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5 aprile 2026 - Aggiornato alle 14:12
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il provvedimento

Social vietati agli under 15, il governo accelera: cosa cambia davvero per famiglie, piattaforme e ragazzi

Dalla bozza uscita da Palazzo Chigi ai nodi su età, controlli e privacy: la stretta promessa dall’esecutivo

05 Aprile 2026, 08:21

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Un ragazzo che non ha ancora compiuto 13 anni può avere in tasca uno smartphone, aprire in pochi minuti un account, scorrere video per ore e attraversare da solo un ecosistema progettato per trattenerlo il più possibile. Questa è la normalità e ora nasce la nuova mossa del governo. La bozza di disegno di legge discussa a Palazzo Chigi punta infatti a impedire l’accesso ai social ai minori sotto i 15 anni, ma si potrebbe scendere a 14. È una svolta che tocca insieme educazione, mercato digitale, responsabilità familiare e poteri di controllo dello Stato.

Il testo, secondo quanto emerge, prende forma dopo una riunione coordinata dal sottosegretario Alfredo Mantovano con i ministri Giuseppe Valditara, Eugenia Roccella, Andrea Abodi e Tommaso Foti. Nella bozza citata dal Corriere della Sera, l’articolo 7, comma 2 prevede strumenti idonei a impedire l’accesso ai social network e alle piattaforme di condivisione video ai minori di età inferiore ai 15 anni. Non si tratta ancora di un testo definitivo: il provvedimento è descritto come una bozza, destinata a passare al vaglio di Agcom, delle autorità competenti per i minori e della privacy, prima dell’eventuale via libera politico finale.

Una soglia più alta dell’attuale “maggiore età digitale”

Per capire la proposta bisogna partire da un dato giuridico essenziale: oggi, in Italia, la soglia fissata dal Codice privacy per il consenso ai servizi della società dell’informazione è 14 anni. Il Garante per la protezione dei dati personali ricorda che il GDPR consente agli Stati membri di scendere sotto i 16 anni, purché non sotto i 13, e che l’Italia ha scelto appunto il limite dei 14. Questo significa che l’eventuale nuova norma andrebbe oltre l’assetto oggi vigente, alzando la soglia per l’iscrizione autonoma ai social rispetto all’attuale quadro sul consenso digitale.

Il punto, tuttavia, non è soltanto anagrafico. La questione politica vera è il passaggio da un sistema che oggi, almeno sulla carta, si fonda soprattutto sul consenso e sulle condizioni d’uso delle piattaforme, a un modello che pretende una verifica effettiva dell’età. È qui che si misura la differenza tra un principio e una norma applicabile. Negli ultimi anni il legislatore italiano ha già conosciuto il limite dei cosiddetti “divieti accademici”: regole formalmente esistenti ma facilmente aggirabili con una data di nascita falsa inserita in fase di registrazione. La nuova bozza nasce proprio dal tentativo di colmare quel vuoto.

Il governo vuole spostare l’asse: meno autodichiarazioni, più filtri alla fonte

Nella bozza non compare soltanto il divieto per gli under 15. Il cuore operativo del provvedimento è un altro: l’introduzione di sistemi di controllo parentale obbligatori sui dispositivi usati dai minori, attivati già al momento della configurazione, insieme a pacchetti junior dedicati da parte degli operatori. È un passaggio importante perché sposta parte della responsabilità lungo tutta la filiera: non solo le piattaforme, ma anche produttori di smartphone, distributori, rivenditori e operatori di comunicazioni elettroniche.

In questo nuovo percorso la famiglia resta formalmente al centro, ma in un ruolo diverso da quello evocato spesso nel dibattito pubblico. Non più soltanto chiamata a vigilare “a valle”, quando il problema si è già presentato, bensì coinvolta “a monte”, nel decidere se mantenere, configurare o disattivare i controlli. La bozza, per come è stata raccontata, attribuisce proprio ai genitori o a chi esercita la responsabilità genitoriale la facoltà di intervenire sui sistemi imposti ai figli minori. È il tentativo di costruire un equilibrio tra regolazione pubblica e ruolo educativo della famiglia, formula che il governo considera più praticabile di un divieto integralmente delegato alle piattaforme.

Perché ora: i numeri che pesano più degli slogan

L’accelerazione politica non nasce nel vuoto. La ricerca promossa dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy con la collaborazione scientifica dell’Università Cattolica fotografa un ecosistema digitale già profondamente penetrato nell’infanzia: il 94% dei minori tra 8 e 16 anni usa uno smartphone; il 68% ne possiede uno personale; il 28% lo ha ricevuto prima dei 10 anni. Ancora più significativo è il dato secondo cui sette ragazzi su dieci tra gli 8 e i 10 anni usano regolarmente social e piattaforme streaming, mentre quattro su dieci raccontano esperienze negative online.

A questi numeri si aggiunge un altro indicatore, forse meno vistoso ma politicamente pesante: secondo l’indagine HBSC Italia 2022 dell’Istituto Superiore di Sanità, il 13,5% degli adolescenti mostra un uso problematico dei social media. Non significa automaticamente dipendenza clinica, ma segnala un livello di criticità non marginale e in crescita nel tempo. È esattamente questo il terreno su cui il governo costruisce la sua narrativa: non un generico allarme morale, ma la tesi secondo cui l’accesso precoce a piattaforme pensate per massimizzare l’attenzione espone i minori a rischi strutturali che la sola educazione familiare non riesce più a fronteggiare.