English Version Translated by Ai
31 marzo 2026 - Aggiornato alle 17:21
×

I RAPPORTI

«Non atterrate»: quando l'Italia dice no agli Stati Uniti (e ha ragione di farlo)

Il diniego agli aerei americani a Sigonella non è una crisi diplomatica: è l'applicazione di regole che Roma e Washington condividono da trent'anni. Ecco cosa cambia davvero

31 Marzo 2026, 13:33

13:41

«Non atterrate»: quando l'Italia dice no agli Stati Uniti (e ha ragione di farlo)

Seguici su

All'alba, sulla pista di Sigonella, alcuni velivoli statunitensi con piano di volo verso il Medio Oriente non atterrano. Non perché qualcuno abbia alzato la voce, non perché ci sia stato un incidente diplomatico. Semplicemente: manca la richiesta formale, manca la consultazione prevista dagli accordi. La chiamata parte dallo Stato maggiore, arriva al ministro della Difesa Guido Crosetto, e lo stop è immediato. È il 31 marzo 2026.

Non è un remake del 1985. È qualcosa di diverso, e per certi versi più significativo.

Cosa è successo davvero

Nei giorni precedenti, alcuni aerei militari americani avevano indicato Sigonella come scalo tecnico prima di proseguire verso il Medio Oriente. Le verifiche interne all'Aeronautica hanno stabilito che quei voli non rientravano nella categoria delle normali attività logistiche — le uniche coperte da un'autorizzazione automatica — ma si configuravano come operazioni potenzialmente offensive. A quel punto il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha avvertito il ministro Crosetto: senza richiesta formale e senza consultazione preventiva, gli aerei non atterrano. Il divieto è stato comunicato al comando statunitense. Gli aeromobili hanno virato altrove.

L'episodio è rimasto riservato fino alla mattina del 31 marzo, quando le prime ricostruzioni giornalistiche hanno trovato conferme rapide da più testate. Il quadro è coerente: nessun incidente, nessuna rottura plateale, ma un'applicazione rigorosa delle regole bilaterali.

Il paragone col 1985: suggestivo ma sbagliato

Il confronto con Sigonella 1985 — quando l'Italia di Bettino Craxi si oppose al prelievo americano dei dirottatori dell'Achille Lauro — è inevitabile quanto fuorviante. Allora fu uno scontro pubblico, con i carabinieri che circondavano i reparti americani sulla pista. Oggi parliamo di procedure pattizie note e condivise da oltre trent'anni, applicate in silenzio e senza drammi. Il governo ha fatto valere un principio semplice: per le attività potenzialmente offensive serve il via libera italiano. Senza, gli aerei non atterrano.

Il cuore giuridico: cinetico contro non cinetico

Tutto ruota attorno a una distinzione che può sembrare tecnica ma è profondamente politica. Gli accordi che regolano la presenza militare americana in Italia — il NATO SOFA del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973, il Memorandum d'intesa del 1995 — distinguono nettamente tra due categorie di attività.

Da un lato ci sono le attività non cinetiche: logistica, addestramento, intelligence, sorveglianza, trasporti non offensivi. Per queste, le forze statunitensi operano entro cornici tecniche consolidate, senza passaggi politici straordinari. Dall'altro ci sono le attività cinetiche, ovvero le operazioni di combattimento con potenziale uso della forza: per queste serve un'autorizzazione esplicita del governo italiano e, se necessario, un passaggio parlamentare.

Da settimane Crosetto ripeteva questa linea in Parlamento e in dichiarazioni pubbliche: le basi si usano per operazioni non cinetiche; per il resto si torna alle Camere. Il 4 marzo 2026 lo aveva ribadito esplicitamente. Il diniego di Sigonella, insomma, non ha sorpreso chi seguiva i dossier.

Perché Sigonella "pesa" più di altre basi

La Naval Air Station Sigonella non è una base qualsiasi. Da decenni è un hub critico nel Mediterraneo per i droni MQ-4C Triton e i pattugliatori P-8 Poseidon, impiegati in missioni di intelligence, controllo delle rotte e sorveglianza marittima. Il suo doppio potenziale — sorveglianza e, se deciso politicamente, proiezione di forza — la rende un ago sensibile della bilancia diplomatica. Nell'ultimo anno, l'intensificarsi della crisi in Medio Oriente e alcuni episodi controversi — tra cui atterraggi di elicotteri US Navy in zone protette della Sicilia — avevano già alimentato tensioni nell'opinione pubblica locale.

Cosa cambia davvero tra Roma e Washington

Il diniego manda a Washington un segnale chiaro: l'Italia non intende farsi trascinare in operazioni offensive senza i passaggi previsti. Non è un cambio di campo, è una riaffermazione di sovranità procedurale. Gli Stati Uniti sapevano — e sanno — che su Sigonella la consultazione preventiva non è un optional.

Sul piano operativo, è ragionevole attendersi che i comandi alleati istituzionalizzino canali di pre-notifica più stringenti sui voli sensibili. Sul piano diplomatico, il messaggio è un invito alla "disciplina d'alleanza": non depotenzia la fiducia, ma alza l'asticella della trasparenza preventiva. In termini pratici, gli americani possono adattare routing e scali su altre infrastrutture NATO nell'area, riducendo il rischio di nuove frizioni.

La cooperazione militare non è in discussione: pattugliamenti, intelligence, controllo marittimo, addestramento. È proprio questa ampiezza a rendere ancora più necessaria la distinzione netta tra il dominio non cinetico e quello cinetico.

I tre scenari prossimi

Nel breve periodo, lo scenario più probabile è la continuità a bassa frizione: le operazioni non cinetiche proseguono senza scossoni, mentre la controparte americana intensifica le pre-notifiche e chiarisce in anticipo la natura dei voli. Sul tavolo rimane aperto anche il dossier — discusso a inizio marzo 2026 — relativo alla possibile fornitura di sistemi di difesa aerea e anti-drone a Paesi del Golfo sotto attacco: si tratta di cooperazione difensiva, coerente con l'impostazione italiana purché sganciata da operazioni offensive. Infine, qualora Washington avanzasse una richiesta formale per impieghi cinetici di Sigonella, la linea annunciata è un passaggio alle Camere: significa mettere ai voti obiettivi, durata e regole d'ingaggio. Lo scenario politicamente più delicato, anche in chiave di consenso interno.

La forza di dire no per poter dire sì

Il "no" di Sigonella non incrina l'alleanza con gli Stati Uniti: la irrobustisce nell'unico modo in cui le alleanze democratiche reggono alle crisi, ossia chiarendo regole, limiti e responsabilità. In tempi in cui le crisi si muovono alla velocità di un piano di volo, la differenza la fa chi riesce a restare alleato e, insieme, sovrano. L'Italia, il 31 marzo 2026, ha ricordato che si può essere entrambe le cose. Meno gesti plateali, più procedure condivise. E, quando serve, la freddezza di dire "non così" — per poter dire "sì" quando sarà la politica a decidere, non l'urgenza operativa.