Rubio al G7: «Per finire la guerra in Iran servono altre 2 - 4 settimane». Ma gli europei premono per riaprire lo Stretto di Hormuz
Vertice a Parigi tra i ministri degli esteri dei Paesi più industrializzati tra tensioni sul metodo e le paura di una escalation regionale
Parigi. Nella quiete dell’abbazia di Vaux-de-Cernay, il G7 ha tracciato la tempistica del confronto tra Stati Uniti e Iran.
Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha indicato agli alleati una scansione precisa: «La guerra durerà altre 2-4 settimane».
È una finestra estremamente ristretta, più ampia rispetto alle stime iniziali della Casa Bianca, entro la quale Washington afferma di essere «al cento per cento» determinata a conseguire tutti i propri obiettivi militari.
Il traguardo non riguarda soltanto la neutralizzazione della minaccia missilistica e dei droni di Teheran, ma soprattutto la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico da cui transita il 20% del petrolio mondiale e volumi significativi di gas naturale liquefatto in arrivo dal Qatar.
Pur condividendo le finalità ultime — protezione dei civili, ripristino dei traffici marittimi e prevenzione di un’escalation regionale — il vertice dei ministri degli Esteri ha messo in luce differenze marcate sul metodo. Da un lato gli Stati Uniti spingono per un’azione risoluta; dall’altro le capitali europee rivendicano un approccio più diplomatico e «difensivo» per scongiurare un’ulteriore escalation.
Il punto di mediazione su cui il G7 sta lavorando riguarda la «fase due», ossia la stabilizzazione marittima dopo la cessazione delle ostilità. Washington chiede esplicitamente agli alleati di non combattere in prima linea, ma di «fare la loro parte» per dar vita a una task force navale internazionale incaricata di pattugliare e presidiare lo Stretto di Hormuz, dissuadendo eventuali azioni di disturbo iraniane.
Parigi e Londra si sono già dette disponibili a valutare missioni di scorta in un quadro Ue, spinte dall’urgenza di rassicurare armatori e trader globali. Il blocco e l’insicurezza della rotta hanno mantenuto il prezzo del greggio stabilmente oltre i 100 dollari al barile. Ad accrescere la tensione, l’ipotesi evocata da Rubio di un possibile tentativo di Teheran di imporre un «pedaggio» unilaterale per il transito delle petroliere.
Sullo sfondo incombe l’ultimatum del presidente Usa, Trump: dopo aver minacciato ritorsioni «devastanti» contro le infrastrutture energetiche iraniane qualora la rotta non venga totalmente sbloccata, il tycoon ha fissato una nuova scadenza a lunedì 6 aprile per valutare i risultati di alcuni canali indiretti.
Teheran continua a inviare segnali ambivalenti: da un lato dichiara la volontà di facilitare il passaggio degli aiuti umanitari, dall’altro mantiene alta la sfida militare e la retorica della resistenza.
Se la diplomazia indiretta produrrà in questo lasso di tempo progressi tangibili e la riapertura di Hormuz verrà gestita sotto un solido «ombrello» internazionale coordinato, si potrà avviare una fase di stabilizzazione capace di riassorbire gradualmente lo shock energetico. In caso contrario, se aprile porterà nuove provocazioni o il tentativo di imporre una «riapertura condizionata» (come il temuto pedaggio), lo scenario rischierà di degenerare rapidamente, con la linea dura destinata a tornare in primo piano a Washington.