il conflitto
La diplomazia dei corridoi: come Usa e Iran "trattano" a Islamabad senza mai parlarsi né guardarsi
All'Hotel Serena a 5 stelle della capitale pakistana va in scena il cruciale vertice indiretto. Nessuna stretta di mano, ma un piano in 15 punti per disinnescare l'escalation in Medio Oriente
Nel cuore blindatissimo di Islamabad si consuma una partita di scacchi decisiva per gli equilibri mediorientali, giocata senza che i due protagonisti si incrocino mai. All’Islamabad Serena Hotel, una struttura a cinque stelle, trasformato per l’occasione in una cittadella inaccessibile all’interno della Red Zone, le delegazioni di Stati Uniti e Iran eviteranno qualsiasi tavolo comune, affidandosi a una calibrata diplomazia del corridoio. A fare da tramite saranno i mediatori pakistani, incaricati di recapitare messaggi, chiarimenti e possibili aperture da una stanza all’altra.
Questa regia risponde all'esigenza di trattare senza pagare il costo politico di un vertice diretto e troppo visibile, replicando lo schema già sperimentato con i negoziati indiretti in Oman tra la presidenza iraniana di Pezeshkian e gli inviati americani nel 2025.
Il Pakistan, che si è ritagliato un ruolo di mediazione dopo settimane di intenso lavoro dietro le quinte, punta a un traguardo tanto modesto quanto essenziale. L’obiettivo è consolidare l’attuale tregua tattica e trasformarla in una piattaforma di dialogo strutturata e duratura.
A testimonianza della portata e della riservatezza dell’iniziativa, le autorità hanno proclamato festività straordinarie. Il fine immediato non è un accordo di pace definitivo, bensì la definizione di un’agenda condivisa.
Già nelle scorse settimane, attraverso il canale di Islamabad, una proposta statunitense in 15 punti è stata recapitata a Teheran. La posta in gioco è altissima e intreccia sicurezza marittima, de-escalation militare e la cruciale riapertura dello Stretto di Hormuz. La Casa Bianca, in una nota dell’8 aprile 2026, ha confermato che l’Iran ha accettato un cessate il fuoco e che l’amministrazione del presidente Donald Trump si prepara alla “fase successiva” di un’intesa più ampia.
Sullo sfondo rimane, come minaccioso “convitato di pietra”, il dossier sul programma nucleare iraniano: l’AIEA continua a spingere per la piena ripresa delle ispezioni su oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%. Oggi, tuttavia, la questione nucleare è solo una componente di un mosaico che comprende sanzioni, deterrenza, sicurezza delle rotte energetiche e l’influenza delle milizie filo-iraniane.
Perché il delicato testimone della mediazione è passato a Islamabad? La risposta sta in una convergenza di urgenze geografiche, politiche ed economiche. Il Pakistan mantiene relazioni pragmatiche con entrambe le parti, ma interviene anzitutto per tutelare il proprio interesse nazionale. Un’escalation prolungata nel Golfo esporrebbe il Paese a shock energetici devastanti per i conti pubblici e metterebbe in pericolo le rimesse di milioni di lavoratori pakistani, pilastro vitale dell’economia.