il conflitto
Il Piano dell'Iran per rendere il costo della guerra insostenibile per l'Occidente (e sta funzionando)
Teheran lancia un avvertimento inequivocabile ai Paesi del Golfo e agli alleati degli Stati Uniti: in caso di attacco militare, le fiamme non resteranno confinate in territorio iraniano, ma si estenderanno su tutta la regione
Il conto alla rovescia verso la scadenza di un ultimatum che rischia di incendiare l’intero scacchiere globale avanza inesorabile. In un Medio Oriente dove la politica ha lasciato spazio alla “geometria della paura”, Stati Uniti e Iran si scambiano minacce speculari di annientamento.
Il presidente americano Donald Trump ha imposto a Teheran un ultimatum di 48 ore, con termine lunedì 6 aprile: se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto, sull’Iran si abbatterà “l’inferno”. La risposta della Repubblica islamica è arrivata senza esitazioni, replicando lo stesso lessico apocalittico: in caso di escalation, “l’intera regione diventerà un inferno per voi”. L’idea di piegare militarmente Teheran, avverte la sua propaganda, è un’illusione, e chi tenterà di farlo “affonderà”.
Al centro del confronto non c’è soltanto lo scontro verbale, ma il nodo energetico più nevralgico del pianeta. Dallo Stretto di Hormuz transitano in media 20,9 milioni di barili di greggio al giorno, pari a circa un quarto del petrolio trasportato via mare a livello mondiale. Il blocco del traffico non è più una mera questione marittima: rappresenta la miccia potenziale di una crisi economica di vasta portata.
Non a caso, la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha accusato apertamente Teheran di tenere “in ostaggio” l’economia globale, mentre si registrano già forti rincari dell’energia e crescono le preoccupazioni per le catene logistiche e l’approvvigionamento alimentare. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, gli effetti sono immediati: inflazione importata, aumenti per i settori chimico e dei fertilizzanti, e costi operativi sempre più proibitivi per le imprese.
Sul terreno, la tensione è ulteriormente acuita dalla ricerca statunitense di un pilota abbattuto in territorio iraniano. La risposta della comunità internazionale appare frammentata. Washington pretende la riapertura della rotta, ma lo stesso Trump ha rinfacciato agli alleati che garantire la sicurezza di Hormuz “non è compito dell’America”. Anche al Palazzo di Vetro la diplomazia arranca: una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza è stata svuotata di qualsiasi mandato all’uso della forza a causa del veto di fatto di Russia e Cina, che hanno imposto di limitare l’intervento a sole azioni difensive.
Teheran sta giocando con abilità la carta della deterrenza asimmetrica: consapevole di non poter prevalere in uno scontro frontale, minaccia di rendere insostenibile, sul piano economico e politico, il costo di un’operazione militare per chiunque vi si avventuri. In questo quadro, nessun vicino regionale può dirsi al riparo dalle ricadute di un attacco.
La diplomazia sopravvive a intermittenza: il Pakistan si è offerto di ospitare fragili colloqui di distensione. Ma con negoziati che corrono paralleli a minacce di annientamento, il rischio maggiore non è solo una fiammata calibrata, bensì la possibilità che il più banale degli incidenti faccia precipitare la crisi oltre il punto di non ritorno. Per ora, il mondo non sta risolvendo il conflitto: lo sta amministrando pericolosamente sull’orlo del baratro.
