Guerra
Netanyahu propone negoziati diretti con il Libano: disarmo di Hezbollah e la sfida della sovranità libanese
Il premier israeliano ha infatti detto di aver apprezzato l’appello del primo ministro libanese sul tema del disarmo, segnalando di voler agganciare l’iniziativa diplomatica a un dibattito già aperto dentro il Libano
Mentre su Beirut cade ancora la polvere dei raid e il Libano conta centinaia di vittime, da Gerusalemme arriva una parola che in questo tratto di Medio Oriente suona quasi fuori posto: negoziati. L’ha pronunciata Benjamin Netanyahu, annunciando di aver ordinato l’avvio “il prima possibile” di trattative dirette con il Libano. Non un semplice contatto tecnico, non il consueto scambio indiretto attraverso mediatori internazionali, ma un passaggio che, nelle intenzioni israeliane, dovrebbe affrontare due questioni esplosive: il disarmo di Hezbollah e la costruzione di relazioni pacifiche tra due Paesi che formalmente restano in stato di ostilità. L’annuncio, però, non nasce nel vuoto; arriva mentre il conflitto sul fronte nord resta apertissimo e mentre il Libano, già stremato da una crisi economica e istituzionale senza precedenti, cerca di riaffermare un principio semplice solo in apparenza: nel Paese, le armi dovrebbero essere monopolio dello Stato.
La frase politicamente più significativa del messaggio di Netanyahu è forse quella meno appariscente. Il premier israeliano ha infatti detto di aver apprezzato l’appello del primo ministro libanese sul tema del disarmo, segnalando di voler agganciare l’iniziativa diplomatica a un dibattito già aperto dentro il Libano. È un punto essenziale, perché sposta il discorso dal solo piano militare a quello della sovranità statale libanese: chi decide la guerra e la pace? chi controlla il territorio? chi ha il diritto di detenere armi? Da mesi, e con toni sempre più espliciti, il premier libanese Nawaf Salam sostiene che solo lo Stato libanese debba detenere il monopolio delle armi e delle decisioni strategiche. La stessa impostazione è stata ribadita in diverse dichiarazioni ufficiali e ripresa anche dalla Presidenza libanese, che insiste sulla necessità di estendere l’autorità statale all’intero territorio.
Il significato politico dell’annuncio israeliano
Per capire la portata della mossa bisogna partire da un dato storico: i contatti fra Israele e Libano sono sempre stati episodici, indiretti, circoscritti a dossier tecnici o di sicurezza, quasi sempre mediati da attori esterni come gli Stati Uniti, la Francia o le Nazioni Unite. Anche dopo il cessate il fuoco del 26 novembre 2024, i meccanismi di confronto si sono sviluppati soprattutto su binari militari e di monitoraggio, non come un vero negoziato politico aperto. L’idea di colloqui diretti su temi che investono il futuro delle relazioni bilaterali segna quindi una rottura rispetto alla prassi consolidata. Non significa ancora pace, né tantomeno normalizzazione, ma indica il tentativo israeliano di trasformare una tregua fragile in una trattativa dal respiro più ampio.
È altrettanto importante notare che, secondo Associated Press, i primi incontri potrebbero tenersi già la prossima settimana a Washington, sotto l’ombrello del Dipartimento di Stato americano. Se confermata, la sede direbbe molto della natura dell’operazione: una trattativa sì “diretta” tra le parti, ma dentro una cornice di forte regia internazionale, con Washington nel ruolo di garante politico. E non è un dettaglio secondario, perché l’amministrazione statunitense da mesi spinge per consolidare il cessate il fuoco sul fronte israelo-libanese e, soprattutto, per rafforzare l’autorità delle Forze armate libanesi a scapito dell’autonomia militare di Hezbollah.
Il nodo centrale: Hezbollah, forza armata e attore politico
Al cuore di tutto c’è Hezbollah, il movimento sciita filoiraniano che da decenni rappresenta insieme una potenza militare autonoma, una struttura politico-sociale radicata e un fattore di equilibrio — o di paralisi — del sistema libanese. Dal punto di vista israeliano, il disarmo di Hezbollah è il prerequisito per qualunque stabilizzazione del fronte settentrionale. Dal punto di vista di una parte crescente dell’establishment libanese, la stessa questione viene letta come passaggio necessario per ricostruire la sovranità dello Stato. Ma per Hezbollah e per i suoi alleati il tema resta altamente conflittuale: il movimento respinge la richiesta di consegnare le armi come se si trattasse di una concessione unilaterale a Israele, e continua a legare ogni discussione alla fine delle operazioni militari israeliane e al ritiro completo dal sud del Libano.
