TRAGEDIA SFIORATA
Cento persone sul ghiaccio che stava già cedendo, 5 finiscono in acqua, salvate dai passanti. «Una follia»
Due minorenni e tre adulti precipitati nelle acque gelide durante le festività pasquali. I divieti c'erano: nessuno li aveva letti
C'è un istante in cui un paesaggio da cartolina smette di essere un fondale e torna a essere natura vera, imprevedibile, persino brutale. Al Lago di Braies, nel primo pomeriggio di domenica 5 aprile 2026, quell'istante è arrivato quando la superficie ghiacciata ha ceduto sotto il peso di due minorenni, fratello e sorella, precipitati nelle acque gelide del lago. Nel giro di pochi secondi la scena si è allargata: il padre e altre due persone, intervenute per salvarli, sono finite a loro volta in acqua. Alla fine, i coinvolti sono stati cinque. E il confine tra incidente e tragedia si è fatto sottilissimo.
L'allarme è scattato intorno alle 15, in una giornata dal meteo favorevole che aveva richiamato molti visitatori. E qui sta il primo dettaglio che conta: al momento del cedimento, sulla superficie ghiacciata del lago stavano camminando circa cento persone. Non un gesto isolato, dunque. Un comportamento collettivo.
La dinamica: prima i ragazzi, poi il soccorso che si trasforma in trappola
I due ragazzi si erano spinti sulla parte ghiacciata del lago, nella zona nord secondo alcune ricostruzioni, quando la crosta si è rotta sotto il loro peso. L'acqua non lascia margini: temperature molto basse, abiti che si appesantiscono in pochi istanti, perdita rapida di coordinazione, panico. Il padre e altre due persone sono accorsi immediatamente. Ma proprio questo gesto istintivo — umano, comprensibile — ha trasformato un'emergenza in un' emergenza multipla. Il bordo del foro tende a rompersi ulteriormente, il peso si distribuisce male, il freddo sottrae lucidità e forza fisica quasi subito. Non è teoria: è uno dei motivi per cui le strutture di protezione civile invitano a non improvvisare mai il recupero entrando sulla lastra.
Prima ancora dell'arrivo dei mezzi di soccorso, alcuni passanti presenti sul posto sono riusciti a riportare i cinque a riva. È l'elemento che probabilmente ha impedito alla vicenda di degenerare. Solo dopo sono intervenuti in modo strutturato il Soccorso Alpino dell'Alta Pusteria, il personale sanitario della Croce Bianca e i Carabinieri. Simon Feichter, del Soccorso Alpino, ha descritto l'episodio con una parola sola: «una follia». Non un allarmismo retrospettivo. Una valutazione tecnica.
Le condizioni dei cinque
Le conseguenze sanitarie non risultano critiche, ma non vanno minimizzate. I due minorenni sono stati trasferiti all'ospedale di San Candido con sintomi di lieve ipotermia; altre fonti riferiscono di tre persone complessivamente affidate a cure ospedaliere. Il quadro generale riferito dai soccorsi nelle prime ore è rassicurante: grande spavento, immersione in acqua gelida, nessuna conseguenza irreversibile segnalata. Nei contesti alpini la differenza tra un incidente grave e una tragedia sta spesso in pochi minuti. Ieri quei minuti hanno giocato a favore.
Perché il ghiaccio di aprile è così insidioso
Il punto non è semplicemente che «fa più caldo». In primavera il ghiaccio subisce un indebolimento che può essere rapido e profondamente disomogeneo. Restano aree apparentemente compatte accanto a punti già svuotati sotto la superficie, assottigliati dalle correnti, dalle sorgenti interne, dal ricambio d'acqua e dall'escursione termica tra notte e giorno. Il sole lavora dall'alto, l'acqua dal basso; le temperature notturne non bastano più a garantire una portanza uniforme.
Feichter lo ha spiegato con precisione: i notevoli sbalzi di temperatura di questa stagione rendono il ghiaccio instabile, e una caduta in acqua gelida può avere conseguenze anche fatali. Nel caso specifico di Braies, la profondità massima del lago arriva a 36 metri e le sue acque non superano i 15 gradi nemmeno in piena estate. Significa che l'eventuale caduta non comporta soltanto il rischio dell'immersione immediata, ma anche quello della rapida perdita di mobilità e della quasi impossibilità di risalire per via dei bordi instabili del foro nel ghiaccio.
