il dibattito in parlamento
Meloni si scopre europeista e rilancia la "dottrina Craxi" su Sigonella e la Nato: Italia alleata degli Usa e non subalterna ma serve una Ue più forte
Dalla gestione delle basi militari al riarmo: il governo detta le nuove regole d'ingaggio e chiede lo stop alle regole europee per arginare l'emergenza energia
L’Italia guidata da Giorgia Meloni ridisegna la propria postura diplomatica ed economica lungo un doppio binario che mette in discussione equilibri consolidati: da un lato il saldo legame con gli Stati Uniti, dall’altro le rigide regole fiscali dell’Unione. Al centro, l’obiettivo di un’autonomia strategica capace di sottrarre Roma e l’Europa al ruolo di semplici spettatori o esecutori.
Sul versante estero, a Palazzo Chigi circola una parola d’ordine che richiama con forza gli anni Ottanta: "Sigonella". Non si tratta di sterile nostalgia per il braccio di ferro del 1985 tra il governo di Bettino Craxi e Washington, ma di un lucido "promemoria politico".
La linea della premier è chiara: l’Italia resta fedele all’Alleanza atlantica e amica storica degli Usa, ma rifiuta ogni "subalternità" e qualsiasi "automatismo" decisionale. Le opzioni strategiche vanno valutate in base al solo interesse nazionale, principio che si applica anche al delicato dossier delle basi americane sul territorio. L’esecutivo ha puntualizzato che il Paese "non è in guerra" e che un eventuale impiego delle installazioni per operazioni offensive richiederebbe un’autorizzazione politica esplicita da Roma, poiché i patti di alleanza non possono comprimere la sovranità dello Stato ospitante.
Per affrancarsi dalla storica dipendenza dall’ombrello atlantico, tuttavia, serve un’Europa militarmente credibile. Meloni rilancia così la costruzione di un autentico "pilastro europeo della sicurezza". La logica è brutale ma pragmatica: finché il continente delegherà la propria difesa agli Stati Uniti, la sua autonomia politica resterà incompiuta. Roma rivendica i progressi compiuti: la spesa per la difesa, pari all’1,13% del Pil nel 2014, è stimata in crescita al 2,01% nel 2025, in linea con i parametri Nato. Ma l’avvertimento rivolto a Bruxelles è netto: aumentare gli stanziamenti servirà a poco se non si consolida un’industria europea della difesa integrata, evitando che il raddoppio degli investimenti finisca per avvantaggiare soltanto fornitori extraeuropei.
Il secondo fronte, altrettanto cruciale, si gioca nei corridoi dell’Ue e riguarda la nuova governance economica. La perdurante crisi in Medio Oriente sta provocando un ulteriore, pericoloso shock sui prezzi energetici: tra febbraio e marzo 2026 i costi di carburanti e greggio sono schizzati. Di fronte a questo scenario, Meloni apre una breccia nel Patto di stabilità appena riformato, sollecitando l’attivazione della "general escape clause". Si tratterebbe di una sospensione generalizzata delle regole di bilancio, sul modello di quella varata in emergenza durante la pandemia di Covid-19. Palazzo Chigi non chiede eccezioni ad hoc per l’Italia, ma invoca un ombrello europeo comune e simmetrico per assorbire l’urto.
Resta però la fragilità del quadro interno: il Paese è sotto procedura per disavanzo eccessivo e gravato da vincoli severi. Il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, erige un argine tecnico e politico: al momento l’economia del continente continua a crescere e manca quella "grave recessione" necessaria a congelare i patti. Bruxelles privilegia invece clausole "nazionali" mirate, come quelle che garantiscono flessibilità temporanea per il riarmo. Eppure la domanda posta dall’Italia ha una portata che supera i confini nazionali. Più le crisi geopolitiche si protraggono, più il dogmatismo contabile rischia di diventare insostenibile.
Come ricordato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, l’elevato debito riduce drasticamente lo spazio di manovra dei governi, esponendo i mercati a scossoni improvvisi. L’Europa è dunque chiamata a una scelta di fondo: dimostrare di saper agire come una vera "unione politica" di fronte agli shock globali, oppure rassegnarsi a restare un passivo "insieme di contabilità nazionali". Nelle grandi tempeste sistemiche, i costi della sopravvivenza non possono ricadere unicamente sui bilanci dei singoli Stati membri.