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28 marzo 2026 - Aggiornato alle 18:16
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il caso

Benvenuti nello "Stretto di Trump": perché la provocazione del tycoon su Hormuz non è solo uno scherzo

Durante una raccolta fondi a Miami, il Presidente USA ribattezza il cruciale snodo col proprio nome. Tra video social in arabo e minacce di mine, Washington lancia un chiaro avvertimento a Teheran e striglia gli alleati europei e asiatici: l'America vuole dettare le regole per sbloccare i 20 milioni di barili al giorno intrappolati nel Golfo

28 Marzo 2026, 18:16

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Benvenuti nello "Stretto di Trump": perché la provocazione di tycoon su Hormuz non è solo uno scherzo

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La sala è rovente, le luci sono soffuse, i donatori sorridono. È il 28 marzo 2026, a Miami. Dal palco, Donald Trump lascia cadere un lapsus solo in apparenza estemporaneo, ma chiaramente studiato: "Bisogna aprire la Strada di... Trump. Voglio dire, di Hormuz", afferma il Presidente degli Stati Uniti, aggiungendo con malizia: "Con me non succedono incidenti".

Quella che potrebbe sembrare l’ennesima provocazione egocentrica si trasforma in un gesto geopolitico calcolato quando, poche ore dopo, l’account ufficiale in arabo della Casa Bianca diffonde un video-collage in cui il nome di Trump viene sovrapposto alla mappa del cruciale Stretto di Hormuz.

Dietro la trovata mediatica, però, si cela una delle crisi internazionali più gravi degli ultimi anni. Dalla fine di febbraio 2026, l’area è precipitata in una spirale di ostilità che ha ridotto drasticamente il traffico di petroliere e metaniere.

Quel passaggio marittimo, largo appena poche miglia nautiche, è diventato di fatto un campo minato, con transiti commerciali bloccati o fortemente scoraggiati dalle crescenti minacce. La posta in gioco riguarda la tenuta dell’intera economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz è la principale “valvola” dell’energia globale: in condizioni normali lo attraversano tra 20 e 21 milioni di barili di greggio al giorno, pari a circa il 30% del petrolio trasportato via mare e a quasi il 20% dei consumi complessivi.

Per di più transita anche circa il 20% del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale, con il Qatar in prima fila tra gli esportatori. Oltre l’80% di quel petrolio è destinato all’Asia, rendendo Paesi come Cina, India, Giappone e Corea del Sud particolarmente esposti.

Le alternative terrestri — dagli oleodotti sauditi verso il Mar Rosso a quelli emiratini — non sono sufficienti: una chiusura prolungata intrappolerebbe tra 13 e 15 milioni di barili al giorno, generando un drammatico e “vuoto sistemico senza precedenti”.

Il “gioco del nome” di Trump è in realtà un messaggio strategico su tre livelli. Primo, agli alleati esitanti: il Presidente sta premendo sulla NATO e sui partner asiatici affinché mettano a disposizione navi per missioni di scorta, spingendoli a sostenere i costi della riapertura, mentre l’Europa — con Berlino capofila — frena.

Secondo, all’Iran: Washington segnala a Teheran che non tollererà un blocco prolungato ed è pronta a varare scorte armate e operazioni di interdizione navale.

Terzo, ai mercati internazionali: l’amministrazione tenta di raffreddare la volatilità dei prezzi energetici promettendo garanzie pubbliche per abbattere i premi assicurativi sulle rotte del Golfo.

Insomma, ribattezzarlo “Stretto di Trump” non è un semplice vezzo. È il marchio di una diplomazia muscolare che ambisce a riaffermare Washington come garante indispensabile della libera circolazione dell’energia mondiale, mentre il pianeta trattiene il fiato davanti alle acque ostili del Golfo.