi dagli analisti, la rimozione di Choe Ryong Hae dai vertici operativi e l’emersione – confermata ora nella cornice dell’Assemblea – di Jo Yong-won come nuovo presidente dello Standing Committee parlamentare, ruolo che sostituisce l’ex Presidium e ha peso simbolico e organizzativo: gestisce i lavori tra una sessione e l’altra, coordina le ratifiche, costringe i tempi della macchina legislativa. È un tassello che dice molto della “leva” politica a disposizione del leader.

La linea verso Washington e Seul: apertura condizionata e “dottrina dei due Stati”

Il set di messaggi lanciati dalla leadership nelle ultime settimane è coerente: verso gli Stati Uniti, disponibilità a un contatto a patto che cada ogni precondizione sulla “denuclearizzazione”; verso la Corea del Sud, irrigidimento e rinuncia esplicita alla retorica della “riunificazione”, sostituita dalla dottrina della “separazione ostile a due Stati”. L’Assemblea è lo spazio dove queste linee possono diventare norme, piani, risorse. E dove la rielezione di Kim alla Commissione per gli Affari di Stato funziona come sigillo politico: il capo dello Stato che assume su di sé la responsabilità di integrare forza militare, diplomazia e mobilitazione economica in un’unica strategia.

Nucleare al centro: nuove piattaforme, vecchio messaggio

Alla vigilia del congresso, Kim Jong Un ha presieduto la cerimonia di dispiegamento di circa 50 nuovi lanciatori per missili a corto raggio potenzialmente nucleari. È un atto scenico ma soprattutto operativo, che si somma a un ciclo di test e dimostrazioni connessi alla cosiddetta “modernizzazione” dell’arsenale. Anche questo rientra nella “narrazione integrata”: congresso, elezioni, sessione dell’Assemblea e rielezione del leader alla guida dello Stato, tutti momenti cuciti sul filo della deterrenza e della proiezione di forza.

Una macchina mediatica che funziona a strati

Il modo in cui la notizia è stata raccontata offre una chiave di lettura. Primo strato: l’interno, con KRT e KCNA a fornire immagini e testi che definiscono i confini del discorso pubblico domestico; secondo strato: la risonanza internazionale, con agenzie come AP e Reuters a ricostruire il quadro e testate asiatiche a seguire i passaggi istituzionali (elezioni, sessioni, rimescolamenti). In mezzo ci sono i siti di analisi specializzati – come 38 North – che negli ultimi mesi hanno segnalato persino l’ipotesi, simbolicamente pesante, di un ritorno alla dicitura di “presidente” per il capo dello Stato, anche se finora l’assetto formale si è mantenuto sull’architrave della Commissione per gli Affari di Stato.

Cosa cambia per la regione

La rielezione di Kim non cambia la mappa del potere a Pyongyang, ma incide sulla gestione del rischio nell’Asia nordorientale. Per Seul significa una postura avversaria codificata e – potenzialmente – costituzionalizzata; per Tokyo e per la presenza USA nella regione, implica la necessità di aggiornare la risposta di difesa integrata, specie sul versante della “resilienza” contro missili a corto e medio raggio e droni. L’Assemblea Suprema del Popolo, nella sua funzione di “ratifica”, serve a dare forma legale a un orientamento già chiaro: più risorse alla difesa, più centralizzazione, più “normalizzazione” della deterrenza nucleare come cardine della sicurezza nazionale.

La figura dell’erede e la gestione del tempo politico

C’è poi un elemento che corre parallelo e che l’Assemblea non mostra in modo diretto, ma che pesa sul clima politico: la visibilità crescente della figlia del leader, Kim Ju Ae, citata da fonti sudcoreane come possibile erede designata. In un sistema che fa del rituale un modo per educare lo sguardo, l’ipotesi della successione entra nelle immagini prima che nei testi di legge: apparizioni accanto al padre, visite simboliche ai mausolei, presenza agli eventi militari. Tutto parla di una trasmissione dinastica preparata col metodo della goccia continua.

Il voto “totale” e la coreografia dell’unità

I numeri ufficiali delle elezioni parlamentari del 15 marzo 2026 – tradizionalmente prossimi al 100% sia per affluenza sia per consensi – continuano a rappresentare la “prova” statistica dell’unità nazionale secondo la narrazione del regime. Ma dietro la cifra esatta c’è la funzione del voto nel sistema: selezionare i quadri, cementare la lealtà, produrre la legittimazione che poi l’Assemblea traduce in atti formali. In questo schema, la rielezione di Kim alla Commissione per gli Affari di Stato diventa il momento conclusivo di un ciclo politico-mediatico perfettamente circolare.