CONNESSIONI
La tessera, il selfie, i contatti: così l’inchiesta Hydra illumina i rapporti tra Gioacchino Amico e l’orbita di Fratelli d’Italia
Un’intercettazione del giugno 2020, una foto con Giorgia Meloni scattata a Milano nel 2019, incontri, agende e relazioni annotate nelle carte dell’indagine
C’è un dettaglio che, più di altri, restituisce il senso di questa storia: non il summit riservato, non il linguaggio da codice mafioso, non una scena da romanzo criminale. Ma una frase quasi ordinaria, domestica, pronunciata al telefono come si farebbe parlando di un documento atteso da tempo: “Mi è arrivata la tessera di partito… Fratelli d’Italia…”. È in quel passaggio, intercettato nel giugno 2020 e finito agli atti dell’inchiesta Hydra, che la vicenda di Gioacchino Amico smette di essere solo il capitolo giudiziario di un presunto uomo di raccordo tra mafie e diventa anche una questione pubblica, politica, istituzionale.
Perché Amico non è un nome qualsiasi nel mosaico investigativo costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. Per i magistrati è stato uno dei punti sensibili del cosiddetto “sistema mafioso lombardo”, la presunta struttura che avrebbe messo in relazione interessi di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra nel Nord Italia. E oggi, dopo avere deciso di collaborare con la giustizia, il collaboratore siciliano si trova sotto protezione. A rendere ancora più esplosivo il quadro è proprio l’intreccio dei suoi rapporti con esponenti e ambienti vicini a Fratelli d’Italia, un intreccio che, sulla base delle fonti consultate, non si esaurisce affatto in quella tessera evocata al telefono.
Il punto di partenza: la telefonata sulla tessera
Il dato più netto, e insieme più difficile da archiviare come un dettaglio secondario, è quello della tessera del partito: è il 6 giugno 2020, Gioacchino Amico, intercettato, dice di avere ricevuto la tessera di Fratelli d’Italia. Il rilievo giudiziario di quella frase non sta naturalmente nell’iscrizione in sé, ma nel contesto in cui emerge: un’indagine antimafia vasta, stratificata, costruita per ricostruire relazioni, canali di accesso, sponde e disponibilità. In una parola, il capitale relazionale di chi, secondo l’accusa, si muoveva dentro un ambiente criminale capace di dialogare con pezzi dell’economia e della politica.
Su questo punto occorre restare rigorosi: disporre o vantare una tessera non equivale, da solo, a dimostrare responsabilità politiche o penali altrui. Ma in una vicenda come Hydra il valore delle relazioni non è mai neutro. Le inchieste di criminalità organizzata, soprattutto quelle che riguardano il radicamento economico e istituzionale delle mafie al Nord, non si reggono soltanto sulle armi o sugli affari. Si reggono anche sui contatti, sulla capacità di accreditarsi, di farsi aprire porte, di presentarsi come interlocutori spendibili. È per questo che quella tessera assume un peso che va oltre il gesto formale dell’iscrizione.
Prima della tessera, la foto con Giorgia Meloni
A rendere il quadro ancora più delicato c’è poi la fotografia del 2019: un selfie con Giorgia Meloni scattato durante una convention milanese del partito. L’immagine, riemersa nel racconto giornalistico delle ultime ore, mostra Amico accanto alla leader di Fratelli d’Italia, oggi presidente del Consiglio. Di per sé, una foto in un evento politico pubblico non prova alcun rapporto organico: i selfie in politica sono spesso istantanee casuali, richieste al volo, materiale quasi inevitabile in manifestazioni partecipate. Eppure, inserita nel continuum che porta alla tessera del 2020 e agli altri contatti annotati nelle carte, quella foto smette di apparire irrilevante. Diventa il primo fotogramma visibile di una prossimità da contestualizzare.
La politica italiana, negli anni della crescita di Fratelli d’Italia, ha spesso misurato il proprio radicamento anche attraverso eventi territoriali, mobilitazione di dirigenti locali, reti di simpatizzanti e nuove adesioni. È precisamente in queste aree di contatto, dove finisce la militanza ordinaria e comincia l’ambizione di contare, che le inchieste antimafia cercano eventuali anomalie. Non per criminalizzare la partecipazione, ma per capire se e dove soggetti opachi abbiano tentato di legittimarsi attraverso la visibilità pubblica e il rapporto con la politica.
Chi è Gioacchino Amico nel fascicolo Hydra
Sul piano giudiziario, Amico viene descritto dalle fonti consultate come uno dei nomi centrali dell’indagine Hydra. Nell'inchiesta è indicatocome presunto vertice, o comunque figura apicale, per conto del gruppo collegato al clan dei Senese, storicamente radicato tra Campania e Roma, all’interno della presunta alleanza mafiosa operante in Lombardia. Nel marzo 2026 è emerso che ha deciso di collaborare con la giustizia; che oggi si trova sotto protezione e avrebbe detto: «Mi vogliono morto».
La sua collaborazione viene considerata un passaggio potenzialmente decisivo nel maxi processo sul cosiddetto “sistema mafioso lombardo”. Il motivo è semplice: figure come la sua, se decidono di parlare, possono aiutare a chiarire non solo gli equilibri tra gruppi criminali diversi, ma anche i collegamenti con quella che gli investigatori chiamano spesso “area grigia”: professionisti, facilitatori, intermediari, mondi di relazione esterni ma utili. È proprio lì che il capitolo dei rapporti con la politica diventa più sensibile e più importante per l’interesse pubblico.
I contatti con Paola Frassinetti e Carmela Bucalo
Le carte citate dell'inchiesta non si fermano al tema della tessera. Amico sarebbe stato intercettato anche mentre chiedeva la tessera di Fratelli d’Italia a una donna che lavorava nelle segreterie di una ex senatrice e di una dirigente del partito; quest’ultima viene indicata come Paola Frassinetti, oggi sottosegretaria all’Istruzione e al Merito, incontrata da Amico in un’occasione il mese precedente. Alcuni quotidiani già nell’ottobre 2023, avevano riferito di contatti tra Amico e la parlamentare Carmela Bucalo, oltre che con la stessa Frassinetti, descrivendo anche un viaggio a Roma e un incontro in pizzeria con le due esponenti politiche e alcune collaboratrici. Nelle fonti consultate, le politiche citate non risultano indagate.
Questo è il passaggio che più impone cautela e precisione. Un incontro, da solo, non significa collusione. Un contatto politico, in un sistema democratico, può avere spiegazioni del tutto lecite. Ma quando il nome che cerca quelle relazioni è quello di un soggetto che per i pm si muove in un quadro mafioso, il problema non è soltanto giudiziario: è anche di selezione delle persone, di controllo degli accessi, di capacità dei partiti di schermarsi da infiltrazioni, millanterie o tentativi di accreditamento. La questione, in altre parole, non riguarda soltanto ciò che è stato fatto, ma anche ciò che è stato consentito di sembrare possibile.
