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«Valuto seriamente di lasciare la Nato»: la minaccia di Trump perché l'Europa continua a dirgli No sull'Iran
«Noi ci siamo stati per voi con l'Ucraina, voi non ci siete per noi». Durissimo l'affondo contro la Gran Bretagna: «Siete troppo vecchi e con portaerei che neanche funzionavano»
“Sto seriamente considerando di tirare fuori gli Stati Uniti dalla NATO”. Da un lato Donald Trump, alle prese con una guerra contro l’Iran iniziata il 28 febbraio 2026; dall’altro, alleati europei che dicono no a un coinvolgimento diretto per riaprire lo Stretto di Hormuz, oggi strozzato da Teheran. L’effetto domino è già in atto: prezzi energetici in altalena, navi ferme in rada, capitali in fuga dai mercati e una domanda che attraversa le cancellerie europee come una corrente fredda: cosa resta dell’ombrello di Articolo 5 se Washington minaccia di chiuderlo?
Che cosa ha detto davvero Trump, e perché adesso
Secondo un’intervista riportata dal quotidiano britannico The Telegraph, il presidente Trump avrebbe dichiarato di “stare seriamente valutando” l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO dopo che l’Alleanza non ha aderito alla richiesta di partecipare a un attacco congiunto USA–Israele contro l’Iran e non ha inviato navi da guerra per contribuire al ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz. La notizia è stata ripresa da media europei, confermando i toni e il tenore delle affermazioni. Pur non essendoci, al momento, un atto formale di procedura d’uscita, la minaccia pesa.
"Non sono mai stato convinto dalla Nato. Ho sempre saputo che erano una tigre di carta, e anche Vladimir Putin lo sa, tra l'altro", ha sostenuto Trump a domanda del Telegraph su se avrebbe riconsiderato l'appartenenza degli Usa all'Alleanza atlantica dopo il conflitto in corso con l'Iran. Il presidente Usa ha parlato anche della riluttanza di altri membri della Nato rispetto all'eventualità di intervenire per garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz, sostanzialmente chiuso nell'ultimo mese e cruciale per il trasporto del petrolio estratto nell'area del Golfo. "Oltre a non esserci stati, è stato davvero difficile da credere. E non è che abbia fatto una grande campagna di persuasione. Ho solo detto: 'Ehi', non ho insistito troppo. Penso solo che dovrebbe essere automatico", ha commentato il tycoon, ricordando che gli Usa sono "stati automaticamente presenti" per questioni come quella ucraina. "L'Ucraina non era un nostro problema. Era un test, e noi ci siamo stati per loro, e ci saremmo sempre stati. Ma loro non ci sono stati per noi", ha aggiunto in riferimento ai Paesi alleati. Nel riferirsi specificamente al Regno Unito, Trump ha ribadito al Telegraph le critiche al premier britannico Keir Starmer per aver respinto l'idea di una partecipazione diretta alla guerra israelo-statunitense contro l'Iran, suggerendo che la Royal Navy non sia all'altezza del compito. "Non avete nemmeno una Marina. Siete troppo vecchi e con portaerei che neanche funzionavano", ha sostenuto.
Negli stessi giorni, il presidente ha scandito il suo messaggio con frasi destinate a fare il giro del mondo: mettere in sicurezza Hormuz “non è compito nostro”, e ai partner che patiscono carenze di carburante a causa della crisi ha intimato di “andarsi a prendere il proprio petrolio”. È un cambio di paradigma: da garante delle rotte energetiche globali a promotore di una sorta di “sicurezza a geometria variabile”, dove chi dipende da Hormuz dovrebbe anche pagarne e sostenerne i costi militari.
Non si è fatta attendere la risposta degli alleati, anzi del principale alleato europeo degli USA. ll premier britannico Keir Starmer ha definito la Nato come l'alleanza militare "più efficace al mondo".
Il contesto: una guerra scelta a Washington e Tel Aviv, uno stretto in ostaggio
L’offensiva congiunta USA–Israele è partita nelle prime ore del 28 febbraio 2026, colpendo infrastrutture e asset militari iraniani. Da allora, la risposta di Teheran ha moltiplicato i rischi per la navigazione nello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia da cui transita una quota cruciale del petrolio e dei derivati globali. Pur senza un blocco dichiarato “de jure”, la chiusura “di fatto” per ragioni di sicurezza ha rallentato o fermato molte rotte, con compagnie e capitani riluttanti a esporsi lungo corridoi minati da missili costieri, droni e motosiluranti.
Nel corso delle settimane, Washington ha alternato minacce (“deadline” per la riapertura, poi prorogate) e segnali di disponibilità negoziale (una bozza di cessate il fuoco in 15 punti recapitata via Pakistan), mentre sul terreno – e sul mare – bombardamenti e sabotaggi hanno continuato a incidere sulla capacità iraniana ma senza sbloccare stabilmente il traffico. Nel frattempo, l’uccisione del comandante della marina dei Guardiani della Rivoluzione, Alireza Tangsiri, rivendicata da Israele, è stata presentata come parte dello sforzo per riaprire Hormuz: anche questo, però, non ha riavviato le rotte nella misura sperata.
