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SPAZIO

Artemis II oltre Apollo 13: il giorno in cui l’umanità ha riscritto la distanza, mai stati così lontani dalla Terra

A bordo di Orion, quattro astronauti hanno superato un primato che resisteva dal 1970

06 Aprile 2026, 21:05

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Artemis II oltre Apollo 13: il giorno in cui l’umanità ha riscritto la distanza

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Gli astronauti di Artemis II hanno battuto il record di massima distanza dalla Terra che apparteneva alla missione Apollo 13 del 1970. Sulla navetta Orion 4 astronauti si sono spinti oltre 400.171 chilometri nello spazio. Lo ha reso noto la Nasa. Il programma di volo prevede che alle 1,02 italiane Orion si allontani fino a raggiungere 406.777 chilometri dalla Terra, la massima distanza in assoluto da una missione spaziale con astronauti a bordo.

È un record che colpisce per la sua forza simbolica, ma che da solo non basta a spiegare perché questa missione sia così importante. Artemis II non è una semplice rievocazione dell’epopea Apollo. È il primo volo con equipaggio del programma con cui gli Stati Uniti, insieme a partner internazionali, vogliono tornare a costruire una presenza umana sostenibile nello spazio cislunare e, in prospettiva, aprire la strada alle missioni verso Marte. In altre parole: il dato più spettacolare è la distanza, ma il cuore della missione è la prova generale di un nuovo modo di esplorare lo spazio profondo.

A bordo ci sono Reid Wiseman, comandante; Victor Glover, pilota; Christina Koch e Jeremy Hansen, specialisti di missione. È un equipaggio che racconta anche un cambiamento culturale nella storia dell’esplorazione spaziale: Glover è il primo astronauta nero a prendere parte a una missione lunare, Koch la prima donna a volare intorno alla Luna, Hansen il primo non statunitense — e il primo canadese — destinato a compiere questo viaggio. Non è una nota di colore: è il segnale che la nuova fase dell’esplorazione lunare non si presenta più come il riflesso di un’unica nazione e di un unico profilo umano, ma come un’impresa più larga, più rappresentativa, più esplicitamente internazionale.

Il record che viene dal passato, e guarda al futuro

Per oltre 55 anni, il limite umano più remoto dalla Terra era rimasto quello di Apollo 13: 248.655 miglia, cioè 400.171 chilometri. Un primato nato in circostanze tutt’altro che celebrative. Nel 1970, infatti, quel valore fu raggiunto non nel corso di un’esplorazione pianificata, ma durante il ritorno d’emergenza di una missione segnata dall’esplosione di un serbatoio d’ossigeno. Oggi Artemis II riscrive quel numero in un contesto del tutto diverso: non una fuga dalla catastrofe, ma un test controllato, preparato, densamente strumentato, pensato per validare mezzi, procedure e operazioni in ambiente di spazio profondo. Non si tratta infatti di una traiettoria casuale: la missione è stata costruita per sfruttare in modo efficiente la meccanica gravitazionale del sistema Terra-Luna, riducendo il fabbisogno di propellente e testando al tempo stesso la capacità del veicolo di operare lontano dall’orbita terrestre bassa, dove fino a oggi si è concentrata quasi tutta l’attività umana continuativa nello spazio.

Come vola Orion: il senso della “traiettoria di ritorno libero”

Uno dei termini chiave di queste ore è traiettoria di ritorno libero. Può sembrare un tecnicismo, ma in realtà descrive l’idea più elegante dell’intera missione. Orion non entra in orbita lunare stabile come faranno alcune missioni future; compie invece un ampio giro attorno alla Luna e poi sfrutta la gravità combinata della Terra e del suo satellite per essere naturalmente “richiamata” verso casa. È una soluzione a basso costo energetico e ad alta robustezza operativa: se i parametri restano entro i limiti di progetto, la dinamica orbitale stessa aiuta a riportare l’equipaggio verso il nostro pianeta.

Secondo il press kit ufficiale della Nasa, questa architettura serve a verificare in condizioni reali il comportamento della navicella, dei suoi sistemi di supporto vitale, della propulsione, della navigazione e delle comunicazioni in ambiente cislunare. Dopo il passaggio dietro la faccia nascosta della Luna, Orion intraprende infatti il trasferimento di rientro, con una serie di correzioni di traiettoria pianificate fino all’ingresso atmosferico finale e all’ammaraggio nel Pacifico, al largo di San Diego. La missione nel suo complesso dura circa 10 giorni, dal lancio del 1° aprile 2026 al rientro previsto per il 10 aprile.

Se tutto procederà come previsto, il rientro nell’atmosfera terrestre e l’ammaraggio nel Pacifico chiuderanno un volo che avrà restituito all’umanità una cosa che mancava dal 1972: la presenza umana oltre l’orbita bassa in direzione della Luna. È un ritorno tecnico, geopolitico, scientifico. E anche profondamente umano. Perché in quelle ore in cui la Terra diventa più piccola del solito, e la Luna più grande di quanto le fotografie sappiano rendere, il confine tra cronaca e storia si assottiglia fino quasi a sparire.