English Version Translated by Ai
11 aprile 2026 - Aggiornato alle 19:57
×

Il caso

Avvelenate, indagini serrate per morte di Antonella e Sara fra interrogatori, tracce di ricina, rilievi autoptici non univoci e un’attesa che pesa come un macigno

Tanti parenti e conoscenti interrogati in questura in questi giorni per cercare di venire a capo di questa intricata vicenda

11 Aprile 2026, 17:43

17:50

Pietracatella, il veleno e i vuoti che restano: cosa dicono davvero autopsia e tossicologia sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita

Non è solo un giallo di provincia: tra tracce di ricina, rilievi autoptici non univoci e un’attesa che pesa come un macigno, il caso di madre e figlia morte dopo Natale si muove su un crinale sottile dove ogni dettaglio può cambiare la storia

Seguici su

Non si fermano nemmeno nel fine settimana gli interrogatori della Squadra Mobile di Campobasso guidata da Marco Graziano nell'ambito dell'inchiesta sulle morti a Pietracatella di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia. Anche oggi in questura vengono sentiti parenti e conoscenti delle due donne decedute dopo Natale per un sospetto avvelenamento. Complessivamente in una settimana gli investigatori hanno sentito una trentina di persone, compresi il marito e l'altra figlia della Di Ielsi.

Non è chiaro quanto gli investigatori possano essere vicini alla soluzione del caso. La domanda su chi abbia potuto avvelenare con la ricina, Antonella e Sara fino a volerne la morte, è ancora senza risposta. Ieri, come un fulmine a ciel sereno, la rinuncia al mandato dell'avvocato di Gianni Di Vita, Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, sentito a lungo qualche giorno fa dagli inquirenti insieme all'altra figlia Alice.

Il punto più inquietante, in questa vicenda, resta soltanto uno: chi voleva la morte di queste due donne? A Pietracatella, comune molisano di poco più di 1.200 abitanti, Antonella Di Ielsi, 50 anni e sua figlia Sara Di Vita, 15 anni, si sentono male dopo le feste di Natale: entrano ed escono dall’ospedale Cardarelli di Campobasso e poi muoiono. Per qualche mese il caso sembra appartenere al repertorio tragico delle presunte tossinfezioni alimentari. Poi il quadro si ribalta: nelle analisi emergono tracce compatibili con la ricina, una delle tossine vegetali più temute, e la Procura di Larino apre un fascicolo per duplice omicidio premeditato contro ignoti. Ma proprio mentre l’ipotesi accusatoria prende corpo, la medicina legale restituisce un’immagine meno lineare di quanto si potesse pensare. Ed è qui che il caso smette di essere soltanto una cronaca nera e diventa un’indagine nella zona più fragile della verità: quella in cui un indizio forte non coincide ancora con una prova definitiva.

Una prima svolta è arrivata a fine marzo, quando da Pavia, dal Centro nazionale antiveleni diretto da Carlo Locatelli, è stata anticipata agli inquirenti la presenza di tracce di ricina nel sangue delle due vittime. Da quel momento l’indagine ha cambiato natura, lessico e obiettivi.

La cronologia che ancora orienta le indagini

La sequenza temporale resta decisiva. La sera del 23 dicembre 2025, in casa, secondo le ricostruzioni giornalistiche e investigative, sarebbero stati presenti Antonella, Sara e il marito-padre Gianni Di Vita, mentre la figlia maggiore Alice era fuori con amici. Il 24 dicembre la famiglia avrebbe poi partecipato a momenti conviviali con i parenti. I primi disturbi seri compaiono dal mattino di Natale: febbre, nausea, vomito, dolori addominali, sintomi gastrointestinali intensi. Nel giro di meno di 48 ore la situazione precipita per madre e figlia. Anche Gianni Di Vita avrebbe riferito malori, ma la sua posizione clinica e processuale resta distinta e, fin qui, molto meno definita.

Intanto la casa di Pietracatella è stata posta sotto sequestro e gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, hanno ascoltato parenti, amici e familiari stretti. La linea dell’inchiesta, almeno per ora, resta formalmente contro ignoti. È un dettaglio giuridico non secondario: significa che il caso è aperto, ma che il quadro probatorio non è ancora ritenuto sufficiente per attribuire ufficialmente responsabilità individuali.

Il nodo dell’autopsia: necrosi parziale, non totale

Ed è proprio qui che entra in scena il dato più delicato. Secondo quanto riportato da Il Messaggero e rilanciato nel dibattito sul caso, i primi rilievi autoptici avrebbero evidenziato una necrosi parziale dei tessuti delle vittime, non un quadro pienamente dirimente. La la ricina è una tossina che agisce bloccando la sintesi proteica all’interno delle cellule e può provocare un danno tissutale grave, ma la manifestazione concreta dipende da quantità, via di esposizione, tempi e risposta individuale dell’organismo. Per questo gli esami post mortem possono offrire segnali compatibili, ma non sempre una “firma” univoca e immediata.

Nel dibattito pubblico sono emerse anche perplessità sull’assenza, o comunque sulla non piena evidenza, di una necrosi estesa degli organi. La criminologa Roberta Bruzzone ha parlato di elemento anomalo, invitando a non trasformare in certezza ciò che è ancora oggetto di verifica tecnico-scientifica. È una cautela che, al netto delle opinioni televisive, coincide con un dato metodologico corretto: in casi di sospetto avvelenamento complesso, il quadro anatomo-patologico da solo raramente basta. Servono incastri tra istologia, tossicologia, clinica e cronologia dei sintomi.