Qui sta uno dei punti più delicati. In Libano, parlare di disarmo non significa semplicemente discutere di sicurezza; significa toccare il compromesso incompiuto su cui si regge il Paese dalla fine della guerra civile. Gli accordi di Taif e la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ribadiscono, in forme diverse, il principio secondo cui non dovrebbero esistere armi o autorità al di fuori di quelle dello Stato libanese. Eppure proprio Hezbollah è stato per anni l’eccezione strutturale: l’unica milizia che ha conservato il proprio arsenale, giustificandolo con la funzione di “resistenza” contro Israele. Oggi, dopo l’ultima guerra e sotto una pressione internazionale molto più intensa, quell’eccezione è tornata al centro della scena.
Il Libano fra sovranità rivendicata e fragilità reale
L’aspetto più interessante della fase attuale è che la spinta al rafforzamento dello Stato non arriva soltanto dall’esterno. Nawaf Salam, in più occasioni, ha detto con chiarezza che la decisione sulla guerra e sulla pace deve appartenere solo alle istituzioni statali e che senza un controllo esclusivo delle armi non può esserci né stabilità né rilancio economico. È un linguaggio che intercetta una stanchezza profonda di ampi settori della società libanese, colpiti da anni di collasso finanziario, sfiducia politica, devastazione infrastrutturale e ora da un nuovo ciclo di guerra. Anche il presidente Joseph Aoun ha sostenuto che il tema del disarmo va affrontato, pur insistendo sulla via del dialogo e non della coercizione interna. In altre parole: l’obiettivo viene sempre più dichiarato, ma la strada per raggiungerlo resta stretta e rischiosa.
Ed è proprio questa la contraddizione su cui si misura la credibilità dei negoziati evocati da Netanyahu. Da un lato, Beirut ha interesse a consolidare una tregua, fermare i bombardamenti e recuperare margini di sovranità; dall’altro, il governo libanese non può permettersi di apparire come il semplice esecutore di un’agenda israeliana o americana. Non a caso, negli ultimi mesi lo stesso Salam ha chiarito pubblicamente che l’eventuale dialogo con Israele non equivale automaticamente a una normalizzazione politica. È una distinzione cruciale per il dibattito interno libanese, dove la questione palestinese, l’occupazione israeliana di porzioni di territorio e il peso simbolico della “resistenza” restano elementi altamente sensibili.
Il cessate il fuoco del 2024 e ciò che non ha risolto
I negoziati evocati da Netanyahu si innestano su un cessate il fuoco che, sulla carta, avrebbe dovuto aprire una fase nuova già a partire dalla fine del 2024. L’intesa del 26 novembre 2024, sostenuta da mediatori internazionali, prevedeva il ritiro delle forze israeliane a sud della Blue Line e il dispiegamento dell’esercito libanese nelle aree meridionali, con il supporto di UNIFIL. Ma già pochi mesi dopo, le Nazioni Unite parlavano di una situazione ancora incompleta e fragile: il calendario previsto per il ritiro e il dispiegamento parallelo non è stato pienamente rispettato e le violazioni del cessate il fuoco hanno continuato ad accumularsi. Sul terreno, il risultato è stato un equilibrio sospeso: tregua formale, conflitto sostanziale.
In questo quadro, il problema non è soltanto Hezbollah. Per il Libano, infatti, la credibilità di qualsiasi processo politico passa anche dalla cessazione degli attacchi israeliani e dal ritiro da tutte le posizioni ancora contese nel sud. Numerose fonti internazionali hanno registrato, nel corso dei mesi successivi al cessate il fuoco, il protrarsi di raid, sconfinamenti e tensioni operative. È il motivo per cui a Beirut l’argomento del disarmo viene spesso legato a un altro dossier: nessuna ridefinizione degli equilibri interni senza una chiara fine delle operazioni israeliane e senza garanzie concrete sulla sovranità territoriale libanese. In assenza di questo passaggio, ogni apertura diplomatica rischia di essere percepita come squilibrata.
