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3 aprile 2026 - Aggiornato alle 21:02
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lo scontro

Gesù Cristo arruolato dal Pentagono, Papa Leone contro Hagseth: «Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra»

Contro la retorica identitaria dell'Occidente in armi, il pontefice smonta la legittimazione divina del conflitto mediorientale. Un appello disperato per riaprire i negoziati prima che sia tardi

03 Aprile 2026, 20:19

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Gesù Cristo arruolato dal Pentagono, Papa Leone contro Hagseth: «Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra»

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Mentre i vettori continuano a ridisegnare la mappa del Medio Oriente, si consuma una battaglia parallela, profonda e altamente simbolica, sul terreno del lessico e della religione.

Da un lato il Pentagono, che invoca la vittoria militare “nel nome di Gesù Cristo”; dall’altro il Vaticano, con Papa Leone XIV che ribadisce con fermezza come nessuna preghiera possa benedire le bombe.

A partire dal 28 febbraio 2026, lo scontro che vede Stati Uniti e Israele contrapposti all’Iran ha innescato un’escalation in grado di alterare radicalmente gli assetti geopolitici.

Sul piano operativo, l’amministrazione Trump rivendica successi schiaccianti, sostiene che gli obiettivi siano “quasi completati” e promette di “finire il lavoro”. Il generale Dan Caine e il segretario alla Difesa Pete Hegseth parlano di un crollo compreso tra l’86% e il 90% degli attacchi missilistici iraniani, descrivendo le capacità offensive di Teheran come quasi “obliterate”.

Il colpo più drammatico e storicamente rilevante per la Repubblica islamica è stato confermato dall’ONU a Ginevra: la morte della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, in un raid mirato contro il suo complesso.

Nonostante tali risultati tattici, la regione precipita in una pericolosa instabilità, con un effetto domino in rapida espansione. I ribelli Houthi in Yemen sono entrati in azione con lanci verso Israele, mentre lo Stretto di Hormuz — arteria vitale per l’approvvigionamento energetico globale — è divenuto teatro di tensioni altissime.

Il 1º aprile 2026 Trump ha imposto un duro ultimatum a Teheran, intimando la riapertura del passaggio marittimo entro il 6 aprile e minacciando severe ritorsioni.

Ad aggravare il quadro, il direttore dell’AIEA Rafael Grossi ha segnalato il rischio di un disastro atomico, con impianti nucleari ancora operativi sottoposti a bombardamenti ripetuti.

In questo contesto incandescente, le dichiarazioni del segretario Hegseth hanno aperto una frattura politica e culturale negli Stati Uniti. Chiedendo preghiere istituzionali affinché “ogni colpo trovi il suo bersaglio” e invocando “violenza d’azione” contro un nemico che “non merita misericordia”, il capo del Pentagono ha tentato di rivestire di sacralità l’offensiva. Una retorica che sta dividendo l’opinione pubblica, incrinando una tradizione costituzionale fondata sulla neutralità religiosa dello Stato in ambito militare e rischiando di trasformare la guerra in una crociata trascendente.

La reazione della Chiesa cattolica è stata immediata e perentoria. Nella settimana di Pasqua, Papa Leone XIV ha condannato senza appello l’uso della fede come cornice morale dell’azione armata. Tuonando che Dio “non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra”, il pontefice ha respinto l’idea che il cristianesimo possa ridursi a marchio identitario di un Occidente in armi.

Già il 5 marzo aveva invocato il disarmo contro la minaccia nucleare; il 31 marzo è tornato a rivolgersi a Washington e ai leader mondiali, chiedendo esplicitamente di cercare una “via d’uscita” diplomatica per contenere la violenza.

Il cortocircuito tra Washington e Roma mette a nudo il grande paradosso dei conflitti contemporanei: la vittoria sul terreno e la distruzione degli arsenali non garantiscono di per sé stabilità né estinguono il risentimento. Mentre il Vaticano avverte che l’odio si alimenta con i bombardamenti, l’Europa osserva con crescente allarme una crisi che minaccia la sicurezza internazionale e polarizza in modo drammatico mondo islamico e Occidente.

Se la religione viene arruolata per irrigidire lo scontro e demonizzare l’avversario, il compromesso politico diventa impraticabile. Come insiste Leone XIV, impedire che Dio venga trascinato sul campo di battaglia e rifiutare la sacralizzazione del conflitto rappresentano oggi un atto di lucidità indispensabile per mantenere aperto lo spazio della diplomazia.