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11 aprile 2026 - Aggiornato alle 19:57
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il vertice

Negoziati sul filo in Pakistan, l'ultimatum della Casa Bianca agli ayatollah: "La mano è tesa, ma niente trucchi"

"Se proverete a prenderci in giro, il tavolo salta". Le parole durissime del vicepresidente Usa prima dei colloqui con Qalibaf a Islamabad

11 Aprile 2026, 19:13

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Negoziati sul filo in Pakistan, l'ultimatum della Casa Bianca agli ayatollah: "La mano è tesa, ma niente trucchi"

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Alla vigilia di un passaggio decisivo che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, l’amministrazione statunitense ha adottato una postura diplomatica senza precedenti, riassumibile in un imperativo: apertura sì, ma senza ingenuità.

Siamo pronti a tendere la mano” all’Iran, ha dichiarato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, il 10 aprile 2026, prima di imbarcarsi per Islamabad, precisando però una condizione imprescindibile: la “buona fede”. Se Teheran tenterà di “prenderci in giro”, ha avvertito, la delegazione americana “non sarà ricettiva”.

Parole, confermate dai principali media internazionali, che non suonano come mera retorica ma disegnano il perimetro entro cui Washington è disposta a muoversi, fissando paletti chiari contro ogni tattica dilatoria.

Il vertice in Pakistan sotto l’egida del governo di Shehbaz Sharif, mette a confronto lo stesso Vance e Mohammad Bagher Qalibaf, presidente del Parlamento iraniano e figura chiave della scena politica di Teheran. La scelta di Islamabad non è casuale: cornice relativamente neutrale, lontana dai riflettori delle capitali europee o del Golfo, offre un essenziale sostegno politico e logistico a una trattativa tanto fragile quanto ad alto rischio.

L’invio del vicepresidente in prima persona rappresenta una scommessa politica di peso per la Casa Bianca. Da un lato, accresce la posta in gioco dei colloqui, rendendo più onerosa un’eventuale rottura per tutti; dall’altro certifica che il dossier iraniano è ormai troppo sensibile per restare affidato alla sola diplomazia tecnica.

Il nodo centrale resta il programma nucleare di Teheran. Secondo i rapporti dell’AIEA, lo stock di uranio arricchito al 60% ha raggiunto 440,9 chilogrammi nel giugno 2025, un livello che restringe drasticamente i margini d’allarme internazionale e supera ogni plausibile giustificazione d’uso civile. Di fronte a questi dati, gli Stati Uniti esigono trasparenza e ispezioni, evitando di farsi irretire in un tavolo utile soltanto a prendere tempo.

La “buona fede” invocata da Vance cozza però con la “profonda sfiducia” che domina a Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ricordato che l’Iran arriva ai colloqui dopo aver subito due attacchi proprio mentre erano in corso trattative sul nucleare, segno di una memoria politica recente ancora bruciante. Per l’Iran, concedere senza garanzie equivalenti significherebbe una capitolazione sul fronte interno; per Washington, non ottenere atti tangibili equivarrebbe a mostrarsi debole davanti ai falchi domestici, a un elettorato stanco di conflitti interminabili e ad alleati mediorientali ed europei preoccupati da nuove escalation.

Quello in Pakistan non è un negoziato fondato sulla fiducia, oggi pressoché inesistente, ma sulla fredda consapevolezza dei costi di un ulteriore deterioramento della crisi.

Le direttive dettate dal presidente americano impongono una sintesi tra fermezza e deterrenza. Il senso politico della missione si condensa nelle parole pronunciate sulla pista: “il tempo delle formule vaghe è finito”. Se un accordo ci sarà, poggerà su verifiche rigorose e conseguenze chiare; se dovesse rivelarsi un bluff, la trattativa tornerà a essere un azzardo e il tavolo il preludio di un fallimento annunciato.