LA GUERRA
L'ultimatun di Pasqua, Trump minaccia l'inferno e dà 48 ore all'Iran: «O aprite Hormuz o bombardiamo»
La scadenza è martedì. Ecco cosa c'è dietro l’ennesimo post incendiario del presidente americano: in palio il 25% del commercio petrolifero mondiale
Donald Trump sceglie ancora Truth Social come teatro della diplomazia. Nel giorno di Pasqua, un post dal linguaggio brutale: o l'Iran riapre lo Stretto di Hormuz, o arriveranno bombardamenti su centrali elettriche e ponti. La scadenza, ricostruita da più fonti, è martedì 7 aprile — poche ore, in una crisi dove la differenza tra pressione negoziale ed escalation militare si misura in ore.
Il messaggio di Trump ha almeno due destinatari. Il primo è, naturalmente, Teheran. Il secondo è l’opinione pubblica americana, colpita da settimane dalle conseguenze economiche della crisi del Golfo. A livello politico, il presidente punta a mostrare decisione in un momento in cui la guerra con l’Iran non ha prodotto l’esito rapido che aveva lasciato intendere all’inizio del conflitto. A livello economico, la Casa Bianca sa che la paralisi di Hormuz è diventata un fattore di pressione globale: più a lungo lo stretto resta bloccato o semibloccato, più i mercati energetici restano vulnerabili, con ricadute sui carburanti, sulla logistica, sui costi industriali e infine sui consumatori.
Hormuz, il collo di bottiglia dell'economia mondiale
Non è una questione regionale. Attraverso lo Stretto di Hormuz passa circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio — quasi 20 milioni di barili al giorno — oltre al 19% del GNL globale. Le rotte alternative esistono ma coprono al massimo 5,5 milioni di barili, insufficienti a compensare. Dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio 2026, i flussi sono scesi sotto il 10% dei livelli precedenti. L'11 marzo la IEA ha autorizzato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche: la più grande operazione del genere nella storia dell'organizzazione, un cuscinetto temporaneo, non una soluzione.

Negli Stati Uniti la benzina ha già superato i 4 dollari al gallone. Salgono i premi assicurativi per le navi, aumentano i costi logistici, si allungano le catene di approvvigionamento. L'Europa, pur non dipendendo direttamente da Hormuz, subisce il rialzo dei prezzi globali.
Teheran non cede, ma modula
L'Iran non ha chiuso lo stretto in modo assoluto: consente il passaggio di navi con carichi umanitari e agricoli, ma subordinandolo al proprio controllo. Una concessione tattica che riduce l'accusa di blocco indiscriminato senza rinunciare alla leva strategica. L'ambasciatore iraniano all'ONU ha confermato la disponibilità a «facilitare» il transito umanitario; Washington però chiede la riapertura commerciale completa.
La risposta militare di Teheran al post di Trump ha ricalcato lo stesso lessico apocalittico: «apertura delle porte dell'inferno» per gli Stati Uniti. Due parti che si fronteggiano con una lingua speculare, ciascuna convinta che evocare il precipizio serva a evitarlo.
Tre rischi che Washington non può ignorare
Colpire infrastrutture energetiche e ponti espone gli Stati Uniti a ritorsioni dirette o per procura, rischia di compattare il consenso interno iraniano attorno alla leadership, e - paradosso non secondario - potrebbe aggravare l'instabilità dei mercati energetici che Washington vuole stabilizzare. Sul piano diplomatico, al Consiglio di Sicurezza ONU, la risoluzione sulla riapertura di Hormuz è stata ammorbidita per le obiezioni di Russia, Cina e Francia: la comunità internazionale non converge su una risposta.
Nelle prossime ore si apriranno tre scenari: un gesto iraniano simbolico ma spendibile politicamente; attacchi americani su infrastrutture; oppure una zona grigia — aperture umanitarie, traffico selettivo, annunci ambigui — abbastanza per evitare la rottura immediata, non abbastanza per ristabilire la navigazione commerciale. Il mercato, intanto, sconta già l'ipotesi peggiore.