IL CASO
«Il feretro violato»: la profanazione che riapre la ferita del delitto di Pamela Genini
Un trasferimento di routine, poi l’orrore: al cimitero di Strozza emerge una profanazione che scuote famiglia e inquirenti
Un martedì qualunque, nel silenzio ordinato di un piccolo camposanto di montagna. Una squadra di addetti solleva con cura un feretro per il trasferimento dalla nicchia alla cappella di famiglia. È un atto amministrativo, una procedura. Bastano pochi gesti perché la normalità si spezzi: davanti agli occhi di chi lavora in cimitero ogni giorno, ciò che non dovrebbe accadere mai. Il feretro di Pamela Genini è stato violato. Il cadavere, trafugato, restituito senza testa. Una scena che congela il tempo, che cancella persino il brusio del vento nella Valle Imagna. La scoperta risale a lunedì — una manciata di ore prima che la notizia rimbalzasse, confermata alle agenzie, in un’Italia già segnata da quella morte avvenuta a Milano in autunno. Da allora, un’altra cronaca si è aperta: quella di una profanazione che chiede spiegazioni, responsabilità, giustizia.
Una violazione intollerabile
Il dato nudo e crudo, certificato dalle fonti ufficiali, è questo: la salma di Pamela Genini, 29 anni, “la modella uccisa a Milano”, è stata trafugata e decapitata. Il feretro — recuperato — è ora sotto il sequestro dell’autorità giudiziaria. La profanazione è stata individuata durante le operazioni di trasferimento dal loculo alla cappella di famiglia nel cimitero di Strozza (Bergamo). Gli inquirenti sono al lavoro per identificare i responsabili e chiarire movente e modalità. Sono ore di accertamenti tecnici e audizioni, con un fascicolo che si allarga a tutela dell’ordine pubblico e del rispetto dovuto ai defunti.
Un nome, una storia, un femminicidio annunciato
Per orientarsi nella sequenza dei fatti occorre tornare a martedì 14 ottobre dell'anno scorso. È la data in cui Pamela viene uccisa nella sua casa di via Iglesias, a Milano, colpita da oltre 30 coltellate, secondo le prime ricostruzioni investigative. Sotto accusa fin da subito l’ex compagno, Gianluca Soncin, 52 anni, arrestato e poi rimasto in carcere con l’accusa di omicidio pluriaggravato. Dagli atti emerge la tesi della premeditazione: l’uomo si sarebbe procurato una copia delle chiavi per introdursi nell’abitazione e tenderle un agguato. Un caso che, già nei giorni successivi, aveva scosso la città e la Valle Imagna dove Pamela era cresciuta.
Il Gip di Milano — il 17 ottobre 2025 — scrive nelle motivazioni che Pamela “sapeva che stava morendo” e ha sofferto, sottolineando la pianificazione del delitto “da almeno una settimana”. Formulazioni dure, che fotografano la violenza patita e il livello di determinazione attribuito all’indagato. Soncin rimane in custodia cautelare: da allora, un percorso giudiziario in cui si sono alternati sopralluoghi, perizie, raccolta di testimonianze, come quella dei vicini che indicarono l’orario del trambusto e le richieste d’aiuto della giovane sul pianerottolo.
Il lutto di una comunità e il rito interrotto
Dopo l’autopsia e i tempi dell’inchiesta, la salma di Pamela era tornata nella sua terra. La camera ardente era stata allestita a Villa d’Almè, quindi i funerali si erano svolti il 24 ottobre scorso nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, a Strozza: una folla compatta, il bianco della bara, i fiori rossi, una cerimonia sobria e straziante. Al termine della messa, il feretro era stato tumulato proprio nel cimitero del paese. È da lì che, mesi dopo, arriva la notizia che rilancia il dolore: la tomba violata. La memoria di un addio composto, il rito collettivo che lenisce, improvvisamente interrotto.
Chi era Pamela Genini
Prima di essere un caso giudiziario, Pamela era una giovane donna che lavorava nella moda, con esperienze tra Montecarlo, Venezia, Dubai. Era nata e cresciuta in Valle Imagna, aveva una famiglia nota e stimata. Le cronache l’hanno talvolta descritta con enfasi, ma la comunità e chi l’ha conosciuta restituiscono una figura fatta di energia, curiosità, impegno in progetti professionali e umani. La madre la ricordava come “un raggio di sole”, espressione affiorata anche nel racconto di volti noti che avevano incrociato il suo percorso professionale e televisivo. Il suo nome è diventato, purtroppo, simbolo di un femminicidio che ha riaperto il dibattito su prevenzione, tutele, misure cautelari e risposta delle istituzioni.

Cosa sappiamo della profanazione
La scoperta risale a lunedì 23 marzo (la notizia è stata diffusa e confermata pubblicamente oggi). La scansione temporale è cruciale: l’atto materiale di profanazione e il momento del ritrovamento coincidono con il periodo in cui il feretro era in fase di spostamento verso la cappella di famiglia. L’operazione avrebbe dovuto essere ordinaria. Non lo è stata.
L’informazione è stata inizialmente anticipata nel programma televisivo “Dentro la notizia”, condotto da Gianluigi Nuzzi su Canale 5, poi confermata alle agenzie. Una doppia pista — mediatica e giudiziaria — che ha accelerato la verifica dei fatti. Il sequestro del feretro è scattato in tempi rapidi, così come gli accertamenti forensi.
Gli inquirenti lavorano su più fronti: esame dei sistemi di videosorveglianza eventualmente presenti nell’area cimiteriale o nelle vie d’accesso; acquisizione dei registri interni relativi a ingressi, lavori, movimentazioni; ascolto di custodi, operatori funebri, personale comunale e ogni altro testimone potenzialmente utile. In parallelo, si valutano le caratteristiche tecniche dell’effrazione e l’eventuale impiego di strumenti specifici, per capire se si tratti di un’azione improvvisata oppure pianificata da mani esperte.
I possibili moventi: massima cautela
Nelle prime ore di un’indagine tanto delicata, le ipotesi si affastellano. Il movente di una profanazione così estrema può andare dalla morbosa macabra emulazione alla volontà di oltraggio simbolico, fino al tentativo di depistaggio o pressione psicologica sulla famiglia. È doveroso, però, restare ancorati ai fatti: allo stato, non risultano elementi pubblici che indichino una rivendicazione, né segnali che colleghino direttamente l’episodio a soggetti già coinvolti nel processo per l’omicidio. Gli investigatori non escludono nulla, ma tutte le piste sono filtrate con rigore. (Formulazioni prudenti in assenza di atti pubblici ulteriori.

