la trattativa
Islamabad, il tavolo più fragile del mondo: il vicepresidente Vance in Pakistan per il confronto con l’Iran
Nella capitale pakistana si gioca una partita diplomatica che va oltre il cessate il fuoco: in pista ci sono la tenuta della tregua, il dossier nucleare e il ruolo di un Pakistan tornato al centro della scena internazionale
Da una parte l’aereo che porta a Islamabad il vicepresidente americano JD Vance; dall’altra la delegazione iraniana guidata, secondo le ricostruzioni confermate da più fonti internazionali, dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf e accompagnata, tra gli altri, dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. In mezzo, il Pakistan, che tenta di fare ciò che finora nessun altro è riuscito a consolidare: trasformare una tregua precaria in un negoziato vero.
L’elemento più immediato, e politicamente più pesante, è il livello della delegazione statunitense. Vance è atterrato stamattina alla guida di una squadra che comprende l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump. La scelta di spedire il vicepresidente, e non soltanto emissari tecnici, segnala che Washington considera questi colloqui un passaggio decisivo, non una semplice consultazione preliminare. Associated Press parla del contatto più alto tra funzionari statunitensi e iraniani dall’inizio della guerra, mentre il quotidiano statunitense online Axios sottolinea come per Vance questa missione rappresenti il banco di prova più impegnativo della sua carriera politica e diplomatica.
Perché Islamabad conta adesso
I colloqui arrivano pochi giorni dopo l’intesa su un cessate il fuoco di due settimane mediato dal Pakistan e annunciato tra il 7 e l’8 aprile 2026. Quel congelamento delle ostilità, però, non equivale a una pace: è un’interruzione temporanea, costruita per evitare un’ulteriore escalation e creare uno spazio minimo di trattativa. Il premier pakistano Shehbaz Sharif ha invitato formalmente le due parti a proseguire il confronto a Islamabad, e da fonti governative pakistane risulta che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian abbia confermato la disponibilità di Teheran a partecipare.
Il ruolo pakistano non nasce dal nulla. Da settimane Islamabad lavora su una fitta rete di contatti regionali e internazionali: telefonate ai leader del Golfo, coordinamento con la Cina, interlocuzione con capitali europee e con Washington. Secondo le comunicazioni ufficiali del governo pakistano, Sharif, il ministro degli Esteri Ishaq Dar e il capo delle forze armate Asim Munir hanno moltiplicato gli sforzi diplomatici per costruire un ambiente negoziale credibile. In questo senso, il Pakistan non si presenta solo come Paese ospitante, ma come mediatore che prova a capitalizzare una rara finestra di influenza regionale.
La delegazione americana: il segnale di Trump
La composizione della squadra americana merita attenzione. Steve Witkoff e Jared Kushner avevano già preso parte a precedenti round indiretti con interlocutori iraniani sul nucleare, sui missili balistici e sul sostegno di Teheran alle milizie alleate nella regione. La loro presenza indica una linea di continuità. L’aggiunta di JD Vance, però, cambia il quadro: la Casa Bianca alza il profilo politico dei colloqui e insieme tenta di aggirare il logoramento accumulato nei precedenti contatti. Axios riferisce che tra iraniani e alcuni negoziatori americani si era creato un forte deficit di fiducia; da qui anche la scelta di mettere in campo il vicepresidente, percepito come figura più vicina al presidente e, almeno in parte, meno compromessa dai round falliti delle settimane passate. Si tratta di una lettura giornalistica, non di una posizione ufficiale, ma aiuta a capire perché questo viaggio sia considerato così delicato.
Poco prima di partire, Vance ha adottato un tono insieme conciliante e duro: disponibilità a negoziare, ma nessuna intenzione di accettare tattiche dilatorie. È il linguaggio tipico di una diplomazia coercitiva, che tiene insieme l’apertura del tavolo e il messaggio di deterrenza. Dietro la formula c’è il vero nodo americano: ottenere dall’Iran garanzie concrete sul contenimento del programma nucleare e missilistico, e più in generale su una riduzione delle capacità destabilizzanti di Teheran nella regione.
La delegazione iraniana e le condizioni di Teheran
Sul versante iraniano, le ultime ore hanno mostrato quanto il negoziato resti scivoloso. Le informazioni circolate venerdì 10 aprile sono state a tratti contraddittorie, con smentite provenienti da ambienti mediatici iraniani e conferme successive da fonti internazionali e pakistane sull’arrivo della delegazione. Alla fine, il quadro più solido è quello ricostruito da AP e da altre testate internazionali: la delegazione iraniana è giunta a Islamabad tra la tarda serata di venerdì e la mattina di sabato, guidata da Qalibaf e con la presenza di Araghchi, del segretario del Consiglio supremo di difesa nazionale Ali Akbar Ahmadian, del governatore della banca centrale Abdolnasser Hemmati e di alcuni parlamentari. Proprio questa composizione suggerisce che sul tavolo non ci siano solo sicurezza e tregua, ma anche sanzioni, fondi bloccati e margini economico-finanziari di un eventuale accordo.
