La Cassazione annulla l'arresto del leader pro Palestina Hannoun, ora Genova deve decidere di nuovo
Non è una sentenza sul merito, ma un colpo giudiziario che cambia il quadro: la Suprema Corte smonta i passaggi chiave delle misure cautelari e costringe il tribunale a ripartire
C’è un punto, nei procedimenti per terrorismo, in cui il linguaggio dei decreti e quello della politica smettono di coincidere. Succede quando un fascicolo costruito attorno a accuse gravissime — finanziamento ad Hamas, associazione con finalità di terrorismo, milioni di euro transitati attraverso enti benefici — arriva davanti alla Corte di Cassazione e si scontra con la domanda più semplice e più scomoda di tutte: con quali prove, esattamente? È lì che il caso di Mohammad Hannoun, figura nota dell’attivismo palestinese in Italia, cambia di segno. Non perché le accuse siano svanite. Ma perché la giustizia di legittimità ha stabilito che la partita, per come era stata fin qui giocata sul terreno cautelare, deve essere riaperta.
La decisione arrivata l’8 aprile 2026 è di quelle che pesano: la Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze del Tribunale del Riesame di Genova che avevano confermato gli arresti di Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji. Allo stesso tempo, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi della Procura di Genova contro la scarcerazione di Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah. Il risultato è duplice: da una parte, per i quattro ancora detenuti, il quadro cautelare va riesaminato; dall’altra, due delle liberazioni già disposte dal Riesame restano ferme. E adesso lo stesso Riesame ha dieci giorni per tornare sul caso e motivare di nuovo.
È una pronuncia che non assolve nessuno e non cancella l’inchiesta. Ma segna una cesura netta. Perché quando la Cassazione annulla con rinvio, dice in sostanza che il passaggio precedente non regge così com’è: va rifatto rispettando i principi indicati dalla Corte. In un’indagine tanto sensibile, che tocca sicurezza, diplomazia, intelligence e diritto penale internazionale, il messaggio è molto chiaro: le scorciatoie probatorie non bastano.
Da dove nasce l’inchiesta
L’indagine della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova, avviata con l’impulso della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, era esplosa il 27 dicembre 2025. Quel giorno Digos, Guardia di finanza e Polizia valutaria avevano eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di nove indagati, tutti destinatari del carcere, oltre a sequestri reali per oltre 8 milioni di euro. Al centro del fascicolo, secondo gli inquirenti, c’era un sistema di raccolta e trasferimento di denaro che avrebbe convogliato circa 7 milioni di euro verso strutture ritenute riconducibili ad Hamas, attraverso associazioni formalmente impegnate in attività solidaristiche.
Nel comunicato diffuso quel giorno dalla Procura di Genova e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, venivano indicati tre enti come snodi principali del presunto circuito: l’Associazione Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese (A.B.S.P.P.), la relativa organizzazione di volontariato A.B.S.P.P. ODV, entrambe con sede a Genova, e l’associazione La Cupola d’Oro, con sede a Milano. Secondo l’impostazione accusatoria, proprio attraverso questi organismi sarebbe passato un flusso di denaro in grado di sostenere l’organizzazione islamista palestinese, designata come terroristica dall’Unione europea.
Tra i nomi più esposti c’era quello di Mohammad Hannoun, 63 anni, architetto e attivista palestinese residente nel Genovese, indicato dagli inquirenti come figura apicale della presunta “cellula italiana” di Hamas. L’ipotesi investigativa si era immediatamente saldata anche con un altro livello, quello internazionale: già il 7 ottobre 2024, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva inserito Hannoun e la A.B.S.P.P. tra i soggetti sanzionati per presunto sostegno materiale ad Hamas; il 10 giugno 2025 la stessa amministrazione americana aveva sanzionato anche La Cupola d’Oro, definendola una “sham charity”, una falsa charity usata per raccogliere fondi destinati all’ala militare del movimento.
Il primo snodo: il Riesame conferma solo in parte
Dopo gli arresti di fine dicembre, la difesa aveva impugnato le misure cautelari. Il 19 gennaio 2026 il Tribunale del Riesame di Genova aveva confermato il carcere per quattro indagati — Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji — e annullato invece tre delle misure eseguite il 27 dicembre. Un primo segnale, già allora, che il fascicolo non stava tenendo in modo uniforme su tutte le posizioni.
Il passaggio decisivo, però, è arrivato con il deposito delle motivazioni il 30 gennaio 2026. In quel provvedimento, il Riesame aveva scritto che nei confronti di Hannoun restava un “solido quadro indiziario”, ma aveva contemporaneamente escluso l’utilizzabilità della documentazione arrivata da Israele, ritenuta anonima. È un punto tecnico solo in apparenza. In realtà, è il cuore dell’intera vicenda: una parte della costruzione accusatoria si basava infatti su materiali provenienti dall’intelligence israeliana, utilizzati per sostenere che alcune associazioni destinatarie dei fondi inviati dall’Italia fossero collegate a Hamas.
Secondo i giudici del Riesame, quei file non potevano essere usati per due ragioni: la fonte trasmittente risultava sostanzialmente non verificabile — un funzionario dello Shin Bet indicato solo come “Avi” — e gli stessi documenti sarebbero stati reperiti sul campo di battaglia senza un verbale di sequestro idoneo a certificarne provenienza e catena di custodia. In altre parole, il tribunale aveva posto un limite severo all’uso processuale di quella che in queste settimane è stata spesso definita “battlefield evidence”, prova raccolta in teatro bellico.
