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30 marzo 2026 - Aggiornato alle 08:37
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la guerra

Hormuz, il grande ricatto di Teheran: l'Iran ha trasformato lo Stretto in un bancomat da 2 milioni a nave

L'annuncio di Trump su 20 navi sblocca parzialmente la crisi, ma i pasdaran varano un pedaggio milionario per le petroliere. Un colpo al cuore del commercio globale

30 Marzo 2026, 07:20

07:30

Hormuz, il grande ricatto di Teheran: l'Iran ha trasformato lo Stretto in un bancomat da 2 milioni a nave

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Dal ponte dell’Air Force One, il 30 marzo 2026, Donald Trump ha lanciato un annuncio con l’obiettivo di diradare le nubi sul Golfo Persico: l’Iran consentirà il transito di 20 navi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Secondo il presidente americano, i “negoziati stanno andando estremamente bene”, un segnale politico che vorrebbe attestare l’efficacia della strategia di massima pressione di Washington e i suoi riscontri concreti.

Ma dietro questa apparente schiarita, la realtà della rotta più incandescente del pianeta racconta una crisi strutturale tutt’altro che vicina a una conclusione.

La concessione di Teheran non equivale a un ritorno alla normalità, che in tempi ordinari prevede decine di passaggi quotidiani. Al contrario, l’Iran ha inaugurato una dottrina operativa nuova e rischiosa: non più un blocco totale, bensì un “controllo condizionato” e selettivo dello Stretto.

I Guardiani della Rivoluzione (IRGC) si sono di fatto insediati come gestori del traffico, escludendo le unità legate a Stati Uniti e Israele e pretendendo dichiarazioni dettagliate su carichi ed equipaggi.

Il principio internazionale del “passaggio inoffensivo” è stato così sostituito de facto da un “passaggio autorizzato”, trasformando Hormuz in un casello marittimo: secondo fonti d’intelligence, Teheran arriverebbe a esigere pedaggi fino a 2 milioni di dollari per consentire il transito delle petroliere all’interno di corridoi sicuri.

L’impatto sui mercati è pesantissimo. Nelle prime due settimane di ostilità il traffico è precipitato del 94%, con giornate in cui non sono passate più di due navi cargo e con attacchi registrati contro almeno 20 imbarcazioni.

Considerato che per Hormuz transita circa il 20% del greggio mondiale (oltre 20 milioni di barili al giorno) e una quota cruciale di GNL, il collo di bottiglia ha fatto impennare ai massimi storici noli marittimi e premi assicurativi per rischio guerra.

Le ripercussioni non colpiscono soltanto l’energia: a soffrirne sono intere filiere europee, dalla chimica all’automotive.

Sul piano militare, la tensione resta elevatissima. Dopo il raid statunitense del 13 marzo contro l’isola di Kharg, snodo strategico da cui transita il 90% del greggio iraniano, Washington fatica a consolidare una coalizione navale internazionale.

Se da un lato i Paesi del Golfo e Israele hanno risposto all’appello, dall’altro l’Europa prende tempo; intanto la US Navy ammette risorse limitate per scorte sistematiche e, per ora, si affida a velivoli A-10 e Apache per scoraggiare la marina iraniana.

In questo contesto, il via libera a 20 navi somiglia più a un test per un fragile canale negoziale che a una vera riapertura.

Mentre filtrano indiscrezioni su un possibile disimpegno americano allo studio della Casa Bianca, i mercati restano in attesa.

Senza un ripristino di prevedibilità e sicurezza, gli armatori continueranno a pagare costi esorbitanti o a deviare le rotte.

Hormuz rimane una polveriera: ogni concessione appare come una mossa temporanea in una guerra di logoramento su scala globale.