Teheran, inoltre, non arriva senza condizioni. Qalibaf ha indicato due richieste preliminari: un cessate il fuoco anche sul fronte libanese, dove restano tensioni con Hezbollah, e il rilascio di asset iraniani congelati. Non è chiaro fin dove queste richieste siano poste come precondizioni assolute o come leva negoziale iniziale; ma è chiaro che l’Iran vuole evitare di sedersi al tavolo nella posizione di chi deve soltanto ratificare condizioni altrui. È un punto cruciale: se il cessate il fuoco regge sul piano formale ma non produce misure di fiducia reciproca, il summit rischia di trasformarsi in una fotografia senza seguito.
Un negoziato che nasce già sotto pressione
Le probabilità di una svolta immediata restano limitate. Diverse analisi raccolte in queste ore convergono su un punto: l’obiettivo più realistico non è un accordo finale in 24 ore, ma un’intesa per proseguire il dialogo, tenere in piedi la tregua e definire un’agenda più strutturata. Al Jazeera, citando fonti vicine alla mediazione, osserva che il successo minimo per il Pakistan sarebbe proprio questo: far sedere americani e iraniani allo stesso tavolo e ottenere un impegno a continuare. In diplomazia, soprattutto quando la sfiducia è estrema, anche il solo passaggio dal contatto episodico a un formato negoziale stabile può essere un risultato sostanziale.
Ma la cornice resta pesantissima. I colloqui si tengono a circa sei settimane dall’inizio della guerra scoppiata il 28 febbraio 2026, un conflitto che ha allargato l’area della crisi, colpito infrastrutture e riaperto il dossier della sicurezza del Golfo e dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per l’energia globale. Nelle comunicazioni ufficiali pakistane si fa riferimento a oltre 1.900 vittime iraniane già alla fine di marzo. Anche se i numeri di guerra vanno sempre trattati con cautela e verificati costantemente, l’impatto umano e geopolitico del conflitto spiega perché il vertice di Islamabad venga osservato ben oltre la regione.
Il Pakistan tra ambizione diplomatica e rischio calcolato
Per Islamabad, ospitare questo confronto è anche un test di statura strategica. Il governo pakistano ha presentato i colloqui come un momento di prestigio nazionale, ma il calcolo è più raffinato. Se il processo reggesse, il Pakistan potrebbe accreditarsi come snodo indispensabile tra Washington, Teheran, il mondo arabo e la Cina. Se fallisse rapidamente, resterebbe comunque il dato di aver aperto un canale che altri non erano riusciti ad aprire nelle stesse condizioni. Il prezzo, naturalmente, è l’esposizione: quando si ospita una trattativa così fragile, si ereditano anche parte delle sue possibili fratture.
Anche la macchina organizzativa dice molto. Le autorità pakistane hanno blindato la zona istituzionale della capitale, predisposto facilitazioni logistiche e perfino misure specifiche sui visti per delegati e giornalisti legati ai colloqui. Sono dettagli che contano: mostrano che Islamabad non considera l’evento un incontro di routine, ma una conferenza ad alto rischio politico e di sicurezza, nella quale la gestione della forma è già parte della sostanza.
Che cosa c’è davvero sul tavolo
Il dossier non si esaurisce nella formula “pace o guerra”. In realtà, i livelli sono almeno tre. Il primo è il più urgente: consolidare la tregua temporanea e impedire che incidenti periferici o fronti collegati, come il Libano, facciano saltare il tavolo. Il secondo riguarda il cuore del contenzioso strategico: programma nucleare, missili, capacità militari e rete regionale di alleanze armate dell’Iran. Il terzo è finanziario ed economico: fondi iraniani bloccati, alleggerimento delle restrizioni, possibili meccanismi di verifica e incentivi. La presenza del governatore della banca centrale iraniana nella delegazione non garantisce progressi su questo fronte, ma suggerisce che Teheran non intende limitare la discussione a un cessate il fuoco astratto.
Nello stesso tempo, Washington sembra voler evitare l’impressione di una trattativa aperta senza leva. Da qui il doppio registro dell’amministrazione Trump: negoziato, sì, ma dentro una cornice di pressione militare e politica che non viene affatto smantellata. Questo equilibrio è uno dei fattori che rendono il summit tanto importante quanto instabile: ciascuna parte deve convincere l’altra della propria serietà, senza apparire debole davanti al proprio pubblico interno e ai propri alleati.