la trattativa
Né le bombe, né il nucleare: lo Stretto di Hormuz è il vero nodo dei colloqui tra Usa e Iran
Stretto di Hormuz: 29 miglia che convogliano un quarto del petrolio marittimo e il 20% del GNL; a Islamabad negoziati tra Stati Uniti e Iran dopo una tregua precaria
Stretto di Hormuz si restringe a 29 miglia nautiche: una lingua d’acqua tra Iran e Penisola Arabica che tiene con il fiato sospeso l’intero pianeta. Da questo corridoio marittimo dipendono equilibri geopolitici ed economia globale: nel 2025 vi sono passati quasi 20 milioni di barili al giorno tra greggio e derivati, pari a circa un quarto del commercio marittimo mondiale, oltre al 20% dei flussi globali di gas naturale liquefatto.
È in questo contesto ad altissima tensione che si aprono a Islamabad, in Pakistan, i colloqui decisivi tra Stati Uniti e Iran.
La diplomazia approda nella capitale pakistana non per effetto di un disgelo, ma di un “congelamento precario”: una tregua di due settimane, ottenuta grazie alla mediazione di Islamabad, ha congelato temporaneamente l’escalation militare voluta da Donald Trump.
Le posizioni, tuttavia, restano inconciliabili. Washington esige la riapertura “completa, immediata e sicura” del passaggio, respingendo ogni ipotesi di “pedaggio” o di controllo coercitivo. Teheran, al contrario, punta a un transito regolato sotto il coordinamento delle proprie forze armate, cercando di subordinare l’accesso a un diritto di riscossione ritenuto incompatibile con le regole del commercio internazionale.
A capo della delegazione statunitense c’è il vicepresidente JD Vance, affiancato da Jared Kushner e Steve Witkoff. La scelta di Vance, conservatore scettico verso gli interventi militari prolungati, vuole coniugare fermezza e apertura al negoziato. Il suo monito a Teheran è stato netto: non devono “giocare” con gli Stati Uniti né utilizzare il tavolo per guadagnare tempo.
La posta in palio è enorme. Le vie alternative per aggirare Hormuz, come gli oleodotti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi, possono convogliare tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno: una capacità insufficiente a compensare il traffico che oggi attraversa il collo di bottiglia.
Una chiusura, o anche solo un flusso intermittente, colpirebbe duramente l’Asia — soprattutto Cina, India, Giappone e Corea del Sud — innescando un effetto domino su costi industriali e catene di fornitura.
Lo stesso Pakistan, attore chiave della mediazione, dipende da questo varco per quasi due terzi delle proprie importazioni di GNL. I mercati attendono segnali di sostanza, non slogan. Se il negoziato dovesse fallire, il ritorno alla forza appare l’esito più probabile di una tregua malriuscita.
Hormuz ricorda al mondo una verità scomoda: la stabilità globale può dipendere da un passaggio di mare sorprendentemente esiguo.cent