il progetto
Rotta verso la Luna: la notte in cui l’America (e l’Europa) tornano a osare
La missione che riaccende l’ambizione lunare, tra tecnologia, rischio calcolato e una squadra internazionale pronta a firmare la storia
C’è un odore preciso nell’aria di Cape Canaveral quando il vento gira a largo del Merritt Island National Wildlife Refuge e incontra, all’improvviso, il profilo immenso della cattedrale bianca: il Vehicle Assembly Building, il VAB. A 525 piedi – circa 160 metri – non è solo un edificio; è un manifesto, una promessa. Sotto quelle travi sono stati accoppiati anelli di combustibile criogenico, bulloni titanici, cavi che sembrano vene. E lì, tra le navate industriali e le gru da 175 e 250 tonnellate, il nuovo pellegrino d’America – il razzo SLS alto 98 metri – ha atteso di rivedere il cielo. Ora è sulla rampa LC‑39B. E nella notte tra l’1 e il 2 aprile 2026, alle 00:24 ora italiana (le 18:24 ET del 1 aprile), se tutto andrà come previsto, quattro esseri umani – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen – cominceranno una traiettoria che taglia l’oscurità, gira intorno alla Luna e torna a casa: Artemis II.
Un equipaggio che è già racconto
Quattro nomi, quattro storie, un simbolo evidente: diversità come competenza. Reid Wiseman (comandante): ex capo dell’Office of the Chief Astronaut, ingegnere di volo su Expedition 40. In cabina ha l’ultima parola, ma soprattutto la responsabilità della squadra. Victor Glover (pilota): primo afroamericano destinato a un volo lunare, veterano di Crew‑1 su SpaceX Crew Dragon e di una lunga permanenza sulla Stazione Spaziale Internazionale. Precisione, gestione dei sistemi e occhio sul Guidance, Navigation & Control. Christina Koch (specialista di missione): detentrice del record femminile di permanenza in orbita singola, protagonista delle prime spacewalk tutte al femminile. In Artemis II avrà ruoli chiave su esperimenti biomedici, comunicazioni e gestione payload. Jeremy Hansen (specialista di missione, CSA): primo canadese a volare verso la Luna, colonnello dell’aeronautica, formatore di astronauti per il programma ESA-NASA di esplorazione. Presenza che certifica la natura profondamente internazionale del progetto.
Non è solo un equipaggio: è l’argomento più convincente che la nuova corsa allo spazio non è una riedizione nostalgica di Apollo, ma un’impresa coralmente alleata.
La data e l’ora: perché la notte italiana dell’1/2 aprile conta
La dinamica è semplice solo all’apparenza: 00:24 del 2 aprile in Italia, che corrisponde alle 18:24 ET del 1 aprile in Florida. La lunghezza della finestra è di circa 120 minuti e dipende dall’illuminazione al suolo e in traiettoria, dal profilo di energia richiesto alla Orion e da una geometria Terra‑Luna che in queste ore assomiglia a un meccanismo perfettamente oliato. Se il meteo o una condizione tecnica imponessero uno stop, si ritenta fino al 6 aprile; in caso di ulteriore rinvio, spazio al 30 aprile. Anche gli stessi astronauti ricordano: il calendario è un obiettivo, non un vincolo; uno slittamento a maggio o giugno non è escluso se la prudenza lo suggerisse.
Il perché di Artemis II: una prova generale con esseri umani
Chi ricorda Artemis I sa che la navicella Orion ha già compiuto un’orbita lontana attorno alla Luna senza equipaggio nel 2022. Adesso è il turno della verità: dimostrare che i sistemi di supporto vitale, le interfacce uomo‑macchina, la navigazione autonoma e le comunicazioni in spazio profondo reggono quando a bordo ci sono battiti cardiaci e non solo sensori. Artemis II è quindi un volo di circa 10 giorni in free‑return trajectory: un profilo che usa la gravità della Luna per piegare la rotta e riportare l’astronave a casa anche in caso di mancanza di propulsione. È una “cintura di sicurezza” orbitale concepita per limitare i rischi in quella che resta, a tutti gli effetti, un’impresa ad alto contenuto di rischio.
Dalla rampa alla Luna: le mosse, con i piedi per terra e lo sguardo in alto
Decollo dalla LC‑39B con i due booster a propellente solido e i quattro RS‑25 del core stage a ossigeno e idrogeno liquidi. Inserimento in orbita terrestre e “check‑out” accelerato dei sistemi. Sequenza di manovre fino alla Translunar Injection (TLI), che spedirà Orion sulla rotta lunare. Sorvolo propulso della Luna e innesto nella free‑return. Rientro nell’atmosfera terrestre con lo scudo termico che dovrà dimostrare di aver imparato tutte le lezioni di Artemis I; ammaraggio assistito da paracadute.
Tutto è minuziosamente cronometrato. La TLI è il colpo di scena a metà film; l’ammaraggio è l’applauso finale che tutti vorremmo poter concedere.
