Attacchi
Guerra, dopo l'F-15E abbattuto anche il secondo caccia Usa è stato colpito dall'Iran
Parzialmente disperso L'equipaggio del primo velivolo mentre il pilota dell' A-10 il cui pilota è salvo; l’episodio incrina la narrazione di Trump e riapre il confronto sui cieli contesi e i rischi strategici
Anche il secondo aereo da guerra Usa precipitato venerdì nel Golfo Persico è stato colpito dall’Iran. Lo riporta il Wall Street Journal, confermando quanto rivendicato da Teheran.
Il pilota dell'A-10 Thunderbolt, noto come Warthog, è in salvo, mentre il jet non è stato abbattuto in territorio iraniano, hanno riferito fonti a conoscenza dei fatti.
Il pilota del jet d'attacco bimotore e monoposto è riuscito a uscire dallo spazio aereo iraniano prima di catapultarsi. Gli Usa, nel frattempo, proseguono le ricerche del militare americano il cui aereo, un F-15E, è stato abbattuto sopra l'Iran. L'altro a bordo è stato già tratto in salvo.
IL RISVOLTO POLITICO
L’impatto politico dell’episodio supera il dato militare immediato. Solo due giorni prima, il 1° aprile 2026, Donald Trump aveva parlato alla nazione rivendicando che gli obiettivi strategici dell’operazione fossero “vicini al completamento” e sostenendo che l’Iran fosse stato “completamente decimato”. Nei giorni precedenti, la sua amministrazione aveva insistito su un messaggio chiaro: capacità iraniane drasticamente ridotte, difese erose, margine operativo statunitense sempre più ampio. L’abbattimento dell’F-15E e la perdita del secondo velivolo incrinano quella narrazione in un punto decisivo: dimostrano che, nonostante settimane di attacchi, Teheran conserva ancora assetti e capacità sufficienti per contestare i cieli.
È un elemento che alcuni osservatori militari avevano già segnalato, seppure con formulazioni meno nette. All’inizio di marzo, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva rivendicato il rapido conseguimento della air dominance, ammettendo però che gli Stati Uniti non potevano “fermare tutto” ciò che l’Iran continuava a lanciare. La distinzione, spesso tecnica e poco visibile nel dibattito pubblico, è invece fondamentale: una forza può avere superiorità aerea senza possedere una supremazia totale, cioè senza aver annullato del tutto la capacità avversaria di colpire. L’episodio delle ultime ore sembra portare proprio qui il conflitto: in quello spazio ambiguo dove il predominio esiste, ma non mette al riparo dagli shock.
Una guerra cominciata il 28 febbraio e ancora lontana dal punto di chiusura
La campagna americana contro l’Iran, denominata Operation Epic Fury, è stata avviata all’1:15 del mattino del 28 febbraio 2026, secondo una scheda ufficiale di CENTCOM. Nelle prime 24 ore, il comando centrale statunitense dichiarava già oltre 1.000 obiettivi colpiti, tra cui sistemi di difesa aerea integrata, siti missilistici, quartier generali dei Guardiani della Rivoluzione e capacità navali iraniane. L’ambizione operativa era esplicita: smantellare rapidamente la struttura di sicurezza del regime e neutralizzare le minacce più immediate. Più di un mese dopo, il fatto che un F-15E sia stato abbattuto sopra l’Iran suggerisce che quella degradazione, per quanto reale, sia rimasta incompleta.
La cronologia del conflitto aiuta a capire perché l’episodio abbia un peso simbolico così alto. Nelle settimane precedenti, gli Stati Uniti avevano già subito perdite aeree, ma in contesti diversi. Il 2 marzo 2026, CENTCOM aveva confermato che tre F-15E erano caduti in Kuwait in un apparente episodio di fuoco amico da parte delle difese kuwaitiane; tutti i sei aviatori si erano lanciati e risultavano in condizioni stabili. C’era poi stato anche l’incidente di un velivolo cisterna in Iraq. Nulla di tutto questo, però, equivaleva all’abbattimento da parte diretta del nemico in un teatro dove la Casa Bianca sosteneva di aver quasi spezzato la resistenza iraniana. È per questo che le perdite di oggi vengono descritte da AP come le prime di questo tipo per gli Usa da oltre 20 anni.
Il silenzio del Pentagono e la politica delle parole misurate
C’è poi un secondo livello, meno spettacolare ma altrettanto significativo: la gestione della comunicazione. Casa Bianca e Pentagono, almeno nelle prime ore, non hanno diffuso un quadro pubblico dettagliato sui velivoli abbattuti. Le conferme sono arrivate soprattutto attraverso fonti anonime citate da AP, Washington Post, Axios e NBC News. In parallelo, Trump, in una breve telefonata a NBC News, ha evitato di entrare nei dettagli del recupero, limitandosi a dire che l’episodio non avrebbe inciso sui negoziati: “È guerra”. Una frase secca, che da un lato segnala volontà di non apparire sulla difensiva, dall’altro finisce per certificare che la situazione sul terreno è diventata troppo sensibile per essere incasellata nella retorica del successo lineare.