Il nodo delle prove israeliane
Qui si misura la vera portata della decisione della Cassazione. Già nei giorni precedenti all’udienza dell’8 aprile 2026, la Procura generale della Cassazione, nella requisitoria firmata dai sostituti procuratori generali Lucia Odello e Paolo Sansonetti, aveva sostenuto che quelle fonti di prova dovessero considerarsi “inutilizzabili”. Non un dettaglio difensivo, dunque, ma una valutazione condivisa anche dal pubblico ministero di legittimità. La ragione, riportata negli atti citati da più ricostruzioni giornalistiche, è che si tratta di materiale non riferibile a un soggetto determinabile e non verificabile in contraddittorio.
La Procura di Genova, invece, aveva difeso l’impianto originario. Aveva sostenuto che il funzionario israeliano non fosse “anonimo”, ma soltanto “anonimizzato”, e che la sua identità potesse essere confermata nell’ambito della cooperazione internazionale antiterrorismo. Aveva inoltre tentato di far valere quei documenti come prova comunque acquisibile, anche alla luce del contesto straordinario in cui sarebbero stati recuperati. Ma il terreno era diventato molto scivoloso: se una quota decisiva di materiale viene espunta, tutto il ragionamento cautelare deve essere ricostruito su basi autonome e pienamente verificabili.
È precisamente questo il punto su cui oggi si gioca la nuova fase. Perché la decisione della Cassazione sembra dire che non basta affermare l’esistenza di altri indizi: occorre anche spiegarne la tenuta, il peso specifico, la loro autonomia rispetto ai materiali contestati. In materia di misure cautelari, soprattutto quando si parla di terrorismo, la gravità dell’ipotesi di reato non può abbassare l’asticella del controllo giudiziario; semmai, la alza.
Che cosa cambia adesso per Hannoun e per gli altri indagati
Per Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, la situazione resta sospesa. La pronuncia della Cassazione non comporta automaticamente la liberazione, ma obbliga il Tribunale del Riesame di Genova a un nuovo esame in tempi stretti, cioè entro dieci giorni. Sarà lì che si capirà se il materiale residuo consente ancora di sostenere il carcere oppure se, al contrario, il quadro cautelare va ridimensionato o superato.
Per Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah, invece, il passaggio è più netto: i ricorsi della Procura di Genova contro la loro scarcerazione sono stati dichiarati inammissibili dalla Suprema Corte. Il che significa che, almeno per questa fase, il tentativo dell’accusa di rimettere in discussione quelle liberazioni si è fermato davanti alla soglia della legittimità.
Resta sullo sfondo un terzo nome, quello di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, indicato nelle ricostruzioni giornalistiche tra gli indagati che il Riesame aveva in precedenza scarcerato. Anche questo dettaglio conferma che il procedimento non si è mai mosso in blocco unico: fin dal gennaio scorso, le singole posizioni apparivano diversificate e richiedevano una valutazione meno automatica di quanto l’impostazione iniziale lasciasse intendere.
Un caso giudiziario, ma anche politico e internazionale
Il caso Hannoun si è imposto fin dall’inizio come qualcosa di più di una semplice inchiesta locale. Dentro ci sono almeno tre livelli. Il primo è quello penale: capire se le associazioni coinvolte fossero davvero strumenti di raccolta umanitaria o, invece, veicoli di finanziamento illecito. Il secondo è quello internazionale: il ruolo di informazioni trasmesse da apparati esteri, il peso delle sanzioni americane, il tema della cooperazione tra Stati nell’antiterrorismo. Il terzo è quello politico e simbolico: il confine, delicatissimo, tra sostegno alla causa palestinese, attivismo, beneficenza e presunto supporto a un’organizzazione armata.
È proprio per questo che la decisione della Cassazione ha un rilievo che va oltre le singole posizioni personali. Dice che anche nei procedimenti più esposti alla pressione geopolitica il diritto processuale non può essere piegato. Le informazioni di intelligence possono avere un valore investigativo, certo; ma trasformarle in prova giudiziaria richiede passaggi rigorosi, controllabili, contestabili dalla difesa. Se questi passaggi non ci sono, il rischio è che un’indagine molto forte sul piano narrativo diventi fragile sul piano processuale.
Le prossime mosse
Adesso gli occhi tornano su Genova. Il Riesame dovrà rileggere il fascicolo alla luce delle indicazioni della Cassazione. Dovrà farlo in fretta, ma soprattutto dovrà farlo in modo più selettivo: separando ciò che può entrare legittimamente nel ragionamento giudiziario da ciò che non può sostenerlo. È lì che si vedrà la vera consistenza dell’inchiesta, depurata dalle prove contestate.
Per i lettori, e più in generale per chi osserva questa vicenda da fuori, il dato essenziale è uno: non siamo davanti a un proscioglimento, ma neppure a una semplice parentesi procedurale. L’annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione è un passaggio sostanziale. Rimette in discussione il modo in cui le misure cautelari erano state confermate. E costringe l’accusa, se vorrà mantenere in piedi il proprio impianto, a dimostrare che esso regge anche senza i materiali più controversi.
In controluce, resta un principio che in casi come questo viene spesso evocato ma non sempre rispettato fino in fondo: la presunzione di innocenza. Il comunicato della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo del 27 dicembre 2025 la richiamava espressamente. Oggi, dopo il pronunciamento della Suprema Corte, quel richiamo suona ancora più concreto. Perché la forza di uno Stato di diritto non si misura quando conferma i sospetti più facili, ma quando pretende che anche le accuse più gravi siano sorrette da prove utilizzabili, verificabili, solide. Tutto il resto appartiene a un altro linguaggio. Non a quello della giustizia.