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30 marzo 2026 - Aggiornato alle 07:32
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Drone mette fuori uso i dissalatori del Kuwait, mentre gli Usa danno la caccia all'uranio iraniano

Raid paralizza l'acqua dell'emirato. Al Pentagono si studia il grande salto: occupare i pozzi petroliferi e i laboratori nucleari iraniani. l'ONU piange un caduto nel sud del Libano

30 Marzo 2026, 07:27

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Drone mette fuori uso i dissalatori del Kuwait, mentre gli Usa danno la caccia all'uranio iraniano

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Medio Oriente in fiamme e linea del fronte che si dilata, con infrastrutture vitali e missioni di pace trasformate in obiettivi dichiarati.

La regione ha conosciuto un salto di qualità del conflitto su tre assi distinti ma strettamente connessi: il sangue versato dai caschi blu nel Sud del Libano, la fragilità idrica nel Golfo e i piani di guerra più estremi discussi sul tavolo dello Studio Ovale.

Nel Sud del Libano, una postazione della missione UNIFIL nei pressi di Adchit al Qusayr è stata sventrata da un proiettile di “origine sconosciuta”, causando la morte di un peacekeeper indonesiano e il ferimento grave di un altro militare.

L’episodio si inserisce in una catena di violenze che aveva già registrato tre soldati feriti il 6 marzo ad Al Qawzah.

La perdita di un casco blu riaccende il confronto alle Nazioni Unite: le attuali regole d’ingaggio non sembrano più garantire la sicurezza dei contingenti, mentre si fa concreto il rischio che alcuni Paesi contributori richiamino le proprie truppe, compromettendo l’efficacia della missione.

A quasi 700 chilometri di distanza, l’ombra della guerra ha colpito il cuore della sopravvivenza nel Golfo Persico: l’acqua.

In Kuwait, un’azione attribuita a Teheran ha devastato un impianto di produzione elettrica e dissalazione, uccidendo un lavoratore indiano.

Colpire le centrali idriche, da cui dipende circa il 90% dell’acqua potabile del Paese, non appare un danno collaterale, bensì una strategia deliberata per fiaccare la resilienza civile prima ancora di quella industriale.

Un attacco insieme psicologico e concreto che segue il raid del 1° marzo al porto di Shuaiba, dove un drone iraniano aveva già provocato la morte di sei militari statunitensi.

Il timore, tra rubinetti a secco e infrastrutture in fiamme, è che simili impianti diventino “bersagli legittimi” in tutta la regione.

In questo quadro convulso, a Washington il presidente Donald Trump valuta opzioni senza precedenti.

Il Pentagono studia operazioni terrestri dall’altissimo rischio: da un lato, l’assalto e il presidio dell’isola iraniana di Kharg, snodo logistico del greggio di Teheran, per strozzare l’export avversario e forzare la riapertura dello Stretto di Hormuz; dall’altro, una missione di forze speciali volta a sequestrare 450 chili di uranio arricchito al 60% in Iran, nel tentativo di impedire al regime di superare in poche settimane la soglia del nucleare militare.

Un’ipotesi di intervento di estrema complessità tattica, logistica e di intelligence, che richiederebbe il concorso di reparti d’élite e forze convenzionali.

La guerra in Medio Oriente non si gioca più soltanto nelle trincee o nei cieli: si combatte sui nodi energetici, sulle riserve idriche e sulla percezione di un’escalation imminente. Mentre la diplomazia arranca, i mercati globali restano sospesi, consapevoli che un singolo passo falso nei prossimi giorni potrebbe innescare un incendio capace di travolgere l’intero sistema internazionale.