Un annuncio nel mezzo della guerra, non dopo
C’è poi un elemento che rende l’iniziativa ancora più drammatica: non arriva dopo la guerra, ma nel mezzo di una nuova e violenta escalation. Associated Press ha riferito che il bilancio delle vittime in Libano ha superato le 300 persone dopo quella che viene descritta come la giornata più sanguinosa della guerra riaccesa tra Israele e Hezbollah. In questo contesto, la parola “negoziato” non ha il suono ordinato della diplomazia classica, ma quello instabile delle aperture forzate dalla devastazione. È proprio nelle ore in cui il costo umano della crisi torna a crescere che Netanyahu rilancia un doppio messaggio: disponibilità a trattare e intenzione di continuare a colpire Hezbollah finché la sicurezza nel nord di Israele non sarà ristabilita.
La conseguenza è che l’annuncio può essere letto in due modi, entrambi plausibili. Il primo: come una finestra diplomatica reale, favorita dalla debolezza relativa di Hezbollah, dalla pressione americana e dalla nuova postura delle istituzioni libanesi. Il secondo: come una mossa politico-strategica con cui Israele prova a trasformare in obiettivo negoziale ciò che finora ha cercato di ottenere con la forza, cioè un Libano in cui la questione delle armi di Hezbollah venga affrontata dallo stesso Stato libanese. Le due letture non si escludono. Anzi, probabilmente convivono.
Che cosa può davvero nascere da questi colloqui
L’ostacolo principale, tuttavia, è politico prima ancora che militare. Netanyahu parla di “relazioni pacifiche”; il governo libanese, invece, ha finora mostrato estrema cautela persino sull’uso del lessico. Per Beirut, aprire un canale diretto su sicurezza, confine e cessazione delle ostilità può essere accettabile; trasformarlo in un percorso di normalizzazione è un’altra storia. Lo stesso Nawaf Salam ha esplicitamente respinto l’idea di una normalizzazione con Israele come sbocco automatico, anche mentre difendeva il principio del controllo statale sulle armi. Questa distanza lessicale rivela una distanza politica molto più profonda: le parti possono forse negoziare una riduzione del conflitto, ma non è affatto detto che siano pronte a ridefinire il loro rapporto in termini diplomatici pieni.
Per i lettori europei, e italiani in particolare, c’è un aspetto ulteriore da non sottovalutare. Sul dossier libanese si incrociano almeno quattro livelli: la sicurezza del confine settentrionale israeliano, la competizione regionale con l’Iran, la sopravvivenza dello Stato libanese e il ruolo di mediazione di attori esterni come Stati Uniti, Francia e ONU. Se uno di questi piani salta, salta l’intero edificio. Ecco perché l’annuncio di Netanyahu non è una notizia locale né un semplice sviluppo tattico: è il segnale che il fronte libanese sta diventando uno dei laboratori principali del nuovo assetto mediorientale, dove la domanda decisiva non è soltanto se Hezbollah possa essere disarmato, ma a quali condizioni il Libano possa tornare a essere governato dallo Stato e non dagli equilibri armati.
La vera posta in gioco
In fondo, la notizia sta meno nella formula dei “negoziati diretti” che nella frattura che essa rende visibile. Per anni il Libano ha convissuto con una sovranità dimezzata, con istituzioni indebolite e con la presenza di un attore armato più forte, in molte aree, dello Stato stesso. Oggi Israele prova a fare di questa anomalia il perno di una possibile intesa; una parte della leadership libanese prova a farne il terreno di una ricostruzione nazionale; Hezbollah vi legge invece il tentativo di smantellare, sotto pressione militare, la propria funzione storica. In mezzo ci sono i civili, le città colpite, il sud del Libano svuotato e una regione che ha imparato a diffidare persino delle tregue. Per questo l’annuncio di Netanyahu merita attenzione, ma non semplificazioni: può aprire uno spazio politico nuovo, oppure diventare l’ennesimo tavolo che nasce già ferito dalla guerra in corso. La differenza la faranno tre fattori: la capacità di Beirut di parlare con una voce sola, la volontà di Israele di accompagnare le richieste sul disarmo con passi concreti sul cessate il fuoco, e la disponibilità della comunità internazionale a garantire che il principio di sovranità non resti, ancora una volta, solo una formula diplomatica.