IL GIALLO
Campobasso, il caso cambia volto: lascia il legale di Gianni Di Vita mentre l’inchiesta sul veleno entra nella sua fase più delicata
Non è più la storia di una sospetta intossicazione di Natale: ora è diventata un’indagine per duplice omicidio premeditato.
A distanza di mesi, gli investigatori stanno ancora tornando a tavola. Non in senso figurato, ma letterale. Ai piatti serviti tra il 23 e il 24 dicembre 2025, alle presenze in casa, a chi c’era e a chi no, a ciò che è stato mangiato, preparato, spostato, buttato. È lì, in quella sequenza domestica che precede il crollo improvviso di una famiglia di Pietracatella, che oggi la squadra mobile, la Procura di Larino e i consulenti chiamati a sciogliere il nodo tossicologico stanno cercando il punto esatto in cui la cronaca è uscita dalla normalità ed è diventata un’indagine per duplice omicidio premeditato.
La svolta più recente, sul piano giudiziario e difensivo, riguarda Gianni Di Vita, 55 anni, padre di Sara Di Vita e marito di Antonella Di Ielsi, le due vittime morte all’ospedale Cardarelli di Campobasso tra il 27 e il 28 dicembre 2025. L’avvocato Arturo Messere ha lasciato l’incarico, spiegando di aver compiuto questa scelta per “motivi contingenti”. Al suo posto subentra l’avvocato Vittorino Facciolla, consigliere regionale del Partito Democratico in Molise. È un passaggio che pesa, perché arriva nel momento in cui l’inchiesta si sta ridefinendo con maggiore nettezza: non più una generica pista da tossinfezione, ma un fascicolo aperto contro ignoti per duplice omicidio premeditato.
Dall’ipotesi di intossicazione alla pista dell’avvelenamento
Per settimane il caso era stato raccontato come una tragedia sanitaria dai contorni opachi. Poi gli esami hanno imposto una correzione radicale della traiettoria investigativa. Secondo gli elementi emersi, nel sangue delle due vittime sono state individuate tracce di ricina, sostanza ad altissima tossicità ricavabile dai semi della pianta di ricino; una traccia sarebbe stata riscontrata anche in un capello di Antonella Di Ielsi. A far virare l’inchiesta è stato il lavoro del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, il cui contributo tecnico ha indotto gli inquirenti a considerare l’ipotesi dell’avvelenamento come la più consistente tra quelle oggi sul tavolo.
Sul piano strettamente scientifico, la ricina è una tossina nota per la sua estrema pericolosità: i Centers for Disease Control and Prevention la classificano tra le sostanze capaci di provocare effetti gravissimi se ingerite, inalate o iniettate, e precisano che non esiste un antidoto specifico, mentre il trattamento è soprattutto di supporto clinico. È un dato utile per capire quanto questa inchiesta si muova su un terreno complesso: l’identificazione della sostanza non equivale, da sola, alla ricostruzione del veicolo, del momento di esposizione e dell’eventuale mano che l’ha somministrata. Ed è proprio su questa catena causale che oggi si gioca la partita investigativa.
Un solo fascicolo, una sola regia investigativa
Uno dei passaggi più significativi delle ultime settimane è il riordino formale dell’inchiesta. Esiste ora un unico fascicolo in mano alla Procura di Larino. È lì che è confluita anche la precedente indagine per omicidio colposo aperta a Campobasso, nella quale risultavano iscritti 5 medici del Cardarelli. Il trasferimento dipende da una questione di competenza territoriale, ma non è solo un fatto tecnico: significa che, per la magistratura, il reato più grave ipotizzato sarebbe avvenuto prima del ricovero ospedaliero e in un luogo diverso dall’ospedale, cioè a Pietracatella, dove la famiglia viveva.
Questo assetto rende più leggibile anche il baricentro delle indagini. Se all’inizio l’attenzione era concentrata sulla gestione clinica dell’emergenza e sui tempi della diagnosi, adesso la domanda centrale è un’altra: come e quando la tossina sarebbe arrivata all’interno del circuito alimentare o comunque nell’organismo delle due vittime. La nuova cornice giudiziaria non certifica colpevoli, ma segna con chiarezza la direzione del lavoro investigativo: ricostruire un possibile atto deliberato, non più soltanto una catena di omissioni o errori sanitari.
Gli interrogatori ripartono dai giorni di Natale
In queste ore il lavoro degli investigatori si sta concentrando sulle persone che ebbero contatti stretti con la famiglia nei giorni immediatamente precedenti al malore. Sono ripresi gli interrogatori in Questura e che tra gli ascoltati ci sono lo stesso Gianni Di Vita, la figlia maggiore Alice e una cugina che oggi ospiterebbe padre e figlia dopo le dimissioni. Gli auditi sarebbero già circa 30, sentiti per ricostruire in maniera il più possibile minuziosa la cronologia dei pasti, delle visite e degli spostamenti tra il 23, il 24 e il 25 dicembre.
Gli inquirenti avrebbero acceso un faro speciale sul 23 dicembre, serata in cui, secondo la ricostruzione giornalistica fin qui emersa, in casa ci sarebbero stati Gianni Di Vita, Antonella Di Ielsi e la figlia minore Sara, mentre Alice era fuori. Anche la cena della Vigilia, alla quale avrebbero partecipato circa 15 persone, resta un punto cruciale. Non si tratta di dettagli secondari: in un caso di sospetto avvelenamento, la selezione degli esposti, dei presenti, dei sintomi comparsi e dei soggetti rimasti indenni può contribuire a delimitare con maggiore precisione il momento dell’esposizione.
Il nodo dei sintomi e la posizione del padre
Un altro dato che orienta il ragionamento investigativo riguarda la distribuzione dei sintomi all’interno della famiglia. Alice, che secondo le ricostruzioni non avrebbe partecipato a uno dei pasti chiave, è indicata come l’unica a non aver accusato malori nei giorni successivi. Gianni Di Vita, invece, fu ricoverato prima a Campobasso e poi trasferito allo Spallanzani di Roma, ma nelle analisi effettuate sul suo sangue non sarebbero state rilevate tracce di ricina. Proprio per questo i campioni dovrebbero essere riesaminati. È un elemento da maneggiare con cautela: non basta, da solo, a spiegare il quadro, ma complica ulteriormente la ricostruzione rendendo sempre più difficile capire quando il veleno sia entrato nella storia clinica delle due vittime.