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23 marzo 2026 - Aggiornato alle 22:19
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LA GUERRA

«Quindici punti per fermare la bomba atomica»: dentro il braccio di ferro tra Washington e Teheran

Trump parla di un’intesa-lampo e di “cambio di regime”, l’Iran smentisce. Intanto petrolio e Borse oscillano mentre lo Stretto di Hormuz resta la miccia del conflitto

23 Marzo 2026, 19:48

19:50

“Quindici punti per fermare la bomba”: dentro il braccio di ferro tra Washington e Teheran

Trump parla di un’intesa-lampo e di “cambio di regime”, l’Iran smentisce. Intanto petrolio e Borse oscillano mentre lo Stretto di Hormuz resta la miccia del conflitto

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Bastano poche parole di Donald Trump — una “pausa di 5 giorni nei raid contro le centrali elettriche iraniane” e “contatti molto produttivi” per una “intesa in 15 punti” — per far virare i grafici del Brent all’improvviso dal rosso al verde. Sulla sponda opposta del Golfo, però, da Teheran arriva una doccia fredda: “Nessun negoziato, né diretto né indiretto”. Due narrazioni inconciliabili, un unico dossier: lo stop all’arma nucleare iraniana e la riapertura dello Stretto di Hormuz, arteria da cui passa circa un quinto del greggio mondiale. In mezzo, una guerra ancora accesa e un’alta finanza che fiuta (e prezza) ogni sospiro diplomatico.

Cosa sostiene la Casa Bianca: i “15 punti” e lo stop all’atomica

Secondo la versione comunicata dal presidente Trump, Stati Uniti e Iran avrebbero concordato “i punti principali” di un pacchetto strutturato in 15 capitoli. Il perno, dice la Casa Bianca, è la rinuncia dell’Iran all’arma nucleare. La mossa si inserisce in una finestra di de-escalation decisa da Washington, che ha esteso di 5 giorni l’ultimatum con cui minaccia attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane se Hormuz non verrà riaperto. È la correzione di rotta rispetto all’ultimatum di 48 ore lanciato nel weekend, quando il capo della Casa Bianca aveva minacciato di “obliterare” le centrali elettriche del Paese.

Sul tavolo - secondo ricostruzioni della stampa statunitense vicine al dossier - ci sarebbero garanzie sul programma nucleare, meccanismi di verifica, condizioni per la riapertura dello Stretto di Hormuz, una cornice per l’alleggerimento selettivo delle sanzioni e, sullo sfondo, la promessa di non perseguire il “regime change” con mezzi militari se Teheran aderirà ai termini. Ma su questi dettagli, nessun testo ufficiale è stato diffuso: siamo nel territorio delle dichiarazioni politiche e delle fughe di notizie, non di un accordo firmato. Prudenza obbligatoria.

La replica di Teheran: “Nessun negoziato”

La Repubblica islamica nega seccamente: “Non esistono colloqui con Washington”, hanno fatto sapere fonti iraniane dopo l’annuncio americano. La smentita contraddice la narrazione del presidente USA su “colloqui diretti con un leader iraniano” e alimenta il sospetto che, se canali esistono, siano quantomeno indiretti o esplorativi, e non arrivino ai vertici riconosciuti del sistema. In passato, figure di primo piano come il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno fatto aperture condizionate (“pronti a trattare se l’altra parte è sincera”), ma in parallelo hanno scandito linee rosse su missili e sicurezza nazionale. La discrasia tra i due fronti resta ampia.

La scena del fronte: guerra a bassa e alta intensità

Nel frattempo, la dimensione militare non si è fermata. A inizio marzo si sono susseguiti attacchi e contro-attacchi, inclusi raid su snodi energetici nel Golfo e schermaglie aeree e navali attorno allo Stretto di Hormuz, con ripercussioni dirette sulla navigazione commerciale e sulle forniture globali di energia. In questo quadro, Trump ha alternato minacce — dall’“obliterazione” degli impianti al richiamo al “cambio di regime” — a aperture tattiche, promettendo scorte navali ai mercantili e finestre di tregua per “dare una chance alla diplomazia”. Sul terreno, però, la logica della ritorsione mantiene alta la temperatura.

Mercati in bilico: petrolio giù, Borse su (per ora)

L’effetto annuncio si è visto subito: le quotazioni del greggio hanno allentato la corsa, mentre Borse europee e futures americani hanno risposto con un rimbalzo, dopo settimane di altalena provocate dalla chiusura (anche parziale) delle rotte nel Golfo. Si tratta, tuttavia, di un sollievo fragile: finché lo Stretto di Hormuz non viene riaperto in modo stabile e verificabile, la volatilità resta incorporata nei prezzi. Gli investitori scontano uno scenario binario — una tregua che riapre il traffico marittimo o una nuova spirale di attacchi — con conseguenze immediate su inflazione e tassi attesi.

Chi tratta davvero? Il giallo degli interlocutori e i canali paralleli

Uno dei punti più ambigui del momento riguarda “chi” siede — o siederebbe — dall’altra parte del tavolo. Trump parla di colloqui “con un leader iraniano di altissimo livello”. In Israele, alcuni media hanno evocato un ruolo crescente di figure come Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e volto di peso dell’establishment conservatore. Altre fonti, però, frenano: per Axios, non ci sono conferme solide di trattative dirette con Ghalibaf e molto del lavoro si svolgerebbe su canali discreti, con la mediazione di Paesi terzi. Anche perché la diplomazia iraniana tende a negare ufficialmente i contatti finché non emergono risultati concreti. Il quadro resta, insomma, opaco.

Un elemento nuovo - se confermato - è la presenza, lato USA, di un mix politico-imprenditoriale-militare nelle missioni esplorative, con l’inviato Steve Witkoff, Jared Kushner e vertici del CENTCOM coinvolti a fasi alterne. È lo stile “interventista-negoziale” che la Casa Bianca ha rivendicato più volte: mostrare il bastone (capacità di colpire) e offrire la carota (uscite onorevoli e ritorno all’economia). Ma è un equilibrio precario: troppa pressione rischia di far saltare il tavolo; troppa indulgenza, di indebolire la deterrenza.