In questo vuoto informativo, la battaglia delle versioni conta quasi quanto quella militare. L’Iran ha interesse a esibire la prova di una capacità residua di deterrenza; gli Stati Uniti hanno interesse opposto a ridurre l’episodio a incidente grave ma circoscritto. È la logica classica della guerra contemporanea: i rottami valgono come propaganda, il destino di un disperso diventa leva narrativa, il successo di una missione di recupero può trasformarsi in argomento politico. Per questo, le fonti più affidabili restano quelle che distinguono tra fatti confermati, elementi riferiti da funzionari anonimi e dichiarazioni delle parti in conflitto.
Il fronte interno di Trump: quando il linguaggio dell’“annientamento” si ritorce contro
Per Trump, il contraccolpo non riguarda soltanto il teatro militare ma il lessico con cui ha scelto di raccontarlo agli americani. Più il presidente alza la soglia retorica — “completamente decimato”, “finiamo il lavoro molto in fretta” — più ogni smentita dei fatti diventa politicamente costosa. Un’operazione di recupero sotto il fuoco, un membro dell’equipaggio disperso, due elicotteri di soccorso colpiti: sono tutti tasselli che trasformano un conflitto descritto come sotto controllo in una guerra ancora capace di produrre sorprese e di imporre tempo, prudenza e costi. In altre parole, il problema per la Casa Bianca non è solo l’abbattimento in sé, ma l’asimmetria tra promessa politica e realtà operativa.
Questo scarto è tanto più visibile perché il conflitto con l’Iran non si gioca in un vuoto strategico. La crisi nello Stretto di Hormuz, che secondo più fonti coinvolge una rotta attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, continua a esercitare una pressione economica e diplomatica enorme. Trump stesso ha oscillato tra minacce, aperture e messaggi contraddittori agli alleati sulla sicurezza del corridoio energetico. In questo contesto, ogni segnale di resilienza iraniana pesa doppio: sul piano bellico e su quello dei mercati, delle alleanze regionali, della credibilità americana nel gestire un conflitto che tocca il nervo scoperto dell’energia globale.
Che cosa dice davvero questo episodio sul campo di battaglia
Dal punto di vista strettamente militare, l’abbattimento dell’F-15E non cancella la superiorità tecnologica degli Stati Uniti né implica, da solo, un’inversione complessiva della guerra. Un singolo evento non riscrive l’intero equilibrio. Ma segnala almeno tre cose concrete. Primo: le difese iraniane, o comunque la capacità iraniana di generare fuoco efficace contro velivoli americani, non sono state neutralizzate del tutto. Secondo: le missioni di combat search and rescue sopra o in prossimità del territorio iraniano restano ad altissimo rischio, come suggeriscono i danni riportati dagli elicotteri di soccorso. Terzo: l’amministrazione americana dovrà probabilmente scegliere se aumentare ulteriormente la pressione per dimostrare di non essere stata colpita nel morale, oppure se abbassare il tono pubblico per non restare intrappolata in aspettative irrealistiche.
C’è infine il dato umano, che spesso sfugge nelle cronache costruite attorno ai sistemi d’arma. Un F-15E Strike Eagle vola con due persone a bordo: un pilota e un ufficiale ai sistemi d’arma. Sapere che uno è stato recuperato e che l’altro è ancora disperso significa che, al netto delle dichiarazioni dei governi, la guerra resta sospesa attorno a una ricerca concreta, fisica, urgente. È in quel dettaglio che l’episodio smette di essere solo un caso strategico e diventa una storia politica ad alta intensità: perché un conflitto presentato come chirurgico, rapido e dominato dalla tecnologia si ritrova improvvisamente a dipendere da ciò che la guerra non riesce mai a eliminare davvero — il caso, il tempo, il territorio, la fragilità umana.
Per ora, dunque, il quadro più solido è questo: un F-15E abbattuto sull’Iran, un membro dell’equipaggio recuperato e uno disperso; un secondo velivolo americano, un A-10, andato perso in un altro episodio; due elicotteri di soccorso segnalati come colpiti durante le ricerche; nessuna smentita capace di ricomporre la frattura aperta nella narrativa della Casa Bianca. In una guerra dove Washington aveva parlato di obiettivi quasi raggiunti e di apparato iraniano quasi annientato, bastano poche ore di combattimento reale per mostrare che il cielo, sopra l’Iran, è ancora uno spazio conteso. E quando i cieli tornano contesi, la politica smette di parlare al futuro e ricomincia a fare i conti con il presente.