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il caso

Niente liturgia delle Palme al Sepolcro per Pizzaballa: scontro aperto tra Israele, il Patriarcato Latino e le principali cancellerie europee

Messa vietata per le massime autorità cattoliche locali. Le forze dell'ordine evocano il pericolo di raid missilistici tra le strette viuzze della Città Vecchia, ma l'Europa condanna l'affronto: la premier Giorgia Meloni parla di "offesa ai credenti", sostenuta dalle dure prese di posizione del ministro Crosetto e di Emmanuel Macron. Tajani convoca l'ambasciatore

29 Marzo 2026, 17:15

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Niente liturgia delle Palme al Sepolcro per Pizzaballa:  scontro aperto tra Israele, il Patriarcato Latino e le principali cancellerie europee

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La Città Vecchia di Gerusalemme ha visto letteralmente passare secoli di storia, ma stamattina è successo qualcosa che non ha precedenti da secoli segnando una frattura destinata a incidere sui fragili equilibri mediorientali. In un contesto già appesantito da venti di guerra, la polizia israeliana ha impedito l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro al Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo. I due alti prelati non guidavano cortei festosi né portavano rami d’ulivo: si recavano in forma privata per celebrare la Messa della Domenica delle Palme nel cuore della cristianità.

L’episodio si è consumato all’imbocco della stretta via che conduce al portone ligneo del santuario: le massime autorità cattoliche locali sono state fermate da una pattuglia e costrette a fare dietrofront. Una scelta che il Patriarcato di Gerusalemme ha definito un “grave precedente” e un “estrema violazione” della libertà di culto, bollando la misura come “manifestamente irragionevole e sproporzionata”. Pur in assenza di un inventario storico formale, le autorità ecclesiastiche sottolineano che si tratterebbe del “primo caso da secoli”: neppure nelle fasi più drammatiche del passato era venuta meno la continuità minima delle celebrazioni per i responsabili liturgici del luogo.

La risposta israeliana è arrivata rapidamente, inquadrando l’accaduto nel perimetro dell’Operazione “Ruggito del Leone”, avviata a fine febbraio 2026. Secondo la Polizia, le direttive del Comando per il Fronte Interno impongono la chiusura ai fedeli di tutti i siti religiosi privi di adeguate aree protette contro attacchi missilistici, minaccia resa concreta dai recenti allarmi e dall’impatto di razzi in prossimità di luoghi simbolo delle tre fedi, compresi Al-Aqsa e il Muro Occidentale.

L’ambasciatore d’Israele in Italia, Jonathan Peled, ha ribadito la posizione del governo: “la sicurezza delle vite umane viene prima delle libertà di culto”, richiamando anche le oggettive difficoltà di accesso per i soccorsi nelle tortuose viuzze medievali.

Per le Chiese locali, tuttavia, la spiegazione tecnica non è sufficiente. Il Patriarcato aveva già calibrato le celebrazioni ai limiti imposti (capienza massima di 50 persone per gli eventi pubblici), cancellando la tradizionale e affollata processione dal Monte degli Ulivi. Vietare l’ingresso privato ai soli vertici religiosi — padre Ielpo è il superiore dei Francescani incaricati da secoli della cura dei Luoghi Santi — incrina il delicato sistema di consuetudini noto come “Status Quo”, che regola la gestione condivisa dei santuari e ne garantisce le liturgie anche nei periodi di crisi.

L’onda d’urto ha immediatamente varcato i confini regionali, trasformandosi in una crisi diplomatica. In Italia, le reazioni istituzionali sono state durissime: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “offesa ai credenti”, mentre il ministro degli Esteri Antonio Tajani, definendo “inaccettabile” il divieto, ha convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano a Roma per chiarimenti. Si è unito il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha stigmatizzato un unicum che “mina la libertà religiosa”, trovando eco a Parigi nella ferma condanna del presidente francese Emmanuel Macron.

Dal Vaticano è giunto, nella stessa giornata, un segnale inequivocabile. Celebrando la Domenica delle Palme in San Pietro, Papa Leone XIV ha rivolto le sue preghiere ai cristiani del Medio Oriente impossibilitati a “vivere pienamente i riti”, ribadendo con forza che Dio non giustifica la guerra.

Accanto al vulnus spirituale, si apre però un cantiere diplomatico e istituzionale complesso: i prossimi colloqui tra Tel Aviv e le cancellerie europee dovranno definire protocolli speciali per le giornate “sensibili”, per evitare che l’ombrello della sicurezza si trasformi, di fatto, nella pietra tombale dello Status Quo.