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il vertice

"Riapriremo presto Hormuz e non ci sarà alcun pedaggio", la promessa di Trump alla vigilia dei colloqui con l'Iran in Pakistan

Il presidente Usa è stato chiaro anche se ha usato toni non esattamente distensivi. Vance a Islamabad per cercare la pace dopo la fragilissima tregua

10 Aprile 2026, 23:48

23:50

"Riapriremo presto Hormuz e non ci sarà alcun pedaggio",  la promessa di Trump alla vigilia dei colloqui con l'Iran in Pakistan

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Donald Trump ha annunciato che lo Stretto di Hormuz sarà riaperto “abbastanza presto”, parlando con i giornalisti prima di partire per la Virginia dalla Joint Base Andrews. “Non permetterò” che l’Iran “faccia pagare un pedaggio sullo Stretto di Hormuz”, ha aggiunto, formulando anche gli auguri di “buona fortuna” a J.D. Vance per i colloqui previsti domani in Pakistan. “Vedremo quello che succederà” con gli incontri a Islamabad, ha proseguito il presidente degli Stati Uniti. “Sono stati sconfitti militarmente e ora riapriremo” lo Stretto di Hormuz “presto, con o senza di loro”.

Prima di salire a bordo dell’Air Force One, Trump ha sottolineato che “c’è una buona squadra al lavoro con J.D. e che si incontreranno domani” con la delegazione iraniana. “Vedremo come andrà a finire”. Secondo quanto riferito, i negoziatori statunitensi diretti in Pakistan, tra cui il vicepresidente degli Usa J.D. Vance, sono focalizzati soprattutto sull’obiettivo di impedire a Teheran di dotarsi di un’arma nucleare. “Penso che si risolverà piuttosto rapidamente. E se non sarà così, riusciremo a concludere la questione in un modo o nell’altro”, ha dichiarato Trump a proposito degli sforzi per garantire il libero transito nello Stretto di Hormuz, che l’Iran ha di fatto bloccato.

Parlando alla base militare nei pressi di Washington prima della visita in Virginia, il presidente ha precisato che la sua priorità in un eventuale accordo con Teheran è limitare le capacità atomiche del Paese. “Niente armi nucleari. Questo è il 99% della questione”, ha spiegato. Alla domanda se l’intesa comprenderà anche lo Stretto, ha risposto affermativamente: “Sì, ma si riaprirà automaticamente”, ribadendo la previsione di una normalizzazione “abbastanza presto”.

Intanto la capitale pakistana è divenuta il palcoscenico inatteso in cui Stati Uniti e Iran cercano di contenere un conflitto pronto a deflagrare su scala regionale.

La tregua d’emergenza, annunciata tra il 7 e l’8 aprile 2026, si è rivelata fin da subito estremamente fragile, insidiata da ripetute violazioni e dal fuoco incrociato tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano.

La gravità della partita è attestata dalle mosse di Washington: la Casa Bianca ha inviato al tavolo il vicepresidente JD Vance, affiancato da figure di peso come Jared Kushner e l’inviato Steve Witkoff.

La missione di Vance reca un duplice segnale: rassicurare gli alleati sull’impegno per una soluzione politica e, al contempo, avvertire Teheran che il boccino resta saldamente nelle mani di Donald Trump.

Il presidente americano, con la consueta brutalità retorica, non contribuisce ad abbassare la tensione. Trump ha minacciato ritorsioni “immediate” e “letali” in caso di fallimento dei colloqui, precisando che truppe, aerei e unità navali rimarranno schierati “in e intorno all’Iran” come monito armato.

Si è spinto persino a ipotizzare la distruzione di infrastrutture civiliponti e centrali elettriche — un’opzione che esperti di diritto umanitario giudicano potenzialmente incompatibile con il diritto internazionale.

Per Washington la diplomazia è accettabile solo se produce risultati rapidi e misurabili; in caso contrario, cede subito il passo alla forza.

Dall’altra parte del tavolo, Teheran si presenta con condizioni volte a preservare il proprio peso geopolitico e a evitare l’immagine di una resa.

La leadership iraniana pretende esiti concreti prima di avallare intese definitive: lo sblocco immediato dei beni finanziari congelati all’estero e l’imposizione di un cessate il fuoco effettivo in Libano.

Su questo punto si gioca gran parte della credibilità del negoziato: per l’Iran, accettare una tregua mentre i propri alleati sono sotto attacco equivarrebbe a cadere in una trappola.

A complicare ulteriormente il quadro è un piano in dieci punti che Trump considera una base “praticabile”.

Tuttavia, la versione in lingua persiana includerebbe una clausola sull’arricchimento dell’uranio, ipotesi categoricamente smentita e respinta dalla Casa Bianca.

Mentre la politica indugia, il panico domina i mercati globali. Lo Stretto di Hormuz, snodo attraverso cui transita storicamente il 20 per cento del petrolio mondiale, è pressoché paralizzato.

Nonostante il cessate il fuoco formale, soltanto 14 navi hanno osato attraversarlo dall’annuncio della tregua.

Gli armatori sanno che basterebbe un incidente in Libano o una dichiarazione ostile per far saltare l’intera architettura negoziale, e i prezzi del greggio oscillano riflettendo un clima di profonda sfiducia.

Proprio il Libano si conferma il detonatore principale della crisi. Il governo di Beirut preme per essere incluso nei colloqui, nel tentativo di riaffermare la propria sovranità statale rispetto allo strapotere di Hezbollah.

Se il fronte libanese cedesse, l’intero, già precario, tavolo pakistano crollerebbe.

In questo complesso scacchiere, l’unico vincitore geopolitico provvisorio è il Pakistan del premier Shehbaz Sharif.

In veste di mediatore inedito, capace di parlare con Washington, i Paesi del Golfo e Teheran, Islamabad tenta un investimento strategico di enorme portata.

Con il miraggio di una “pace durevole”, il Pakistan prova a domare un Medio Oriente giunto a un bivio: la faticosa de-escalation o la caduta libera verso una nuova guerra.