Che cosa c’è di europeo a bordo: l’ossigeno della collaborazione
Dentro la sigla ESM (European Service Module) batte tanta Europa e non poca Italia. Il modulo di servizio europeo – cuore di potenza, propulsione, fluidi e controllo termico di Orion – è un capolavoro costruito in larga parte a Torino da Thales Alenia Space e integrato a Brema da Airbus Defence and Space, prime contractor dell’ESA. In soldoni: l’ESM fornisce elettricità coi suoi pannelli solari a X, regola temperatura e aria, movimenta acqua e gas, e – soprattutto – spinge la navicella nello spazio profondo. Senza ESM, Artemis II resterebbe un’idea brillante inchiodata alla rampa.
Per l’Italia, oltre alla struttura primaria del modulo e ai radiatori, c’è il valore di una filiera che unisce Leonardo e Thales nel perimetro di Thales Alenia Space, un campione industriale già protagonista delle strutture dei moduli ISS e del cargo Cygnus. Un capitale di competenze che, missione dopo missione, si trasferisce anche ai futuri segmenti abitativi del programma, dall’I‑HAB del Gateway al concetto di habitat di superficie.
Il razzo dei record (e dei compromessi)
Il Space Launch System nella configurazione Block 1 è alto 98 metri e alla partenza sviluppa una spinta di circa 8,8 milioni di libbre‑forza. È un “ibrido” generazionale: motori RS‑25 con pedigree Space Shuttle e booster laterali gemelli aggiornati. Non è il Saturn V e non vuole esserlo: il suo obiettivo è garantire affidabilità e capacità TLI per missioni umane oltre l’orbita bassa. Per Artemis II, sopra lo SLS viaggia una Orion in assetto crewed, con torre LAS (Launch Abort System) che verrà espulsa presto nella salita per ridurre massa e rischi.
La strada fino a qui non è stata lineare: ispezioni dopo Artemis I hanno imposto analisi su scudo termico e sistemi di supporto vitale, e lungo i test pre‑lancio di Artemis II si è presentato anche un intoppo a una linea di elio nello stadio superiore, risolto con il rientro nel VAB e successivi fix. Un promemoria utile: nello spazio nulla è “di routine”, e ogni giorno guadagnato sulla timeline è in realtà un giorno guadagnato sulla sicurezza.
Che cosa vedremo (e perché sarà diverso da ogni “altro lancio”)
Un countdown più lungo e coreografato rispetto ai voli commerciali abituali: i rifornimenti criogenici di idrogeno e ossigeno liquidi richiedono tempi e margini severi. Le immagini dell’ingresso equipaggio nella Orion, i controlli incrociati tra Launch Control Center e Mission Control a Houston. Il distacco della torre LAS e la MECO (Main Engine Cut Off) prima del volo “silenzioso” nell’orbita di parcheggio. Il momento della TLI, vera soglia psicologica: da lì in avanti, il termine “spazio profondo” smette di essere retorica e torna a essere geografia.
Per chi vorrà seguire: la diretta ufficiale di NASA partirà diverse ore prima; la finestra italiana si apre a tarda sera dell’1 aprile e si dilata fino oltre la mezzanotte, con la possibilità che l’accensione cada in coda alla finestra di 120 minuti. Diversi portali specializzati e flussi “all‑pad” offrono un 24/7 della rampa.
La scienza a bordo: corpi umani in territorio inesplorato
Volare con equipaggio oltre la magnetosfera significa attraversare livelli di radiazione più severi e un microambiente psicofisiologico diverso da quello della LEO. A bordo, protocolli di monitoraggio biomedicale valuteranno parametri cardiaci, risposta neuro‑vestibolare, qualità del sonno, dinamiche metaboliche. La validazione dei sistemi di supporto vitale in assetto operativo – con cicli di aria, acqua e controllo termico affidati in gran parte all’ESM – è il cuore della missione. I risultati alimenteranno la pianificazione di Artemis III/IV: dalla durata dei compiti EVA all’allocazione delle scorte.
E dopo? Rotta su 2027–2028, tra realismo e ambizione
La roadmap ufficiale parla di un allunaggio nella seconda metà del decennio, con un ruolo crescente del Gateway in orbita NRHO, lander commerciali e infrastrutture di superficie. I piani recenti hanno visto ricalendarizzazioni e riallineamenti tra Artemis III, IV e V: il messaggio è duplice. Da un lato, la complessità tecnica e industriale richiede flessibilità; dall’altro, l’ecosistema che regge Artemis – NASA, ESA, CSA, partner industriali – non ha smesso di convergere risorse, know‑how e volontà politica. Artemis II è la cerniera: se funziona, sblocca la porta successiva.
Il margine di dubbio, che è il cuore dell’onestà
Gli astronauti lo ripetono: “No guarantee”. È una formula di rispetto verso la complessità. Potrebbe andare tutto liscio all’apertura della finestra del 1 aprile; potrebbe servire una giornata in più; potrebbe essere necessario chiedere maggio. L’importante è ricordare che il vero bersaglio è tornare. Nell’era dei live e delle timeline “a bordo rampa”, il rallentamento è spesso un atto di intelligenza. E se la notte italiana finirà con un “we’re scrubbed for today”, non sarà una sconfitta, ma la riaffermazione di una cultura che antepone la sicurezza all’ego.