LA GUERRA
Libano, la tregua che non ferma le bombe: perché Beirut resta nel mirino mentre Usa e Iran parlano di cessate il fuoco
Sulla carta il compromesso diplomatico avrebbe dovuto allargare il respiro anche al Libano. Ma gli aerei israeliani continuano a colpire Beirut
Si può parlare di cessate il fuoco in Medio Oriente e, nello stesso giorno, vedere il cielo di Beirut attraversato da una delle più vaste ondate di raid dall’inizio dell’attuale escalation. È il cortocircuito di una guerra regionale in cui la diplomazia corre più veloce delle garanzie concrete e in cui ogni parola — “tregua”, “inclusione”, “de-escalation”, “difesa” — viene piegata alle esigenze del momento. Secondo una versione sostenuta dal mediatore pakistano, l’intesa fra Stati Uniti e Iran dovrebbe valere “ovunque”, Libano compreso; secondo Israele, invece, l’accordo non riguarda il fronte con Hezbollah. E il punto decisivo, per i civili, è proprio questo: fra le due letture, a prevalere per ora è quella scritta dalle esplosioni.
La divergenza non è soltanto diplomatica: è il cuore della crisi. Nelle ultime ore Ibrahim al-Moussawi, esponente di Hezbollah, ha sostenuto che l’accordo comprende anche il Libano, un’affermazione che segnala la volontà del movimento sciita di accreditare l’idea di una copertura regionale della tregua. Ma alla dichiarazione politica non è seguito, almeno finora, un annuncio formale di cessate il fuoco da parte di Hezbollah. È un vuoto che pesa. Perché in Medio Oriente, e in particolare lungo il confine israelo-libanese, la differenza tra un’interpretazione favorevole e un impegno operativo è enorme: senza una proclamazione chiara, senza un meccanismo condiviso di verifica e senza un’intesa sulle rispettive linee rosse, ogni parte resta libera di sostenere che il proprio fuoco sia ancora “legittimo”, “preventivo” o “mirato”.
La tregua che cambia significato a seconda di chi la racconta
Il nodo è tutto qui. Da un lato, il premier pakistano Shehbaz Sharif ha parlato di una cessazione delle ostilità “immediata” e valida anche per il Libano. Dall’altro, l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu ha precisato che la tregua di due settimane concordata sul dossier Usa-Iran non si estende alla guerra contro Hezbollah. Non si tratta di una sfumatura: è una smentita politica netta, che ridefinisce il campo di applicazione dell’intesa e segnala quanto sia fragile il tentativo di separare il conflitto con Teheran dal teatro libanese. Se la tregua è regionale solo per una delle parti, il rischio è che il “cessate il fuoco” diventi un’etichetta utile sul piano comunicativo ma quasi irrilevante sul terreno.
In questa ambiguità si inserisce anche la posizione iraniana. Già nelle settimane precedenti, fonti citate da Reuters avevano riferito che Teheran considerava essenziale includere il Libano in qualsiasi schema di allentamento del confronto con Washington e Israele. L’idea di fondo è coerente con l’architettura strategica costruita dall’Iran negli anni: i teatri non sono compartimenti stagni, ma parti di una stessa deterrenza allargata. Per questo, dal punto di vista iraniano e di quello di Hezbollah, fermare il conflitto principale lasciando aperto il fronte libanese significherebbe accettare una tregua monca, se non addirittura una sconfitta politica. Ma è proprio questo l’aspetto che Israele rifiuta: la possibilità che un’intesa con Teheran limiti la libertà d’azione contro la milizia sciita in Libano.
Beirut sotto attacco: la logica militare supera quella diplomatica
Mentre la disputa sulle parole restava aperta, le Forze di Difesa Israeliane hanno lanciato una massiccia ondata di attacchi aerei su Beirut, sul sud del Libano e sulla valle della Bekaa. L’esercito israeliano ha parlato di oltre 100 obiettivi di Hezbollah colpiti in circa 10 minuti, definendo l’operazione la più ampia e coordinata dell’attuale guerra. La portata del dato restituisce l’idea di una decisione politica e militare precisa: non congelare il fronte libanese, ma anzi riaffermare che esso rimane attivo, prioritario e separato dai negoziati sul dossier iraniano.
Il punto più inquietante, per chi osserva la situazione dal lato umanitario, è che i raid non hanno riguardato soltanto aree periferiche o zone di combattimento tradizionali. La stampa internazionale ha riferito di attacchi in quartieri centrali e costieri della capitale, con impatti su aree densamente popolate e con danni che, secondo le prime ricostruzioni, hanno toccato sia obiettivi indicati da Israele come infrastrutture militari sia contesti chiaramente civili. In un teatro urbano come Beirut, la distinzione tra bersaglio “militare” e ambiente civile, già complessa sul piano giuridico, diventa sul piano concreto drammaticamente sottile: un deposito, un dirigente, un centro logistico o una rete di comunicazione possono trovarsi a pochi metri da abitazioni, negozi, strade trafficate, scuole o presidi sanitari. Ed è esattamente in questa compressione dello spazio che si misurano le conseguenze più pesanti per la popolazione.
Vittime, distruzione, paura: il costo civile della “pressione” su Hezbollah
Le autorità sanitarie libanesi e i media internazionali hanno segnalato vittime e feriti nei raid più recenti, oltre a danni estesi a edifici e infrastrutture. In un attacco avvenuto senza preavviso nei pressi dell’area di Jnah, vicino al principale ospedale pubblico della capitale, il ministero della Salute libanese ha parlato di 4 morti e 39 feriti; altri bombardamenti hanno interessato i sobborghi meridionali e diverse località del Paese. Anche quando Israele sostiene di mirare a strutture di Hezbollah, la conseguenza più immediata è una nuova ondata di sfollamento interno, ulteriore pressione sul sistema ospedaliero e un senso di vulnerabilità che si estende ben oltre le aree direttamente colpite. Il Libano, già provato da anni di crisi economica, collasso istituzionale e impoverimento sociale, si trova così a gestire una guerra che non colpisce solo le postazioni militari, ma la possibilità stessa di una vita quotidiana minimamente stabile.