I Vigili del fuoco, dopo l'incidente, sono stati ancora più netti: a causa delle attuali condizioni meteo e dell'intensa esposizione al sole, la copertura di ghiaccio «non è più portante» e sussiste il pericolo concreto di cedimento.
Gli avvisi c'erano, e nessuno li ha letti
Un elemento non secondario: i divieti esistevano. Sul portale turistico ufficiale della valle di Braies era riportato in modo esplicito che lo strato di ghiaccio si sta sciogliendo, che si raccomanda vivamente di non camminare sulla superficie ghiacciata, che la parte est del giro lago è attualmente chiusa. Le stesse FAQ del sito ricordano che è vietato entrare nel Lago di Braies quando è ghiacciato. Non un richiamo generico sepolto in qualche circolare: informazioni pubblicate, accessibili, aggiornate.
Eppure ieri, nel cuore delle festività pasquali, c'erano decine e decine di persone sulla lastra. È il dato più scomodo di questa storia. Perché ci dice che il problema non è l'assenza di avvisi — come aveva già denunciato nel marzo 2025 il sindaco di Braies, Friedrich Mittermair — ma il fatto che c'è ancora chi li ignora. O, peggio, chi non li cerca nemmeno.
Il precedente del 2022 che si continua a dimenticare
Braies non è nuova a episodi del genere. Nel fine settimana di Pasqua 2022, sempre con forte afflusso turistico, il ghiaccio del lago cedette in circostanze analoghe: quattordici persone finite in acqua in due giorni, compresa una coppia con un bambino di quattro mesi, salvato grazie a un intervento rapidissimo. Quell'episodio lasciò un segno profondo sul territorio, rafforzò la segnaletica di pericolo, produsse dichiarazioni, appelli, comunicati. Poi arrivò la stagione estiva, il sole, il verde, i turisti. E il prossimo inverno ricominciò tutto da capo.
Nel 2025 un turista era finito nell'acqua gelida dopo aver ignorato i divieti; in un altro caso era scattata una vasta operazione di ricerca. Il dato che emerge non è solo la ripetizione degli incidenti, ma la loro prevedibilità. Non siamo davanti a fatalità isolate: siamo davanti a un pericolo noto, ricorrente, documentato, che si ripresenta con sconcertante regolarità ogni volta che il calendario porta Pasqua vicino alla primavera.
Il problema vero: la percezione del rischio in un paesaggio da copertina
Il Lago di Braies, o Pragser Wildsee, si trova a 1.496 metri di quota nel territorio comunale di Braies, all'interno del Parco naturale Fanes-Senes-Braies. Superficie di circa 33 ettari, profondità massima di 36 metri, acque fredde tutto l'anno. È uno dei simboli naturali più noti dell'arco alpino italiano. Ed è esattamente questa notorietà a produrre l'equivoco più pericoloso: l'idea che un luogo celebre, frequentato, fotografato e hashtaggato sia anche naturalmente «sicuro».
In estate l'accesso motorizzato viene già regolato con prenotazioni e limitazioni: secondo i dati disponibili, il sistema ha ridotto l'afflusso dai circa quindicimila visitatori di alcune giornate del 2018 agli attuali cinquemila. Ma la gestione dei flussi invernali e primaverili è un terreno ancora più complicato, perché il rischio non è la ressa sul sentiero: è il ghiaccio che non regge.
C'è una dinamica psicologica che vale la pena nominare, perché è probabilmente alla radice di quanto accaduto ieri. Quando un luogo è molto frequentato e molti vedono altri avanzare sul ghiaccio, il pericolo tende a normalizzarsi. Ciò che è pericoloso appare improvvisamente praticabile, quasi consentito. Ma il ghiaccio primaverile non funziona per imitazione: può reggere a pochi passi di distanza e cedere un metro più in là, senza preavviso. La folla non è una garanzia. È spesso il contrario: un moltiplicatore del rischio.