l'allarme
La Arctic Metagaz di nuovo alla deriva: la guerra tra Russia e Ucraina è ormai alle nostre porte
Fallito per il maltempo il traino della enorme nave della flotta ombra di Mosca. Incendiata e in avaria, la petroliera sanzionata resta ostaggio delle onde e dell'impasse burocratica di Bruxelles
Il Mediterraneo centrale è diventato il teatro inedito di un’emergenza che intreccia conflitto, crisi ambientale e giochi di potere. Dal 3 marzo scorso la Arctic Metagaz, una gigantesca metaniera russa lunga 277 metri, vaga fuori controllo, classificata “not under command” dopo una serie di esplosioni e un vasto incendio a bordo.
Non è un cargo qualunque, ma un ingranaggio cruciale della “shadow fleet” di Mosca, la rete navale impiegata per eludere le restrizioni occidentali e già duramente colpita dalle sanzioni di Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito.
Mentre le autorità russe parlano di “attacco terroristico” compiuto da droni navali ucraini, un’inchiesta giornalistica internazionale attribuisce l’azione a un drone autonomo di superficie Magura V5, operato dall’intelligence di Kiev. L’elemento più dirompente dell’indagine ipotizza che il mezzo sia stato lanciato da una base a Zawiya, nei pressi del complesso energetico di Mellitah, in Libia.
In assenza di conferme ufficiali e con il silenzio sia di Kiev sia di Tripoli, questo scenario indicherebbe un’estensione clamorosa del conflitto russo‑ucraino, con potenziali ripercussioni su snodi energetici strategici come il gasdotto Greenstream, gestito in joint venture dalla libica NOC ed Eni.
Nel frattempo, l’unità alla deriva si è trasformata in un ordigno ambientale galleggiante. Con un carico stimato tra 60 e 61 mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL) e diverse centinaia di tonnellate di carburante, il pericolo di un disastro ecologico appare imminente.
La minaccia ha spinto Italia, Spagna, Malta, Grecia e Cipro a coordinarsi, inviando una lettera urgente alla Commissione Europea per sollecitare l’attivazione del meccanismo di protezione civile. Le operazioni di messa in sicurezza, tuttavia, si scontrano con un paradosso giuridico: poiché la nave è sottoposta a sanzioni, qualunque intervento rischia di violare le norme comunitarie. Da qui l’appello di Malta a Bruxelles per ottenere uno scudo legale a tutela dei soccorritori.
Un barlume di soluzione era emerso a fine marzo, quando le autorità libiche, insieme a NOC ed Eni, avevano avviato delicate manovre di rimorchio verso la costa di Zuwara. Ma il 2 aprile il brusco peggioramento del meteo ha fatto fallire l’operazione, riconsegnando la metaniera a un mare in burrasca, completamente fuori controllo, e imponendo l’istituzione di un perimetro di sicurezza di 10 miglia.