VERSO IL VOTO
Vance a Budapest, comizio con Orbán a cinque giorni dal voto: «Fatelo rieleggere»
Il vicepresidente americano accolto dall'inviato speciale di Trump Paolo Zampolli che si trovava già in Ungheria
Le luci si abbassano, gli inni risuonano, le bandiere ungheresi e americane ondeggiano fitte tra le tribune dell'Mtk Sportpark. JD Vance sale sul palco, estrae lo smartphone e compone in diretta il numero di Donald Trump. «Speriamo risponda, altrimenti sarebbe imbarazzante», dice con un sorriso al pubblico. Qualche secondo di suspense, qualche difficoltà di segnale, poi la voce del presidente americano riempie l'arena tra applausi scroscianti. Budapest diventa, per una sera, un avamposto della destra sovranista globale.
Il vicepresidente americano è atterrato all'aeroporto di Ferihegy insieme alla moglie Usha, dove è stato accolto anche dall'inviato speciale di Trump per i partenariati globali, Paolo Zampolli che si trovava già in Ungheria. Una delegazione di peso, arrivata a pochi giorni dalle elezioni ungheresi del 12 aprile, con un messaggio politico che difficilmente si presta a equivoci.
«Fate rieleggere Orbán»
Dal palco, Vance non usa mezzi termini: «Dobbiamo far rieleggere Viktor Orbán come primo ministro dell'Ungheria, giusto?». Poi, quasi a correggere il tiro con un paradosso retorico: «Non vi sto dicendo per chi votare, ma di non ascoltare i burocrati di Bruxelles: ascoltate il vostro cuore, la vostra anima e la sovranità del popolo ungherese». E ancora, rivolgendosi direttamente ai cittadini — «alle famiglie, ai nonni che ricordano il comunismo, ai giovani che vogliono costruire il proprio futuro» — ha aggiunto: «Sono qui per una ragione semplice: ammiro ciò per cui state lottando. Io e il presidente Trump vogliamo il vostro successo e siamo qui a combattere al vostro fianco».

Orbán, dal canto suo, ha celebrato Trump come colui che «ha messo fine al potere dell'élite progressista globale, affermando che il patriottismo non è un crimine ma una virtù», ed ha elogiato Vance per aver scritto «di quanto fosse dannoso il liberalismo progressista quando non era permesso discuterne».

Trump in collegamento: «Siamo con voi fino in fondo»
Il momento più scenografico della serata è la telefonata in diretta. Trump, raggiunto dallo smartphone di Vance davanti a cinquemila sostenitori, non lesina elogi: Orbán «sta facendo un ottimo lavoro», non ha permesso che i confini ungheresi fossero violati «nonostante le pressioni e gli errori dei giudici». «Se non pensassi che stia facendo un buon lavoro, non farei una telefonata così», ha precisato il presidente, prima di chiudere con una promessa: «Siamo con voi fino in fondo».
Una serata costruita come un comizio americano trapiantato nel cuore dell'Europa centrale, a cinque giorni da un voto che Orbán vuole blindare con il sigillo di Washington.