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27 marzo 2026 - Aggiornato alle 11:20
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Scenari

Quel filo diretto chiamato Riad che alza la pressione su Washington per intensificare gli attacchi contro l'Iran

Dall'attacco a Yanbu alla minaccia sullo Stretto di Hormuz, in gioco petrolio, sicurezza e Vision 2030

27 Marzo 2026, 11:07

11:10

Mohammed bin Salman e Donald Trump

Mohammed bin Salman e Donald Trump

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C'è un filo diretto tra la raffineria di Yanbu colpita da un drone, una settimana fa, e l'annuncio di ieri di Donald Trump che ha prorogato di dieci giorni l'ultimatum all'Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz.

Il filo diretto si chiama Riad. È lì che, secondo una fonte dell’intelligence saudita, si è levato un messaggio inequivocabile: spingere gli USA a non arretrare, anzi ad alzare l’intensità della pressione militare su Teheran. La rivelazione, che conferma un’indiscrezione del New York Times, è stata a sua volta pubblicata dal Guardian il 27 marzo 2026. Nel medesimo articolo, si cita Mohammed bin Salman che avrebbe invitato Trump a non “interrompere la guerra”, descrivendola come “un’opportunità storica” per ridisegnare gli equilibri mediorientali. Finora, nessuna prova di un coinvolgimento militare diretto di Riad; ma, avverte la fonte, lo scenario cambierebbe se i negoziati fallissero.

Il quadro: quattro settimane di guerra, choke-point energetico e diplomazia a orologeria

La guerra, iniziata fra fine febbraio 2026 e l’inizio di marzo 2026 con i raid congiunti USA–Israele in Iran, ha spinto Teheran a limitare in modo drastico il traffico nello Stretto di Hormuz, dove transita in tempi normali circa un quinto del greggio mondiale. Trump ha ripetutamente minacciato di colpire le infrastrutture energetiche iraniane, salvo poi rinviare l’ultimatum al 6 aprile 2026; un’ennesima proroga motivata con “progressi” sul canale negoziale.

In parallelo, Pakistan si è imposto come mediatore inatteso, affiancato – secondo ricostruzioni americane – da Egitto e Turchia. Un documento informale in 15 punti circola fra le parti: allentamento delle sanzioni, limiti ai missili e al programma nucleare iraniano, riapertura sicura di Hormuz. Teheran lo ha pubblicamente respinto presentando un contro-piano, ma canali informali restano aperti.

Cosa dice Riad: “più intensità”, ma nessuna entrata in guerra (per ora)

Secondo la fonte saudita citata dal Guardian, Riad non solo chiede di “continuare” la campagna, ma di “intensificarla”. Trump avrebbe persino definito MBS “un guerriero”, lasciando intendere un allineamento sul metodo della pressione militare mentre la diplomazia avanza a singhiozzo. Al tempo stesso, analisti sauditi interpellati nel pezzo sottolineano una linea prudente: la monarchia non ha “spinto per la guerra”, ma intende “tenere tutti gli scenari sul tavolo” se gli sforzi di mediazione non sbocceranno. Nessun reparto saudita è stato impiegato finora nel teatro iraniano, ma la soglia di attivazione – dicono a Riad – dipenderà dal comportamento di Teheran e, soprattutto, dall’eventuale coinvolgimento diretto degli Houthi dallo Yemen.

Perché ora: i conti con il 2019 e l’illusione della distensione

La bussola saudita, spiegano fonti citate dal Guardian, ha oscillato negli ultimi anni. Dopo gli attacchi del 2019 contro impianti Aramco – attribuiti a TeheranMBS ha cercato di diversificare garanzie e alleanze, fino alla riapertura dei rapporti diplomatici con l’Iran mediata dalla Cina nel 2023. Quella scommessa – “abbracciare” il rivale per ridurre l’esposizione – è stata smentita dal corso degli eventi: con l’aprirsi della guerra, i droni iraniani hanno colpito obiettivi nel Golfo e anche in Arabia Saudita, fra cui Ras Tanura sul 2 marzo e la già citata Yanbu pochi giorni dopo. Da qui l’orientamento di Riad a “chiudere la partita” se costretta.

Il nodo Hormuz e l’arma del greggio: vulnerabilità e margini sauditi

A differenza degli Emirati, oggi quasi paralizzati sul fronte export, l’Arabia Saudita ha un vantaggio strutturale: il petrolio può essere spostato via oleodotto verso la costa del Mar Rosso e imbarcato da Yanbu. È proprio per segnalare la vulnerabilità di quella “via di fuga” che Teheran ha rivendicato un attacco contro l’area di Yanbu. Una mossa “dimostrativa” capace di alzare il prezzo del rischio senza chiudere di colpo i rubinetti sauditi.

Il contesto resta però precario: la minaccia degli Houthi – con arsenali di missili e droni a ridosso delle rotte del Mar Rosso – è il vero moltiplicatore di rischio per Riad. Un loro ingresso esplicito nel conflitto spingerebbe il regno verso la “difesa di coalizione” o in azione “limitata”, avverte un esperto militare saudita citato dal Guardian.