Secondo alcune fonti mediche richiamate nell’articolo di partenza, i danni osservati potrebbero persino ricordare gli esiti di una pancreatite violenta, e dunque non sovrapporsi in maniera meccanica all’immagine più attesa dell’azione della ricina. È un passaggio da maneggiare con grande prudenza. Non significa che l’ipotesi del veleno venga meno; significa, più rigorosamente, che la lettura del danno tissutale non sarebbe ancora autosufficiente e che alcune lesioni potrebbero avere una somiglianza morfologica con altri quadri acuti severi. In medicina legale, questa distinzione pesa enormemente: un reperto compatibile non equivale, da solo, a una diagnosi definitiva.

Perché gli esami tossicologici di Pavia sono il vero spartiacque

In casi del genere, la tossicologia serve a rispondere ad almeno tre domande fondamentali: se la sostanza rilevata sia effettivamente ricina o un marcatore affidabile della sua presenza; in quale quantità o con quale compatibilità temporale rispetto all’insorgenza dei sintomi; e se vi siano differenze significative tra i campioni biologici delle vittime e quelli di altre persone presenti nei giorni cruciali. È per questo che gli inquirenti hanno chiesto approfondimenti anche sul sangue di Gianni Di Vita: stabilire se abbia assunto o meno la stessa sostanza, e in quale misura, potrebbe orientare in modo decisivo la ricostruzione della scena e del bersaglio dell’eventuale avvelenamento.

Va ricordato, inoltre, che la diagnosi di avvelenamento da ricina non è semplice. La letteratura medica e le schede di emergenza del CDC spiegano che il decorso clinico può evolvere in un arco di 4-36 ore, con sintomi che, in caso di ingestione, comprendono soprattutto nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, disidratazione, shock e insufficienza multiorgano nei casi più gravi. Non esiste un antidoto specifico universalmente disponibile: il trattamento è per lo più di supporto, basato su stabilizzazione emodinamica, reintegro dei liquidi, correzione degli squilibri e supporto intensivo. Tutto questo aiuta a capire due cose: quanto sia insidiosa la tossina, ma anche quanto possa essere difficile identificarla subito in un quadro che, all’inizio, può somigliare a una severa sindrome gastroenterica.

Il racconto dei medici e il sospetto che qualcosa non tornasse

In questo senso assumono rilievo anche le parole del dottor Vincenzo Cuzzone, direttore della Rianimazione del Cardarelli di Campobasso, intervenuto nei giorni scorsi per spiegare che già nelle prime fasi cliniche c’erano aspetti poco convincenti rispetto alla semplice tossinfezione alimentare. Il medico ha parlato, in sostanza, di una risposta non attesa ai tentativi rianimatori e della percezione che il quadro non fosse lineare. Non è una prova, ma è una testimonianza clinica che contribuisce a descrivere l’anomalia del decorso.

La stessa evoluzione dell’inchiesta conferma quanto fosse fragile la prima ipotesi. A dicembre erano stati sequestrati alimenti e disposti accertamenti anche nell’ottica di una presunta malasanità o di un errore diagnostico. Oggi quel capitolo non è del tutto cancellato, ma è stato superato da un sospetto molto più grave: che l’origine della morte non fosse casuale né alimentare, bensì intenzionale. È un passaggio cruciale perché modifica non solo la qualificazione penale, ma il modo in cui vengono letti retrospettivamente i sintomi, i tempi e le presenze in casa.

La ricina, tossina rara e difficile da collocare

C’è poi un altro aspetto che rende il caso particolarmente complesso: la ricina non è una sostanza da contesto ordinario. È una proteina tossica ricavabile dai semi del ricino e considerata un agente di notevole pericolosità. Le fonti sanitarie internazionali la descrivono come capace di provocare danni severi per ingestione, inalazione o inoculazione, con manifestazioni differenti a seconda della via di esposizione. Proprio perché la sua individuazione richiede competenze specialistiche e laboratori di riferimento, l’intervento di un centro come quello di Pavia non è un dettaglio accessorio: è il cuore tecnico dell’indagine.

Questo spiega anche perché gli investigatori stiano lavorando su più piani: ricostruzione dei pasti, interrogatori, nuovo sopralluogo, eventuali verifiche informatiche e approfondimenti su come una sostanza del genere possa essere stata reperita. ANSA ha riferito che gli accertamenti si starebbero spingendo anche verso eventuali ricerche online e canali anomali di approvvigionamento, compreso il dark web. È un fronte investigativo coerente con la natura della tossina, ma anche qui vale la regola della cronaca giudiziaria seria: tra un’ipotesi investigativa e una prova ce n’è di strada.

L’errore da evitare: confondere svolta e verità definitiva

La tentazione, in casi mediaticamente così forti, è sempre la stessa: leggere ogni novità come un verdetto. Ma questa storia, per come si presenta oggi, chiede l’esatto contrario. La presenza di tracce di ricina nel sangue delle vittime, se confermata nel deposito ufficiale, sarebbe un elemento di enorme peso. Tuttavia il quadro autoptico non ancora del tutto univoco, i dubbi sulla distribuzione del danno tissutale, la necessità di capire se vi siano altri campioni positivi o negativi e l’assenza di indagati formali impongono prudenza.