il caso
Un post, un'espulsione: così l'Intelligenza Artificiale negli Usa diventa il nuovo sceriffo del web
Il Dipartimento di Stato usa l'AI per scovare sostenitori di Hamas tra gli stranieri (ma anche potenziali terroristi). Visti a rischio revoca in tempo reale: «La libertà di parola non protegge chi minaccia»
La sorveglianza digitale statunitense ha varcato una nuova e controversa soglia, trasformando l’intelligenza artificiale nel severo guardiano dell’immigrazione e della sicurezza nazionale.
Secondo recenti indiscrezioni, il Dipartimento di Stato avrebbe avviato l’iniziativa “Catch and Revoke”, un programma avanzato basato su algoritmi con l’obiettivo di annullare i visti a cittadini stranieri ritenuti sostenitori di Hamas o di altri gruppi inseriti nelle liste terroristiche.
In un contesto in cui le opinioni vengono costantemente riversate online, le autorità federali hanno deciso di automatizzare e potenziare i controlli incrociati. Grazie a sistemi di analisi su vasta scala, i funzionari esamineranno i profili social di decine di migliaia di titolari di visti per studio.
La tolleranza è prossima allo zero: un singolo contenuto sui social che sembri appoggiare gli attacchi contro Israele o che assuma posizioni “pro-Hamas” può essere considerato sufficiente per la revoca immediata del permesso di ingresso.
L’attività di monitoraggio non si limita alle piattaforme social, ma passa al setaccio anche banche dati governative, filmati e resoconti di manifestazioni del passato, nonché le azioni legali avviate da studenti per presunto antisemitismo.
A confermare la svolta restrittiva, un alto funzionario ha sottolineato come, sotto l’amministrazione del presidente Trump, l’applicazione della legge sull’immigrazione e la nazionalità sia tornata inflessibile.
Questo imponente apparato di controllo algoritmico si inserisce in un quadro normativo ed esecutivo già particolarmente severo, mirato a reprimere ogni forma di estremismo o minaccia in rete, soprattutto se rivolta alle Istituzioni. Minacciare funzionari pubblici statunitensi — inclusi i dipendenti della Casa Bianca o di altre agenzie federali — innesca procedure penali che vanno ben oltre la semplice chiusura di un account.
E bisogna anche ricordare che tali minacce online — veicolate tramite post, messaggi diretti o commenti — non sono tutelate dal diritto alla libertà di espressione negli Stati Uniti, ma costituiscono veri e propri reati federali.
La normativa americana non ammette ambiguità. La Sezione 115 del Titolo 18 del Codice degli Stati Uniti punisce infatti severamente chiunque minacci, aggredisca o tenti di colpire un funzionario federale (o i familiari) con l’intento di intimidirlo, ostacolarne l’operato o vendicarsi per atti ufficiali. Sotto il profilo giuridico, per configurare il reato è sufficiente che l’individuo comunichi intenzionalmente un messaggio intimidatorio, a prescindere dalla reale intenzione o dalla concreta capacità di darvi seguito.
Per contrastare il fenomeno, agenzie preposte alla tutela delle alte cariche dello Stato, come il Secret Service, monitorano costantemente il web alla ricerca di minacce rivolte verso rappresentanti delle Istituzioni.
Le conseguenze per chi viene intercettato dai sistemi automatizzati o dagli investigatori possono essere pesantissime: dall’annullamento del visto all’arresto, dalle imputazioni penali alla detenzione, fino all’espulsione e al futuro divieto di reingresso nel Paese. L’impiego dell’intelligenza artificiale per scandagliare capillarmente le vite digitali degli stranieri segna dunque un punto di svolta nelle politiche di sicurezza degli Stati Uniti.
Sulla frontiera digitale americana, algoritmi predittivi e linea della tolleranza zero operano ormai in stretta sinergia, a dimostrazione che, in materia di terrorismo e sicurezza federale, un clic avventato può costare il diritto di restare negli Stati Uniti.