La versione americana: ultimatum, proroghe e pressioni interne

Negli Stati Uniti, Trump ha minacciato più volte di colpire le “grandi centrali energetiche” iraniane se Teheran non riaprirà Hormuz. Ma il presidente ha già rimandato l’ora X almeno due volte, l’ultima il 26 marzo 2026, spostando la scadenza al 6 aprile. Le borse hanno ballato, i prezzi dell’energia sono saliti, e anche per questo, nel circuito politico interno, è cresciuta la pressione a trovare “una rampa di uscita” senza apparire arrendevoli.

La Casa Bianca ha affidato alla mediazione di Pakistan, Egitto e Turchia un canovaccio negoziale che, seppur respinto pubblicamente da Teheran, resta la bussola del momento. Axios ha pubblicato il testo del messaggio con cui Trump ha giustificato la proroga: “su richiesta del Governo iraniano… pausa di 10 giorni”. Una formula che segnala contatti indiretti attivi malgrado le smentite.

Cosa cambia con l’Arabia Saudita sullo sfondo

Il punto non è solo se Riad “entra in guerra”, ma come plasma il margine di manovra di Washington. Un alleato strategico che chiede “più intensità” rafforza la leva coercitiva sul tavolo dei negoziati, ma sposta anche in avanti l’asticella del rischio di ritorsioni sul Mar Rosso e nei cieli del Golfo. È a quella curva di rischio che guardano i tecnici dell’energia e i diplomatici, consapevoli che un conflitto prolungato logorerebbe anche il progetto Vision 2030 e i piani di trasformazione economica sauditi.

Il messaggio parallelo che emerge da Riad è più prudente di quanto sembri: “non abbiamo spinto per la guerra, ma se c’è, va chiusa in modo da ridurre il potenziale di ritorsione”. Per questo MBS può allo stesso tempo sostenere la “massima pressione” americana e tenere il freno tirato sul coinvolgimento diretto finché i droni e i missili non varcheranno certe linee rosse sul territorio saudita.

Gli altri attori del Golfo: allineamento tattico, vulnerabilità diverse

Gli Emirati Arabi Uniti, con l’export petrolifero “strozzato”, chiedono apertamente un “esito conclusivo” che smantelli l’architettura militare iraniana. Il loro ambasciatore a Washington, Yousef Al Otaiba, lo ha scritto in un commento che ha fatto discutere nella capitale americana, invocando una sconfitta “decisiva” del regime di Teheran. Riad, che ha più da perdere in caso di ritorsioni sul Mar Rosso, calibra con maggiore cautela i toni pubblici.

Nel frattempo, i Paesi del GCC subiscono attacchi o sventano minacce ai propri impianti strategici: dalla Bahrain a Qatar fino a Arabia Saudita, l’onda lunga dei droni e dei missili iraniani e delle milizie allineate ha toccato infrastrutture critiche e aeroporti, secondo aggiornamenti di agenzie e monitor indipendenti.

Cosa osservare nelle prossime due settimane

Segnali da Hormuz: eventuali transiti commerciali “protetti” o nuove interdizioni saranno il termometro della pressione su Teheran e del margine negoziale.

Tracciamento dei droni e missili nel quadrante Mar Rosso–Golfo: un’impennata di lanci dallo Yemen sarebbe il segnale più chiaro di una possibile “soglia” oltrepassata da parte di Riad.

Messaggi di Trump e risposte iraniane: altri rinvii dell’ultimatum o, al contrario, l’ordine di colpire il sistema energetico iraniano – con ricadute su prezzi e mercati – diranno se la “spinta” saudita ha trovato sponda a Washington o se prevarrà l’opzione “contenimento con negoziato”.

La scommessa di MBS, fra “opportunità storica” e rischio boomerang

Il regno di Mohammed bin Salman si muove su un crinale sottile. Da un lato, l’idea – confermata da una fonte d’intelligence saudita – che la guerra offra una “finestra” per ridisegnare gli equilibri regionali indebolendo in modo strutturale l’Iran. Dall’altro, la consapevolezza che ogni giorno in più di conflitto espone il sistema energetico e gli hub logistici sauditi a nuove ritorsioni, con potenziali effetti a catena sulla Vision 2030, sull’attrazione di capitali e sulla percezione di sicurezza interna. Per ora, Riad tiene la linea: niente bandiere in prima linea, ma “tutte le opzioni” restano aperte se la diplomazia non consegnerà risultati credibili entro le prossime settimane. È una postura che può durare? Dipenderà da tre variabili: il comportamento di Teheran e dei suoi proxy, la capacità dei mediatori di cucire un cessate il fuoco sostenibile e la volontà della Casa Bianca di assumere costi immediati per un vantaggio strategico incerto. Nel frattempo, quella scia di fumo su Yanbu resta un monito: la geografia offre al regno margini di manovra, ma non l’immunità.