spazio
Dopo sessanta anni l'Umanità tornerà sulla Luna: il ruolo dell'Italia e la concorrenza cinese
Lo sbarco sul satellite è previsto nel 2028 con Artemis IV, ma Pechino ha messo in orbita un lander e punta a mettere piede nel 2030
La corsa allo spazio si accende di nuovo slancio, sospinta da successi recenti e da scadenze che ridisegnano l’agenda dell’esplorazione. L’esito positivo di Artemis II ha infatti aperto la strada alle prossime, più ambiziose tappe del programma statunitense per il ritorno dell’umanità sulla Luna. I dati raccolti durante il recente viaggio si sono rivelati determinanti per la prosecuzione dei piani. Come ha sottolineato con enfasi l’amministratore capo della Nasa, Jared Isaacman, queste informazioni «sono preziose per preparare Artemis III», i cui allestimenti prenderanno avvio già ad aprile all’interno del monumentale Edificio di Integrazione dei Veicoli (VAB) del Kennedy Space Center.
Artemis II ha dimostrato in modo inequivocabile che la capsula Orion possiede tutte le capacità necessarie per trasportare in sicurezza gli astronauti fino all’orbita lunare e ricondurli a Terra senza incidenti. Questa prova di efficienza e affidabilità costituisce il presupposto essenziale perché l’intero programma possa avanzare verso traguardi sempre più audaci.
Alla vigilia della Giornata del volo umano nello spazio, celebrata il 12 aprile in memoria del pioniere Jurij Gagarin, la spinta verso la Luna si carica di nuova energia e di un cauto ma marcato ottimismo. Gli Stati Uniti, tuttavia, non sono soli. La competizione attuale vede un rivale di rilievo: la Cina.
Pechino procede spedita con l’obiettivo dichiarato di far camminare i propri taikonauti sul suolo lunare entro il 2030. A conferma della serietà delle ambizioni, il lander cinese Lanyue, dal design in parte assimilabile alla navetta americana Orion, risulta già in orbita attorno alla Luna.
Per entrambe le superpotenze, la meta condivisa è la realizzazione di un avamposto stabile sul nostro satellite, dove vivere, fare ricerca e lavorare con continuità.
Il 12 aprile ha un peso simbolico anche per la Nasa: ricorrono quarantacinque anni dal volo inaugurale del primo Space Shuttle, il Columbia, che spianò la strada alla costruzione della Stazione Spaziale Internazionale in orbita bassa. Ed è proprio alla bassa orbita terrestre che, secondo i nuovi piani, guarda oggi Artemis III.
Diversamente da quanto inizialmente previsto, la terza missione del programma non condurrà l’equipaggio a posare i piedi sulla Luna. A fine febbraio, infatti, Isaacman ha annunciato una rimodulazione della tabella di marcia: il prossimo allunaggio umano, il primo a quasi sessanta anni dalla stagione Apollo, è ora fissato al 2028 con Artemis IV.
L’equipaggio di Artemis III, al decollo nel 2027, avrà comunque un compito cruciale: collaudare in orbita terrestre un articolato programma di aggancio con i lander lunari sviluppati da SpaceX e Blue Origin.
Contestualmente, la Nasa ha deciso di sospendere temporaneamente il progetto Gateway, la stazione che avrebbe dovuto orbitare attorno alla Luna. Nonostante la pausa, l’agenzia mantiene fermo l’obiettivo di realizzare una base permanente sul suolo lunare entro il 2032.
In questo quadro, l’Italia riveste un ruolo di primo piano: i moduli della futura base lunare parleranno orgogliosamente italiano. L’impresa è il frutto di un’intesa formale sottoscritta a fine marzo a Washington tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e l’amministratore capo della Nasa. Si tratta di «un accordo strategico che rafforza la nostra cooperazione sui moduli abitativi lunari, sistemi di comunicazione avanzati e attività scientifiche», ha dichiarato Urso in un post su X, ribadendo l’obiettivo di «favorire e sostenere una presenza umana stabile e duratura sulla Luna».
Per la Nasa come per l’agenzia spaziale cinese, gli astronauti restano una presenza imprescindibile. I protagonisti di Artemis II, ha ricordato Isaacman, si sono dimostrati «grandi professionisti, bravi comunicatori e anche dei poeti: veri e propri ambasciatori dell’umanità» che hanno accettato rischi significativi al servizio di un futuro condiviso.
Sulla stessa linea, Amit Kshatriya, amministratore associato della Nasa, ha evidenziato che la missione ha collaudato con successo «il veicolo, i team, l’architettura e la collaborazione internazionale» necessarie a riportare l’umanità sulla superficie lunare.
La Luna, infine, non rappresenta il traguardo ultimo. Come evidenziato dall’agenzia americana, in sintonia con le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’intento è quello di utilizzare le missioni Artemis per produrre scoperte scientifiche di rilievo e ricadute economiche concrete, stabilendo una presenza umana duratura che funga da banco di prova per porre le basi dell’invio dei primi astronauti americani su Marte.
