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9 aprile 2026 - Aggiornato alle 12:00
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la trattativa

Islamabad, l’ora più fragile: i tre punti cruciali sul tavolo di Usa e Iran e il cessate il fuoco già incrinato

Sabato 11 aprile nella capitale pachistana dovrebbe aprirsi il negoziato più delicato del Medio Oriente: sul tavolo non c’è solo la tregua, ma il nodo che da anni blocca ogni intesa, l’uranio arricchito

09 Aprile 2026, 09:43

09:50

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Nelle ore in cui i mercati aspettano di capire se lo Stretto di Hormuz tornerà davvero a essere un passaggio sicuro e in Libano continuano a cadere bombe di Israele e missili di Hezbollah, il negoziato tra Stati Uniti e Iran nasce già sotto il segno del paradosso: il cessate il fuoco che avrebbe dovuto prepararlo è diventato, in meno di 48 ore, il primo terreno di scontro. È da questa crepa che bisogna partire per capire perché l’appuntamento di sabato 11 aprile a Islamabad abbia un peso che va molto oltre la diplomazia di giornata.

Secondo quanto riportato da la Repubblica, sarà il vicepresidente americano J.D. Vance a guidare la delegazione degli Stati Uniti, mentre la parte iraniana sarà rappresentata dal presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf. La scelta dei due nomi dice molto: Washington affida il dossier a una figura politica di primo rango, segnalando che la trattativa non è più solo tecnica; Teheran risponde con un esponente di vertice del sistema della Repubblica islamica, uomo vicino ai centri più duri del potere. Non è una cornice da colloqui esplorativi: è il tentativo di trasformare una tregua precaria in un’intesa politica, o almeno in una cornice che eviti il ritorno immediato all’escalation.

Il Pakistan prova a fare il mediatore decisivo

Il ruolo del Pakistan non è un dettaglio logistico, ma il cuore politico di questa fase. Islamabad ha rivendicato apertamente di aver favorito il cessate il fuoco e il suo Ministero degli Esteri aveva già fatto sapere nei giorni scorsi di essere pronto a ospitare e facilitare colloqui “significativi” tra le due parti per una soluzione “complessiva e duratura”. Anche il premier Shehbaz Sharif ha invitato pubblicamente le delegazioni a recarsi nella capitale pachistana per negoziare un accordo conclusivo.

Questa mediazione si inserisce in una tradizione meno visibile ma non irrilevante della diplomazia pachistana: il Pakistan conserva canali sia con Washington sia con Teheran, e nelle crisi regionali prova periodicamente a proporsi come piattaforma di contatto. Stavolta, però, l’ambizione è più alta. Non si tratta soltanto di aprire una stanza di dialogo: il governo pachistano sta tentando di accreditarla come il luogo in cui congelare insieme tre fronti intrecciati — il nucleare iraniano, la sicurezza marittima nel Golfo e il perimetro regionale della tregua, a partire dal Libano.

Una tregua firmata con interpretazioni diverse

Il problema è che il cessate il fuoco esiste, ma non esiste ancora una lettura condivisa del suo contenuto. Da una parte, Teheran sostiene che l’intesa debba comprendere anche il Libano; dall’altra, Washington nega che questo fosse parte dell’accordo. È qui che si è aperta la frattura più pericolosa. J.D. Vance ha parlato di un “legittimo malinteso”, spiegando che gli iraniani avrebbero ritenuto inclusa la dimensione libanese, mentre gli Stati Uniti non avrebbero mai assunto quell’impegno. È una formula diplomatica che prova a disinnescare lo scontro, ma che, letta in controluce, certifica quanto il cessate il fuoco sia nato con testi, promesse o aspettative non perfettamente sovrapponibili.

Per Teheran, invece, la questione è sostanziale. Ghalibaf ha denunciato la violazione di alcune clausole chiave del quadro concordato, indicando tra i punti contestati proprio gli attacchi israeliani in Libano, oltre a divergenze sul dossier nucleare e sulla libertà di navigazione. In altre parole, l’Iran sostiene di essere arrivato al cessate il fuoco in cambio di un perimetro politico più ampio di quello che oggi Washington riconosce. Se questo scarto non verrà ridotto a Islamabad, il negoziato rischia di partire già delegittimato agli occhi di una delle due parti.

La confusione si riflette anche sulla dimensione marittima. Associated Press ha riferito che l’Iran rivendica una propria lettura dell’intesa sullo Stretto di Hormuz, mentre Donald Trump ha insistito sul fatto che l’accordo implichi la riapertura del passaggio e la consegna delle scorte di uranio. Nello stesso tempo, segnali provenienti dall’ambiente mediatico iraniano — come la pubblicazione di grafici relativi a possibili mine navali — sono stati interpretati come un messaggio di pressione in vista dei colloqui. È il linguaggio classico delle trattative sotto deterrenza: si parla di pace mostrando, implicitamente, quanto sarebbe costoso il fallimento.

L’uranio: il vero ostacolo, non uno dei tanti

Se però si vuole capire dove davvero potrebbe rompersi il tavolo, bisogna guardare al nucleare. Tutto il resto — Libano, Hormuz, perfino la coreografia delle delegazioni — pesa, ma il punto che separa davvero le parti è uno: che cosa potrà fare l’Iran con il proprio uranio arricchito dopo la tregua. Su questo fronte, le posizioni restano quasi opposte. Fonti vicine alla narrativa iraniana sostengono che il piano di Teheran preveda il riconoscimento del diritto all’arricchimento; la Casa Bianca, al contrario, ha ribadito che la linea rossa di Trump non è cambiata e che non ci sarà alcuna accettazione dell’arricchimento sul territorio iraniano.

