IL VIAGGIO
Artemis II, il ritorno umano oltre l’orbita terrestre: a bordo di Orion la Luna non è più un simbolo, ma una rotta
Dopo oltre mezzo secolo dall’ultima volta, quattro astronauti stanno rimettendo alla prova non solo la tecnologia della Nasa, ma l’idea stessa di spazio profondo abitato
La Terra, vista da 110.000 miglia di distanza, non assomiglia a una patria: assomiglia a una fragile sorgente di luce. È questa l’immagine che definisce meglio le prime ore di Artemis II, la missione che ha riportato esseri umani oltre l’orbita terrestre per la prima volta dai giorni di Apollo 17, nel 1972. Non è solo un passaggio tecnico. È un cambio di scala: dalla routine dell’orbita bassa si torna allo spazio profondo, dove ogni sistema deve funzionare senza rete e ogni anomalia, anche minima, diventa un test reale di affidabilità.
Il cuore del passaggio è arrivato con la translunar injection, l’accensione che ha liberato la capsula Orion dalla gravità terrestre e l’ha instradata verso la Luna. NASA la descrive come una combustione di circa sei minuti del motore principale del modulo di servizio; alcune ricostruzioni giornalistiche l’hanno quantificata in 5 minuti e 55 secondi, in linea con l’ordine di grandezza indicato dal controllo missione. Più che il dato al centesimo, conta la sostanza: il burn è riuscito e ha segnato il momento in cui l’equipaggio ha davvero lasciato la “zona conosciuta” delle missioni umane contemporanee. È il tratto di missione che distingue una spettacolare partenza da un vero viaggio lunare.
Lanciata il 1° aprile 2026 dal Kennedy Space Center a bordo del razzo SLS – Space Launch System, Artemis II è la prima missione con equipaggio del nuovo programma lunare americano. A bordo ci sono Reid Wiseman, comandante; Victor Glover, pilota; Christina Koch e Jeremy Hansen, specialisti di missione. Il volo, della durata prevista di 10 giorni, non prevede allunaggio: la capsula effettuerà un sorvolo ravvicinato della Luna e rientrerà sulla Terra con ammaraggio nel Pacifico, al largo di San Diego. Ma definire questo volo “solo” un flyby sarebbe fuorviante: è la prova generale operativa di tutto ciò che servirà per le missioni successive, da Artemis III in avanti.
Un equipaggio piccolo, ma già storico
La composizione dell’equipaggio racconta da sola quanto il programma Artemis voglia presentarsi come una discontinuità rispetto all’era Apollo. I quattro astronauti sono tre americani e un canadese: Wiseman, Glover, Koch e Hansen. Per il Canada, il volo di Jeremy Hansen è una prima assoluta: la Canadian Space Agency sottolinea che sarà il primo canadese a partecipare a una missione lunare e a spingersi verso la Luna. Per Christina Koch, già nota per il record di 328 giorni nello spazio in una singola missione femminile e per la partecipazione alla prima passeggiata spaziale tutta al femminile, questa è un’altra tappa simbolica e operativa di primissimo piano.
C’è poi la dimensione storica evidenziata anche dall’Associated Press: Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen rappresentano rispettivamente il primo afroamericano, la prima donna e il primo non statunitense a essere lanciati in una missione umana diretta verso la Luna. Non è solo una nota di colore. È il riflesso di un programma che, almeno nella sua narrativa pubblica e nella costruzione del consenso internazionale, vuole essere più ampio, più alleato, più rappresentativo.
A metà strada verso la Luna, ma soprattutto nel pieno del collaudo
L’idea di “metà strada” è suggestiva, ma in una missione come Artemis II significa soprattutto una cosa: il lavoro vero è appena cominciato. Dopo la manovra che ha lasciato l’orbita terrestre, l’equipaggio ha iniziato a entrare nella routine dello spazio profondo. NASA ha aggiornato che, al risveglio del 3 aprile, la capsula si trovava a circa 99.900 miglia dalla Terra e si avvicinava alla Luna da una distanza di circa 161.750 miglia. Poche ore dopo, secondo AP, i quattro astronauti erano a oltre 110.000 miglia dalla Terra, con ancora circa 150.000 miglia da percorrere prima del flyby lunare previsto per lunedì 6 aprile. Sono cifre che rendono concreta un’espressione abusata come “spazio profondo”: qui non c’è nessuna possibilità di attracco, nessuna stazione orbitale, nessun piano B a poche ore di distanza.
Per questo le attività di bordo non sono una parentesi tra un’accensione e l’altra, ma il centro stesso della missione. L’equipaggio sta eseguendo sessioni regolari di esercizio fisico con il dispositivo flywheel, una macchina compatta pensata per mantenere tono muscolare e condizionamento cardiovascolare in un ambiente dove peso e volume sono limitatissimi. NASA spiega che il sistema pesa circa 30 libbre, ha dimensioni simili a un bagaglio a mano e può simulare esercizi come rowing, squat e deadlift, con carichi fino a 400 libbre. È una soluzione minimale rispetto alle attrezzature della Stazione Spaziale Internazionale, ma proprio per questo è cruciale: dimostra come si possa tutelare la salute dell’equipaggio in missioni lontane dalla logistica dell’orbita bassa.
Accanto all’esercizio, la missione sta verificando procedure mediche e di sicurezza. Nel programma del Flight Day 3, la NASA ha incluso dimostrazioni di risposta a emergenze sanitarie come CPR e gestione del soffocamento, oltre a test dei sistemi di comunicazione d’emergenza e del collegamento dati ottico della capsula. Sono prove che al grande pubblico possono sembrare secondarie rispetto alle immagini della Terra e della Luna, ma che in realtà sono la vera ragione di un volo di collaudo con equipaggio: capire come reagiscono uomini, procedure e sistemi quando ci si allontana davvero.