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LA GUERRA

Teheran chiama i giovani attorno alle centrali: la mobilitazione che racconta la fragilità dell’Iran in guerra

Non è soltanto un appello patriottico lanciato per oggi alle 14: dietro c’è il cuore di una crisi molto più profonda

07 Aprile 2026, 11:58

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Teheran chiama i giovani attorno alle centrali: la mobilitazione simbolica che racconta la fragilità dell’Iran in guerra

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C’è un’immagine che più di altre restituisce il clima di queste ore in Iran: non i missili, non i bunker, non le sale operative dei comandi militari. Ma una centrale elettrica. Un luogo normalmente invisibile al racconto pubblico, tecnico, periferico, improvvisamente trasformato in simbolo nazionale, punto di raccolta, persino linea morale di resistenza. È attorno a questi impianti che Alireza Rahimi ha chiesto ai giovani iraniani di stringersi oggi alle 14 locali, con una mobilitazione che coinvolgerebbe giovani, atleti, artisti, studenti, universitari e professori. L’invito, rilanciato dalla televisione di Stato e dal Ministero dello Sport e della Gioventù, arriva mentre Teheran teme nuovi attacchi contro infrastrutture considerate vitali per il Paese.

L’appello non è un gesto isolato, né una semplice operazione di propaganda. È piuttosto il riflesso di una pressione militare e psicologica crescente. Nelle stesse ore, infatti, l’ultimatum fissato dal presidente americano Donald Trump sulla riapertura dello Stretto di Hormuz ha ulteriormente alzato la tensione: Washington ha minacciato di colpire le centrali elettriche e i ponti iraniani se Teheran non avesse consentito la piena ripresa del traffico marittimo attraverso il passaggio strategico entro la serata di oggi alle 20 americane (le 2 di notte in Italia).

Un appello che parla ai giovani, ma anche al resto del Paese

Nel messaggio attribuito a Rahimi, identificato da più fonti come responsabile per gli affari giovanili presso il Ministero dello Sport e della Gioventù e segretario del Consiglio Supremo della Gioventù e degli Adolescenti, la chiamata assume un tono che va oltre la semplice convocazione. Le centrali vengono descritte come “patrimonio nazionale” e “capitale” del Paese, beni da proteggere “a prescindere da qualsiasi opinione politica”. È un passaggio importante, perché prova a costruire un terreno comune in una società lacerata: non l’adesione al sistema politico, ma la difesa di ciò che consente a un Paese di continuare a vivere, lavorare, illuminarsi, curarsi.

Il linguaggio scelto non è casuale. Chiamare in causa atleti, artisti, studenti, docenti significa estendere la mobilitazione ben oltre il perimetro delle strutture di sicurezza o delle organizzazioni paramilitari. È una ricerca di legittimazione pubblica, ma è anche un tentativo di trasformare la difesa delle infrastrutture in un gesto civile, quasi comunitario. Diverse ricostruzioni riferiscono che la campagna sia stata presentata come una iniziativa dei giovani stessi, con il titolo di “catena umana dei giovani iraniani per un domani luminoso”. Anche questo dettaglio conta: la retorica del futuro, in un Paese stremato da crisi economica, blackout e guerra, serve a dare un senso politico alla presenza fisica dei civili attorno a siti sensibili.

Perché proprio le centrali elettriche

In tempi normali, colpire il sistema elettrico di un Paese significa paralizzarne molto più della rete industriale. Significa toccare gli ospedali, il pompaggio dell’acqua, i trasporti, le telecomunicazioni, la conservazione dei farmaci, la catena del freddo alimentare, la vita domestica. In tempi di guerra, questo effetto si moltiplica. Per questo la scelta di concentrare l’attenzione sulle centrali è altamente rivelatrice: il potere iraniano sa che l’elettricità è uno dei pochi nervi realmente sistemici della tenuta nazionale.

Il paradosso è che l’Iran arriva a questo appuntamento già indebolito da una crisi energetica precedente al conflitto. Negli ultimi mesi, analisti e media internazionali hanno segnalato un crescente squilibrio fra domanda e capacità effettiva di produzione. A pesare è anche la struttura stessa del mix elettrico iraniano.

Per Teheran, però, la questione non è soltanto geopolitica. È anche esistenziale. Se gli impianti elettrici diventano bersagli, il costo non si misura solo in megawatt persi, ma nella possibilità concreta di una crisi umanitaria interna. La narrazione ufficiale iraniana prova dunque a spostare il focus: dalle installazioni come obiettivi militari alle installazioni come beni civili, da proteggere con la presenza dei cittadini. È una mossa comunicativa potente, benché controversa, perché mette al centro corpi civili in prossimità di infrastrutture strategiche. Ed è proprio questo il punto che rende l’iniziativa così delicata agli occhi della comunità internazionale.

La forza del simbolo, i rischi concreti

Sul piano dell’immagine, la catena umana è uno strumento classico: trasmette unità, vulnerabilità, appartenenza. Sul piano pratico, tuttavia, il suo significato cambia radicalmente quando viene organizzata attorno a obiettivi che potrebbero essere colpiti. Per il governo iraniano è un gesto di difesa popolare e di deterrenza morale; per i critici, il rischio è che la linea tra mobilitazione civile e esposizione dei civili si faccia troppo sottile. In questa fase convulsa, fonti internazionali hanno raccontato un Paese in cui le autorità cercano di moltiplicare i segnali di mobilitazione interna, compresa la comunicazione su milioni di volontari pronti a sacrificarsi per la difesa nazionale. 

In questo quadro, la chiamata di Rahimi va letta come parte di una più ampia strategia di mobilitazione morale. La presenza di giovani, universitari e figure pubbliche serve a mostrare che la nazione non si riduce all’apparato statale o militare. Serve anche, probabilmente, a ricomporre una frattura interna evidente. Negli ultimi mesi l’Iran è stato attraversato da proteste, tensioni sociali, crisi economiche e contestazione diffusa. Portare i giovani attorno alle centrali significa chiedere a quella stessa generazione — spesso critica verso il potere — di diventare volto visibile della continuità dello Stato.