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9 aprile 2026 - Aggiornato alle 15:55
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l'analisi

Epic Fury o Epic Fail? Così Israele ha spinto la Casa Bianca a bombardare Teheran nonostante i dubbi di Cia e Mossad

Missili esauriti, migliaia di Marines schierati e 2000 morti al primo mese: il New York Times analizza il conto segreto dell'attacco all'Iran che smentisce le promesse di un raid "chirurgico"

09 Aprile 2026, 15:55

Epic Fury o Epic Fail?  Così Israele ha spinto la Casa Bianca a bombardare Teheran nonostante i dubbi di Cia e Mossad

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All’alba del 28 febbraio 2026 i cieli iraniani si sono illuminati sotto il fuoco di un’offensiva militare presentata come “chirurgica”, inevitabile e rapida. A settimane di distanza, però, l’“Operazione Epic Fury” — autorizzata il 26 febbraio da Donald Trump su forte pressione di Benjamin Netanyahu — rivela i contorni logoranti di un conflitto in espansione.

E' un'analisi del New York Times a rivelare le crescenti crepe nel rapporto tra Usa e Israele. Nel conflitto decisivo è stato il ruolo di Israele nella definizione della portata dei raid. Netanyahu e i vertici di sicurezza hanno promosso con vigore l’intervento presso Washington, descrivendo infrastrutture iraniane vulnerabili e promettendo un esito celere e controllabile.

Eppure, i documenti oggi disponibili delineano un quadro ben diverso: né la CIA né lo stesso Mossad ritenevano, nella fase iniziale, che Teheran avesse già avviato la costruzione effettiva di un ordigno nucleare. L’allarmismo politico si è scontrato con i briefing riservati al Congresso, in cui l’intelligence statunitense non indicava alcuna offensiva preventiva imminente contro gli Stati Uniti. Un rapporto redatto pochi giorni prima dell’attacco stimava inoltre bassa la probabilità che una guerra su vasta scala provocasse il collasso del regime iraniano.

In sostanza, la politica ha privilegiato gli scenari più ottimistici, eludendo sistematicamente gli avvertimenti degli analisti. Sul terreno, la realtà smentisce la narrativa della “guerra breve”.

Il Washington Post ha rivelato che gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili Tomahawk, incrinando l’idea di un’operazione circoscritta. Lungi dal ridursi, la presenza americana nell’area è stata rafforzata: entro fine marzo risultano dispiegati almeno 3.500 Marines, con proiezioni di rinforzi fino a 8.000 unità.

Il costo umano ed economico è ingente: secondo l’Associated Press, al 23 marzo si contavano oltre 2.000 vittime, mentre si moltiplicano le ripercussioni sulle rotte aeree e sull’economia globale. Intanto, le frizioni tra Washington e Tel Aviv si acuiscono. Gli Stati Uniti mirano ora a obiettivi limitati in vista di un possibile negoziato; Israele spinge per una strategia più ampia e intransigente nella speranza di un improbabile collasso del regime degli ayatollah.

Riemerge così il fantasma dell’Operazione Eagle Claw voluta da Jimmy Carter nel 1980: l’ennesima conferma che l’Iran resta un teatro quasi impossibile da gestire militarmente. Le guerre, confezionate con il lessico rassicurante degli interventi “chirurgici”, nascono spesso con solenni promesse di controllo, ma finiscono quasi sempre per scivolare in una trattativa con il caos.