La frattura con gli alleati: non solo navi mancate, ma dottrina in collisione
Perché l’Europa non ha risposto alla chiamata statunitense? Oltre a sensibilità pubbliche contrarie a un’escalation, la base giuridica invocata da Washington non rientra nel perimetro difensivo classico della NATO. L’Articolo 5 opera in caso di attacco contro un membro; qui, al contrario, siamo davanti a un’operazione iniziata da USA e Israele con l’obiettivo, tra gli altri, di ridurre la capacità missilistica e nucleare iraniana e di interrompere il sostegno di Teheran alle milizie regionali. È un terreno scivoloso che molti governi europei hanno preferito non calcare.
Dall’altra parte, Trump ha trasformato il dissenso in accusa: la sua tesi è che chi dipende da Hormuz debba “metterci la faccia” anche sul piano militare. In pubblico ha alternato sferzate (“NATO codarda”, “non è compito nostro”) e segnali di disimpegno (“andate a prendervi il vostro petrolio”). Il messaggio politico è lineare: o l’Alleanza si adatta alla nuova “dottrina Hormuz”, oppure l’America potrebbe ricalibrare – o ritirare – la propria garanzia di sicurezza.
“Uscire dalla NATO”: minaccia tattica o svolta strategica?
Storicamente, Trump ha alternato strappi verbali e ricuciture tattiche con la NATO. Già nel 2018 sfiorò il tema dell’uscita, salvo poi rivendicare la “riscossa” dell’Alleanza grazie a maggiori spese europee. Oggi il registro è diverso: la guerra con l’Iran, l’energia come leva di pressione e il rifiuto europeo di “sporcarsi le mani” nello Stretto di Hormuz hanno creato una combinazione nuova. Non è un caso che a fine marzo 2026 il presidente abbia ventilato persino l’idea di non garantire più automaticamente la difesa collettiva.
Detto questo, al momento non esiste un passo procedurale avviato per il recesso dal Trattato. La minaccia resta, per ora, un’arma negoziale nelle mani della Casa Bianca: spingere gli alleati a “pagare e partecipare”, ridefinire i compiti dell’Alleanza su dossier fuori area e, in prospettiva, riplasmare i meccanismi di voto e contributo in senso “pay-to-play”. Non a caso, negli ultimi mesi sono circolate ipotesi di “riforma punitiva” verso i membri meno performanti sulla spesa per la difesa, e lo stesso presidente ha lasciato intendere che l’impegno americano alla mutua difesa potrebbe diventare condizionato.
Hormuz, dove s’incrociano guerra, energia e assicurazioni
Lo Stretto di Hormuz è largo appena una trentina di chilometri nel punto più stretto, con canali di navigazione di circa 3 chilometri per senso di marcia. È il passaggio obbligato per una quota decisiva del greggio e dei prodotti raffinati diretti verso Europa e Asia. In condizioni normali, la sola prospettiva di un conflitto ne fa impennare i premi assicurativi; in condizioni come quelle attuali, con mine, droni e batterie missilistiche costiere ancora attive, la combinazione tra rischio fisico e costo finanziario diventa spesso proibitiva. Il risultato è uno “stop&go” permanente che alimenta volatilità e rincari.
Gli Stati Uniti hanno provato a proiettare deterrenza marittima e a colpire i “moltiplicatori” della chiusura (motoscafi veloci, droni marini e aerei, depositi missilistici costieri). Ma finché Teheran può minacciare anche solo una parte del traffico, il rischio residuo resta alto. È per questo che la Casa Bianca insiste su una “coalizione di sicurezza” post-bellica, con una task force marittima a guida ampia per “polizia degli stretti”. Il problema, però, è politico: gli alleati europei temono di essere trascinati a posteriori in un conflitto che non hanno deciso.
Quanto è praticabile un’uscita USA dalla NATO?
Sul piano giuridico e politico, la strada è irta. In passato, Trump ha flirtato con l’idea ma non l’ha mai formalizzata. Oggi incontra resistenze non solo in Europa, ma anche all’interno del Partito Repubblicano: deputati e senatori hanno messo in guardia dal rischio di una spaccatura interna e di una perdita di deterrenza complessiva a vantaggio di Russia e Cina. Sul piano procedurale, non esiste ancora un atto che avvii il recesso; resta però la possibilità – devastante – di erodere la sostanza dell’impegno, svuotando dall’interno la mutua difesa con condizionalità politiche o messaggi ambigui.
Nel frattempo, la leadership della NATO prova a rassicurare: il messaggio ufficiale è che l’impegno USA resta saldo e che le dichiarazioni presidenziali non scalfiscono il quadro. Tuttavia, alle rassicurazioni si affianca una realtà scomoda: le capitali europee stanno già elaborando scenari di “mitigazione del rischio USA”, con aumento degli stanziamenti per la difesa e nuove architetture di cooperazione industriale e tecnologica. In gioco non è solo la spesa, ma l’orientamento strategico dell’Europa nel prossimo decennio.