Il presidente americano è stato ancora più esplicito, affermando che “non ci sarà arricchimento di uranio” e che gli Stati Uniti lavoreranno con l’Iran per rimuovere il materiale rimasto sepolto. È un messaggio politicamente utile a Washington, perché mostra fermezza dopo settimane di guerra e pressioni interne. Ma è anche una dichiarazione che rende più stretto il margine della diplomazia: se il negoziato di Islamabad deve produrre un compromesso, qualcuno dovrà spiegare se il “no enrichment” sia una posizione massimalista da trattativa o un punto non negoziabile. Ed è una differenza decisiva.

Dal lato iraniano, il tema non è solo tecnico, ma identitario e strategico. L’arricchimento viene presentato da anni come un diritto sovrano, non come una concessione da ricevere. Per questo ogni formula che lo escluda del tutto rischia di essere percepita a Teheran come una resa politica, prima ancora che come un limite al programma nucleare. L’insistenza americana su questo punto, dunque, non complica soltanto la stesura di un accordo: tocca il punto in cui sicurezza, prestigio nazionale e sopravvivenza del regime si sovrappongono.

I numeri che incombono sul tavolo

A rendere il dossier ancora più sensibile ci sono i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il direttore generale Rafael Grossi ha ricordato nel 2025 che l’Iran disponeva di oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%, un livello ben oltre l’uso civile ordinario e molto vicino, sul piano tecnico, alla soglia che preoccupa la comunità internazionale. In una precedente dichiarazione al Board of Governors, la stessa IAEA aveva segnalato che già a inizio 2025 le scorte al 60% erano salite a 275 chilogrammi, in crescita rispetto al trimestre precedente. Più di tutto, però, conta un’altra frase di Grossi: qualsiasi accordo credibile richiederà il ritorno delle ispezioni e una verifica puntuale delle scorte.

Questo è il punto spesso trascurato nel dibattito politico: non basta decidere se l’Iran possa o non possa arricchire. Bisogna anche stabilire chi controllerà, con quali strumenti, in quali siti e con quale continuità. La IAEA insiste da tempo sul fatto che la sua capacità di verifica sia stata danneggiata dalla riduzione degli accessi e dalla rimozione di dispositivi di monitoraggio legati al quadro post-JCPOA. Perciò il nodo di Islamabad non sarà soltanto la formula politica sull’uranio, ma l’architettura concreta di una possibile verifica internazionale. Senza quella, un annuncio sarebbe poco più di una pausa narrativa.

Perché Vance e Ghalibaf contano più del previsto

Che a sedersi al tavolo siano Vance e Ghalibaf non è un fatto neutro nemmeno sul piano interno. Vance porta con sé il mandato politico di un’amministrazione che vuole mostrare di saper unire forza e negoziato, senza apparire debole sul tema più tossico agli occhi dell’elettorato repubblicano: l’idea di lasciare margini all’Iran sul nucleare. La sua presenza indica che la trattativa è abbastanza importante da richiedere copertura politica diretta, ma anche abbastanza rischiosa da non poter essere lasciata ai soli diplomatici.

Ghalibaf, dal canto suo, è una figura che parla tanto al fronte esterno quanto a quello interno iraniano. La sua eventuale disponibilità a negoziare non equivale a una svolta moderata; semmai segnala che, se un compromesso dovrà esserci, passerà per un esponente capace di rivenderlo dentro il sistema di potere della Repubblica islamica. Proprio per questo le sue accuse sulle violazioni della tregua vanno lette con attenzione: non sono soltanto propaganda negoziale, ma anche un modo per non arrivare al tavolo in posizione di debolezza domestica.

Il Libano, il fronte che può far saltare tutto

Il Libano resta il detonatore più immediato. Se Washington continua a sostenere che la tregua non lo comprende, mentre Iran e mediatori pachistani insistono sul contrario, ogni nuovo attacco rischia di trasformarsi in un argomento contro il negoziato stesso. Non è un incidente laterale: è il test sulla buona fede delle parti. In diplomazia, i cessate il fuoco sopravvivono alle ambiguità solo se esiste una volontà politica forte di salvarli; quando invece ciascuno li usa per consolidare la propria narrativa, diventano rapidamente armi di pressione reciproca.

Per questo Islamabad sarà, prima ancora che un vertice di pace, una riunione di chiarimento. Servirà a stabilire se esiste ancora una base minima condivisa: durata e perimetro della tregua, status dello Stretto di Hormuz, forma del monitoraggio nucleare, destino dell’uranio arricchito, rapporto tra teatro iraniano e teatro libanese. Se anche uno solo di questi elementi resterà in una zona grigia, il rischio è che il negoziato produca soltanto una foto diplomatica senza effetti reali.

Che cosa aspettarsi dal vertice

L’obiettivo realistico, a questo punto, non sembra essere una “pace” in senso pieno, ma una de-escalation verificabile. Un’intesa finale in 24 o 48 ore appare improbabile, proprio perché il contrasto sull’uranio tocca la sostanza strategica del confronto tra Stati Uniti e Iran. Più plausibile è che da Islamabad esca un documento quadro, o almeno una road map, con impegni progressivi: tenuta del cessate il fuoco, definizione del campo d’applicazione, accesso della IAEA, negoziato separato o scaglionato sul materiale nucleare e sulle sanzioni.

Ma anche un risultato più limitato non sarebbe trascurabile. Se la mediazione del Pakistan riuscisse a trasformare una tregua contestata in un formato negoziale stabile, avrebbe già evitato il ritorno immediato al peggio. In Medio Oriente, soprattutto dopo una guerra che ha riaperto le linee di frattura su più fronti, non è poco. La vera domanda non è se a Islamabad nascerà la pace, ma se lì si riuscirà a impedire che la pace venga dichiarata morta prima ancora di cominciare.